Woody Allen

Drammatico

Woody Allen UN'ALTRA DONNA


1988 » RECENSIONE | Drammatico
Con Gene Hackman, Mia Farrow, Gena Rowlands, Ian Holm, Blythe Danner, Sandy Dennis, Betty Buckley, Harris Yulin, Martha Plimpton, John Houseman

di Claudio Mariani
Che strani gli anni ottanta di Allen, iniziati con un geniale omaggio felliniano in chiave comica (“Stradust memories”) e continuati con un capolavoro come “Zelig”, con delle oneste commedie (“Radio days”, “Brodway danny rose”) più pacate delle precedenti, senza tralasciare il secondo tentativo drammatico della sua filmografia, “Settembre”, che seguiva dopo un decennio “Interiors”. E prima di dedicarsi all’opera collettiva con Scorsese e Coppola (“New York Stories”) e al primo approccio con il crimine di “Crimini e misfatti”, riesce a cimentarsi ancora con il drammatico, forse nel suo tentativo più riuscito. Quello dell’88 è un film veramente particolare, un ritratto di donna di una tale intensità che rimarrà sicuramente nella storia del cinema di Allen e non solo; è un film di bergmaniana impressione, dove il regista, guarda a caso, si avvale per la prima volta della fotografia di Sven Nykvist, lo stesso del maestro svedese. E poi c’è lei, la straordinaria Gena Rowlands, all’ultimo film prima della scomparsa di Cassavetes, suo storico compagno e di cui fu la musa artistica. Qui Allen riesce a contenere l’istrionismo dell’attrice, cucendole addosso un ruolo da interpretare con estrema sottigliezza, dove i mezzi sguardi e le mezze espressioni fanno tutto, e dove la trasforma in una professoressa cinquantenne di filosofia, che per scrivere un libro affitta un appartamento in città e da dove riesce a sentire, attraverso un condotto dell’aria, le sedute di psicoanalisi di una Mia Farrow incinta. La ragazza è allo sbando, forse sull’orlo del suicidio, e quelle sedute mettono in dubbio tutta l’esistenza della protagonista, che, naturalmente, vuole intervenire attivamente sulla sconosciuta. In un certo modo ci riesce, in quanto la Farrow, una volta che si conoscono, dice che non vuole finire come lei, donna che ha sempre scacciato gli affetti, tenuti lontani, con il fratello, il marito e tutti in genere, sicché la protagonista inizia a mettere in dubbio tutto, il matrimonio, il suo passato e le relazioni. Il tutto è fatto con un registro estremamente pacato, soffuso, con parole sussurrate e dove Allen ci regala almeno due momenti di un’intensità assoluta, quello in cui una moglie seduti in un bar accusa il marito di avere occhi solo per l’amica e quando la Rowlands si chiede "se i ricordi sono qualcosa che hai perduto o qualcosa che hai trovato", una frase destinata a creare inevitabile riflessione in ogni spettatore. Importante è anche il ruolo di un Gene Hackman che si vede pochi minuti ma che lascia il segno. Un film importante, difficile, duro ma che, contrariamente al solito Woody Allen comico, lascia spiragli positivi per il futuro, come dice Mereghetti, infatti, è uno dei pochi film di Allen dove “un cura psicoanalitica si conclude positivamente”; e questo, per il regista newyorkese, non è affatto poco…

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