Woody Allen

Irrational Man

Woody Allen


2015 » RECENSIONE | Thriller
Con Joaquin Phoenix (Abe Lucas)/ Emma Stone (Jill Pollard)/ Parker Posey (Rita Richards)/ Jamie Blackley (Roy)/ Betsey Aidem (la madre di Jill)/ Ethan Philips (il padre di Jill)/ Meredith Hagner (Sandy)/ Ben Rosenfield (Danny)/ David Aaron Baker (Biff)

21/12/2015 di Corrado Ori Tanzi
Scheda del film

Titolo originale: Irrational Man

Titolo italiano: Irrational Man

Soggetto e sceneggiatura: Woody Allen

Regia: Woody Allen

Anno: 2015

Durata: 96’

Interpreti e personaggi: Joaquin Phoenix (Abe Lucas)/ Emma Stone (Jill Pollard)/ Parker Posey (Rita Richards)/ Jamie Blackley (Roy)/ Betsey Aidem (la madre di Jill)/ Ethan Philips (il padre di Jill)/ Meredith Hagner (Sandy)/ Ben Rosenfield (Danny)/ David Aaron Baker (Biff)

Doppiatori italiani: Fabio Boccanera (Abe Lucas)/ Domitilla D’Amico (Jill Pollard)/ Francesca Fiorentini (Rita Richards)/ Emiliano Coltorti (Roy)/ Melina Martello (la madre di Jill)

 

Lui è Abe Lucas (Joaquin Phoenix), professore di filosofia preceduto da una certa pubblicistica di insegnante maledetto, appena ingaggiato dal college Brailyn nel Rhode Island. Loro sono Jill Pollard (Emma Stone), studentessa del corso e innamorata del professore, e Rita Richards (Parker Posey), collega di Abe con cui ogni tanto si diverte a letto.

Il professor Lucas è un outsider nel campus. Le sue idee sullo scollegamento tra vita vissuta nella realtà e vita discussa sui libri di filosofia sono, come direbbero gli anglosassoni borderline, ma affascinano gli studenti. Di suo ci mette una certa apatia dell’esistenza che, se pur gli permette di non vedere tutto nero, gli regala un continuo grigio senza slanci.

A una tavola calda un giorno, in compagnia di Jill, lo slancio avviene. Percepisce nel tavolo a fianco il dolore e l’angoscia di una mamma che, neodivorziata, non riesce a convincere il giudice che l’affidamento del figlio all’ex marito è quanto di più penoso per il bambino stesso. Anzi, il giudice la dileggia in questa sua necessità di avere con sé il figlio e le ha prosciugato il conto in banca in ricorsi che neanche guarda. Da qui le indagini di Abe sul giudice e l’idea: il mondo senza una persona come il giudice sarebbe un posto migliore? Certo che lo sarebbe, si risponde. Di più, una madre avrebbe di nuovo con sé suo figlio. Abe non ha mai ucciso nessuno, ma non teorizza la sacralità della vita a tutti i costi. Quindi la decisione: il giudice deve morire.

Le cose vanno come devono andare, il delitto è servito perfettamente. Ma basta un semplice e irrazionale giro del destino per sparigliare di nuovo le carte sul tavolo. Le reazioni di Jill e Rita sono tipiche dell’età che le due donne portano addosso. Innocente e spaventata la prima, esperta e disincantata la seconda. E proprio il rapporto con una di loro segnerà il fato che cadrà sulla vicenda.

Non è la prima volta che Woody Allen ragiona intorno alla morte. Sono due in particolare i titoli verso cui Irrational Man divide un idem sentire: Crimini e Misfatti e Match Point. Ma mentre il primo girava attorno al dubbio dostoevskiano sul delitto (un omicidio è sbagliato in quanto eticamente tale o solo quando non è perfetto e può portare chi l’ha compiuto a essere individuato e catturato?) e il secondo sul ruolo cardine della fortuna anche nelle circostanze più tragiche (l’augurio più grande che puoi fare a una giovane vita non è di avere talento, ma di avere fortuna).

In Irrational Man la relativizzazione del valore della vita altrui data dall’età si scontra non solo con il salto generazionale di chi ci gravita attorno, ma con un interrogativo molto più profondo e lancinante. Perché se il nostro delitto perfetto impatta contro l’imperfetta azione della macchina della giustizia, si può creare un vuoto panico che per uscirne si può rendere necessario un atto di coraggio che sappiamo non avere. Quando accade? Ad esempio quando in prigione viene messo un innocente che immaginiamo non sarà in grado di cancellare gli indizi farlocchi della sua inesistente colpevolezza. Una vita rovinata. Che fare?

Entra in gioco l’etica personale, il nostro senso della morale. E non ci sono Sartre, De Beauvoir o Kierkegaard a venirci in aiuto. Qui non c’è da chiedersi quanto un principio filosofico riesca ad aderire alla realtà fatta di sangue, carne e nervi, ma come una nostra reazione chiami in causa non solo il nostro istinto di sopravvivenza materiale quanto anche il rispetto a un’idea che ci siamo fatti di noi stessi e che ci deve accompagnare fino alla tomba. Proprio per non anticipare per nostra stessa mano il nostro distenderci nella tomba con molto anticipo rispetto a quando la Signora avrebbe deciso di farci visita.

A ottant’anni suonati (anche se il film è stato scritto prima) Woody Allen non perde il senso del suo essere artista. I suoi film (tutti) sono capitoli di una commedia umana che gravita attorno alle imperfezioni più divertenti, amare, sarcastiche, ironiche, umoristiche, malinconiche, romantiche del pensiero. Siamo il frutto delle nostre azioni, delle conseguenze di quelle altrui e di coincidenze che s’intrecciano e ci si presentano senza chiedere permesso. Insomma, un vero caos. Ci vorrebbe un altro professore per riportare il discorso dentro un cammino più razionale. Quel meraviglioso personaggio che risponde al nome di Boris Yellnikov, protagonista di Basta che funzioni (Whatever Works), a firma sempre di Woody Allen (che film!). Lui la risposta ce la avrebbe. Ma forse ancora più nera di uno stesso omicidio.

 

Corrado Ori Tanzi

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