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Woody Allen

Broadway Danny Rose

Woody Allen


1984 » RECENSIONE | Commedia
Con Mia Farrow, Woody Allen, Nick Apollo Forte, Sandy Baron, Milton Berle

02/01/2013 di Claudio Mariani
In questa Re-visione è importante collocare temporalmente il film di Woody Allen: uscì nelle sale nel 1984, in un decennio artisticamente molto vivo per il regista newyorkese. Decennio in cui lo si vedrà passare dalla commedia più esplicita (Una commedia sexy…) a quella raffinata (La rosa purpurea del Cairo, Hannah e le sue sorelle), dal rivoluzionario capolavoro Zelig fino all’inedito drammatico (Un’altra donna, Settembre). Nel mezzo si colloca Broadway Danny Rose, che all’uscita non ebbe successo, a differenza delle altre pellicole del decennio. Destino vuole, però, che il film nel tempo sia divenuto uno dei più apprezzati da critica e pubblico e, a quasi trent’anni di distanza, sembri uno dei più organici, impeccabili e senza sbavature dell’immensa filmografia di Allen.

Mai soggetto fu più interessante per lo stesso regista: siamo all’inizio degli anni Ottanta, all’interno del Carnegie Delicatessen Restaurant degli attori comici ricordano Danny Rose, un impresario di scalcinate star dello spettacolo che aveva nella sua scuderia artisti come un ventriloquo balbuziente, una coppia di “strozzapalloni” e un xilofonista cieco. In un flash back che dura tutto il film, viene ricordato un periodo della vita del protagonista (interpretato dallo stesso regista), periodo in cui concentra tutte le sue forze per portare alla ribalta il talentuoso cantante Lou Canova, unico di valore tra i “suoi”. Danny è un personaggio amabile, che si fa in quattro per i suoi artisti, mettendo da parte egoismi e interessi personali, e per spingere Lou si inguaia soddisfando i suoi desideri e i capricci. In più deve gestire anche l’amante del cantante, Tina Vitale (Mia Farrow), che risulta essere pericolosamente legata all’ambiente mafioso. Intanto i sentimenti dell’agente vengono indirizzati verso di lei, che si rivelerà, ad un certo punto, essere uguale agli artisti che, appena ottengono un po’ di successo, lo lasciano.

Il punto di forza del film è che, nonostante sia una commedia che fa ridere, è allo stesso tempo dolceamara, con dei risvolti e dei momenti che fanno pensare e riflettere. Risvolti che fanno parte della vita, in particolare della meschinità delle persone. E’ allo stesso tempo, come definito da molti critici, il film più “religioso” dell’autore, dove la fanno da padrone il senso di colpa e la redenzione. Per raggiungere il risultato Allen interpreta il personaggio più teneramente positivo di tutta la sua filmografia: l’onesto perdente che probabilmente resterà per sempre così, attirando così il pubblico verso di sé. A fargli da contraltare una Mia Farrow agli antipodi dei suoi personaggi classici: qua è la femme fatale, spietata e a tratti crudele, in un’interpretazione eccellente che risalta le sue doti d’attrice.

A far da cornice alla storia, il bianco e nero con cui è raccontata, i soliti impeccabili sfondi newyorkesi e una musica inedita per Woody ma particolarmente funzionale, costituita da rimandi all’Italia e a Napoli.

Ad oggi rimane uno dei film più riusciti di Woody Allen e, sicuramente, quello di maggior spessore con ambientazione nel “dietro le quinte” dell’industria dello spettacolo americana. Il tutto, ricordiamo, senza lasciare da parte le risate, infatti il mantra del simpatico protagonista (“posso interporre un concetto?”) rimbomba, alla fine del film, nella testa dello spettatore…

(Re-visione scritta nel dicembre 2012)



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