Woody Allen

Alice

Woody Allen


1990 » RECENSIONE | Commedia | RE-VISIONE
Con Mia Farrow, Joe Mantegna, William Hurt, Judy Davis, Alec Baldwin



10/08/2018 di Claudio Mariani
Film particolare di Allen, tipica situazione dalle tinte drammatiche (cos’è se non questo la fine di una storia d’amore apparentemente inattaccabile?), travestita da commedia. Un volta tanto non è un film costruito sull’attrice musa Mia Farrow, sebbene ne sia l’assoluta protagonista. Infatti Allen racconta un personaggio e una classe sociale alla quale né lui né l’ex moglie sono mai appartenuti, quella dell’Upper West Side, borghesia ricca di New York. Lo fa con un approccio divertito ma anche molto critico: la protagonista, sposata da 16 anni e con un figlio, una vita matrimoniale passata a fare shopping, massaggi, cure di bellezza, etc…, rinnegando le sue umili origini, ad un certo punto si innamora di un uomo e, con la complicità di un medico cinese che si rivela essere una sorta di mago che la introduce nel fantastico, mette in gioco tutto il suo vissuto.

Storia molto realistica in cui il regista ci piazza degli inserti di pura fantasia, che sono in parte anche i momenti più poetici e “felliniani” del film. Alice diventa a volte trasparente, altre incontra l’ex compagno morto (Baldwin), con cui balla e ripercorre splendidamente una vita in pochi attimi. In altri momenti addirittura vola e ci ricorda il De sica di Miracolo a Milano. Il tutto è rappresentato con uno stile molto ricercato, che alterna momenti di rosso intenso a momenti giocati sul blu, grazie a una fotografia sempre importante di Carlo Di Palma. Questa perfezione di stile verrà poi spesso citata dallo stesso autore.

Forse per alcuni il film “stona” proprio per i suoi richiami espliciti al fantastico, ma è un espediente di Allen per rendere il film più comico e più poetico allo stesso tempo, per differenziarsi, per esempio, dal precedente Un’altra donna. Ci sono così alcuni momenti di grande comicità, primo fra tutti quando la Farrow corteggia Joe, oppure quando, verso la fine, tutti si innamorano all’improvviso di lei, grazie a un misterioso zabaglione.

Pellicola che scorre e non inciampa mai, con la Farrow chiaramente al centro della scena, ma con ottimi comprimari lasciati sapientemente nel loro ruolo marginale, come Mantegna, Baldwin, la straordinaria Judy Davis e un compassato William Hurt.

Però c’è molto altro: per esempio una volta tanto il personaggio principale è cattolico e vive nei sensi di colpa di quello che sta facendo. La storia in sé, poi, sembra tutta una inconsapevole psicanalisi di Alice. Il finale che prevede un cambiamento netto, è invece particolarmente insolito per Allen e poco coerente con il suo credo, quasi un happy ending morale…

Una pellicola più che soddisfacente, ma che poteva essere diversa per potere fare il salto di qualità rispetto alle altre del periodo, in particolare quella prima (Crimini e misfatti) e dopo (Mariti e Mogli), che risultano per certi versi migliori.



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