Woody Allen

Manhattan

Woody Allen


1979 » RECENSIONE | Commedia | RE-VISIONE
Con Woody Allen, Diane Keaton, Michael Murphy, Mariel Hemingway, Meryl Streep, Anne Byrne, Michael O`Donoghue



04/04/2019 di Claudio Mariani
Come affrontare un film del genere proprio nell’anno del suo quarantennale? Forse partendo proprio da questi anni…che non sembrano essere passati. Un film nato già “fuori dal tempo”, vuoi per il bianco e nero, vuoi per il tema affrontato -le storie d’amore e i tradimenti- sempre attuali. Tutto ciò rende Manhattan un classico, come lo è sempre stato, anche pochi anni dopo la sua uscita, quasi fosse un predestinato.

E’ particolarmente curioso che lo stesso autore non fosse soddisfatto del risultato del film, tanto che volesse addirittura bloccarne l’uscita. Al di là di una propensione di Allen a denigrare il suo lavoro, ricordando il film ora invece lo rivaluta, senza capire però come possa essere considerato migliore rispetto ad altri suoi film degli anni successivi. Effettivamente il trittico “di riferimento” Io e Annie, Zelig e Manhattan rimane nell’immaginario collettivo come il più rappresentativo nella filmografia del regista newyorkese.

Ma Manhattan, in ogni caso, è Manhattan, e non si discute. E’ un film importante a prescindere da certi discorsi. Uno dei motivi principali è che è uno dei pochi episodi in cui una città (o meglio, una zona di una città), è la comprimaria della storia stessa. A tutti gli effetti la pellicola è un atto d’amore verso la penisola newyorkese, tanto che la “forma” adottata, il Wide Screen e il bianco e nero, sono il modo in cui lo stesso regista “vede” la città, anche attraverso i ricordi dei film che si divorava da piccolo. A questa embrionale idea di rappresentarla così, si è aggiunta poi la scelta di legare le immagini esclusivamente alla musica di George Gershwin, completando così un’opera molto “compatta”. Grande fu il lavoro in simbiosi con Gordon Willis, capacissimo di valorizzare le immagini buie della pellicola.

Manhattan è anche uno dei pochissimi episodi di co-sceneggiatura di Allen, e in cui entra in perfetta sintonia con Marshall Brickman, creando una delle scritture quasi perfette che rimangono nel tempo. Costruiscono anche uno degli intro meglio riusciti nella storia del cinema, dove il protagonista, scrittore, cerca l’incipit perfetto, sciorinando diverse ipotesi, salvo poi fossilizzarsi verso la più semplice e programmatica delle frasi: “NY era la sua città, e lo sarebbe sempre stata”, mentre le immagini della iconica metropoli si alternano con scioltezza e naturalezza.

E poi c’è la storia, tanto semplice quanto ricorrente nei film di Allen: Isaac è combattuto tra la relazione con la giovanissima Tracy e la coetanea Mary, per altro amante del suo migliore amico Yale. Due persone all’antitesi: dolce, sottomessa e angelica la prima, snob, aggressiva e svampita la seconda. Ma la verità è che poco importa chi siano le destinatarie delle attenzioni del protagonista, il vero protagonista è il suo ego e la sua…indecisione, che lo porterà curiosamente ad un nulla di fatto finale.

La storia presenta dei momenti comici di dialogo spettacolare, alternati a delle immagini divenute quasi un brand, come per esempio quella dell’inquadratura di una panchina coi due amanti che guardano il Queensboro Bridge. E poi c’è quel primo, indimenticabile incontro tra Isaac e Mary, con lei che, boriosamente snob, critica proprio i capisaldi, i riferimenti di lui (Bergman su tutti).

Un’altra grande caratteristica del film è che, sebbene ci siano interpretazioni splendide (lo stesso Allen, La Keaton, Meryl Streep e per la prima volta il fantastico caratterista Wally Shawn), si annullano nell’organicità stessa della pellicola e nel “protagonismo” della città.

Rimane -anche a quarant’anni di distanza- un grande film, peraltro una volta tanto apprezzabile anche con il doppiaggio italiano, e continua a giocarsi la contesa inevitabile nel gioco del “quale preferisci dei due?” col suo gemello-separato-alla-nascita Io & Annie.



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