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Woody Allen

Crimini e misfatti

Woody Allen


1989 » RECENSIONE | Drammatico | Commedia | RE-VISIONE
Con Martin Landau, Woody Allen, Mia Farrow, Anjelica Huston, Alan Alda



12/01/2018 di Claudio Mariani
Certo, districarsi tra l’immensa filmografia di Woody Allen e consigliare un film piuttosto che un altro, non è operazione facile. Ma a volte ci si sbilancia, e si può “raccomandare” anche un film che esuli dai classici capolavori del maestro di New York (Zelig, Io&Annie, Manhattan, etc…). In questo caso lo si può fare volentieri con Crimini e Misfatti, e per vari motivi, il più importante dei quali è per il registro utilizzato per la storia: metà drammatico e metà commedia, con due storie che si intrecciano per tutta la durata. Un’espediente che verrà usato anni dopo in altra veste (per esempio in Melinda e Melinda).

In questa pellicola si narrano le vicende di uno stimato oculista (Judah) che porta avanti una relazione extraconiugale che prende un risvolto “pericoloso” e che si tenta di risolvere ricorrendo al peggiore dei delitti: l’omicidio. Parallelamente si sviluppano le vicende di Cliff, alle prese con una vita piena di insoddisfazioni, sia lavorative che private.

Le due storie sono rese magistralmente e “giustificate” da un incontro finale perfetto ed indimenticabile immortalato dal manifesto ufficiale del film. Da una parte abbiamo un Martin Landau sontuoso nella sua capacità di essere drammatico anche muovendo una sola sopracciglia. Di fianco a lui la già matura Angelica Houston, sempre impeccabile. Dall’altra parte un Allen al massimo dell’espressione del suo classico personaggio: un intellettuale, snob e fondamentalmente imbranato nel rapportarsi con gli altri, adolescenziale nel suo innamorarsi a senso unico della “solita” impeccabile Mia Farrow, che fa da contraltare. Le battute che fa sono semplicemente fantastiche, a conferma di un momento di grande ispirazione del regista-sceneggiatore. Una su tutte: “Dio è un lusso che non posso permettermi!”.

Nella parte drammatica Allen affronta forse per la prima volta l’omicidio, cosa che farà diverse volte in seguito (basta vedere il capolavoro Match Point), anche se qua la vera indagine è sulla psicologia dell’assassino, sul suo senso di colpa. I riferimenti letterari fin troppo espliciti sono Dostojewski per la portata morale/senso di colpa e i dilemmi esistenziali di Tolstoj.

Il film in sé, presenta anche altre importanti caratteristiche, come gli inserti di film, con cui si apre anche la storia, un vero e proprio atto d’amore. E poi l’opera e gli spezzoni del filosofo ebreo (Levy) a dettare i tempi dell’indagine introspettiva-religioso-moralizzante.

Alla fine il senso del film è chiaro: se non esiste nessun potere divino che può intervenire, giudicandoci e punendoci per ciò che facciamo sulla terra, che senso ha comportarci “bene”? La risposta probabile è che, senza una sorta di autoregolamentazione, se non portiamo avanti una vita “giusta”, il rischio sarebbe di finire nel caos, interiore ed esteriore. Ecco, Allen ti fa pensare, un po’ ti ci fa arrivare esplicitamente, un po’ devi arrivarci tu…senza troppo aiuto.

Da vedere!



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