Woody Allen

To Rome whit love

Woody Allen


2012 » RECENSIONE | Commedia
Con Woody Allen, Alec Baldwin, Roberto Benigni, Penelope Cruz, Judy Davis

27/04/2012 di Claudio Mariani
Tutti erano pronti a criticare la nuova fatica di Woody Allen per vari motivi: da una parte la vicinanza inspiegabile con il bellissimo Midnight in Paris -uscito solo cinque mesi prima- segue logiche abbastanza misteriose e penalizzanti per lo stesso autore; dall’altra la location, nel “nostro” paese, nella “nostra” capitale, poteva incorrere nel classico pregiudizio italiano, quel “solo noi possiamo parlare e comprendere il nostro paese”. Altre avvisaglie facevano presagire un trattamento spietato da parte della critica, e così sta avvenendo.

Fatta questa premessa, diciamo invece che il film non ha deluso chi sta scrivendo. E’ vero che nei primi venti minuti il film appare un po’ finto, troppo costruito, falso, anche grazie al doppiaggio che lascia a desiderare. La pellicola prende quota solo nel momento in cui riesci a capire che le storie raccontate sono state adattate al contesto, e non viceversa. Roma fa solo da sfondo ed è un pretesto per un collage di storie, situazioni e personaggi classicamente alleniani. E’ inutile parlare della trama che racchiude in sé le storie di almeno dieci persone, sapientemente alternate nelle quasi due ore del film. Alcune valgono più delle altre e comprendono delle trovate geniali: una è quella di Giancarlo, impresario di pompe funebri che viene portato alla ribalta della lirica, ma in modo molto “particolare” e divertente. L’altra è quella del personaggio di un compassato Benigni, che, da uomo qualunque, si ritrova per un breve periodo ad essere una superstar, salvo poi tornare nell’anonimato. Le altre storie invece sono più ordinarie, classiche, tipiche dell’Allen che vuole divertirsi: quindi abbondano equivoci, tradimenti, dubbi sulle relazioni, spesso con un niente di fatto, alla fine.

Certo, l’altra convinzione che bisogna mettersi in testa è che questo è l’Allen meno impegnato, quello che non fa filosofia, quello che ci pone pochissime domande, quello che non dà risposte (ma ne ha sempre date poche), quello della commedia più esplicita, che a tratti ti fa chiedere cosa sarebbero le stesse storie se raccontate da registi innominabili che tanto odiamo e che ne farebbero una sintesi di volgarità e di comicità becera. Questa volta, però, il regista newyorkese dà l’impressione di essersi pericolosamente avvicinato troppo al limite, rischiando più volte lo sconfinamento. Il risultato in ogni caso è un’opera che non può competere con gran parte della sua produzione, quasi sempre di qualità superiore.

Dunque il segreto per non disprezzare il film è questo: prenderlo per quello che è, una commedia e basta. L’errore della critica è stato ancora una volta lo snobismo e forse il motivo è tutto racchiuso in una domanda che poniamo: non è che a molti di noi ha dato fastidio che a Parigi Allen ha dedicato un film poetico, nostalgico, delicato e colto, mentre a Roma e all’Italia ha riservato una commedia per niente sofisticata?



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