Glen Hansard

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Glen Hansard Glen Hansard, il suono dei ricordi - Parole, immagini, momenti per raccontare un artista che ha lasciato molto più delle canzoni

31/07/2026 di Autori vari

#Glen Hansard#Rock Internazionale#Songwriting

La notizia ha scosso quanti lo seguono e lo amano da decenni: Glen Hansard è morto a 56 anni, in un incidente, mentre percorreva in moto una strada a pochi chilometri a Ovest di Dublino. Si stava preparando per un lungo tour, che avrebbe compreso anche l'Italia. Qui i ricordi, densi di umanità, di chi lo ha conosciuto durante i suoi viaggi in Italia, Paese molto vicino al suo cuore. Per condividere il dolore, ma anche l'amore.

Ci sono artisti di cui dici il cognome. Dylan, De Gregori, Cohen, Battiato... Poi, ci sono artisti di cui è impossibile dire il cognome. Non Hansard. Ma Glen. Il fratello, l'amico, il compagno di strada. Outspan Foster, il chitarrista del gruppo soul protagonista di The Commitments. Il Guy, busker dal cuore spezzato di Once. Il leader dei Frames. Il creatore del duo Swell Season. Ma soprattutto il cantautore, il poeta di questi tempi difficili, realistico e positivo, energico e dolce, col cuore in Irlanda e la testa nel mondo, a creare infiniti Arcipelaghi, come è solito chiamarli: ogni Paese, un'isola. Tra le tante isole, l'Italia, popolata da gente che l'ha accolto decenni fa, se n'è innamorata, affascinata dalla potenza carismatica della sua presenza, e non si sono più lasciati. Ora che il cuore generoso di Glen si è fermato, non si fermano le attestazioni di stima, di affetto, dense di rimpianto per una morte tanto prematura e improvvisa.

Mescalina ha pensato di raccogliere qui non disquisizioni critiche di tipo artistico, ma condivisioni di emozioni, di pezzi di vita, che si sono intrecciati con quella di Glen; tesori preziosi che resteranno finché avremo vita. Perché il dolore si sopporta meglio, se si è insieme.


Il funerale si terrà alla Saint Patrick's Cathedral, Saint Patrick's Close, Dublin 8, martedì 4 agosto alle 13.30. August at 1:30 pm. Si potrà seguire anche in streaming a questo indirizzo.

Lunedì 3 agosto dalle 11 alle 16 ci sarà anche una veglia pubblica alla Baroque Chapel all'IMMA, Royal Hospital Kilmainham, Dublin 8. Le donazioni potranno essere effettuate a questi link:

Dublin Simon https://www.dubsimon.ie/donate

Ukrainian Action - https://www.ukrainianaction.com/donate


Daniela Attardo

Un ricordo… concerto di Glen a Vicar Street; gli abbiamo portato vino italiano, formaggio grana e cioccolato e siamo pazienti in fila alle 4 del pomeriggio, tre italiani e un minuscolo gruppo di fan della prima ora. È dicembre, fa davvero freddo a Dublino. Ogni tanto entra qualcuno e ci guarda stralunato, perché in Irlanda non si va ai concerti con tanto anticipo. Poi esce il suo assistente e gli diamo il nostro sacchetto di leccornie. Dopo poco arriva Glen, ci dice che fa troppo freddo per restare lì fuori, così ci fa entrare per assistere al sound check. Ci mettiamo in fondo, cercando di restare invisibili. Mi sembrava di stare in un sogno. A un tratto fanno una pausa e Glen appare alle nostre spalle con dei bicchieri di tè caldo. Ce l’ho ancora, quel bicchiere di carta, insieme a quello del Barolo di Eddie. Prima che si aprano le porte ci fa accomodare in prima fila. Quando attacca Bird of Sorrow piango come una fontana, non riesco proprio a smettere… un’emozione pazzesca. 

Ultimo concerto, a novembre 2024, vicino a Lucca; alla fine ci dice di andare a sentire il concerto di Natale che farà nella sua parrocchia a dicembre. Così, come fossimo di famiglia. Angela e io ci andiamo, una sola notte a Celbridge: in chiesa c’è tutto il paese e qualche faccia nota di amici più che di fan. Ci sono Maire e Christy, e ho in mente la dolcezza con cui guarda quel bambino… Alla fine non ci fermiamo, perché ci sembra di infrangere un’intimità così forte che sarebbe stata fuori posto. È stata l’ultima volta che l’ho sentito e visto.

Ecco, già raccontarlo mi ha fatta stare meglio.

Laura Bianchi

C'è chi scrive e canta canzoni. Poi, c'è chi le ha vissute prima di scriverle, e, quando le canta, le rivive, e le fa vivere anche a chi le ascolta, guidandolo alla scoperta di una parte nascosta della sua anima, e salvandola. C'è Glen, che arriva su un palco, e aggiunge se stesso all'alchimia, come avevo scritto in introduzione alla recensione dell'ultimo (ultimo...) doppio disco live:"ogni concerto è un'occasione assoluta, come se cantasse e suonasse per la prima o l'ultima volta, come se ne andasse della vita di tutti; lui si dà totalmente". Glen fa questo effetto: la passione condivisa e contagiosa, quella che cura e lenisce, la musica che si fa prima di tutto corpo, nervi, sangue, voce, energia, pennate della chitarra fino a spezzare le corde, e urla, salti, ma anche sussurri e sorrisi. La voce che sa essere quella di uno sciamano, di un folksinger, di una rockstar, di un crooner, tra Van The Man e Bruce, ma che, quando intona The Parting Glass, sembra arrivare da un altro tempo, dal Seàn Nos degli antenati gaelici. La musica che si fa catarsi, che prende ed eleva, che diviene collante di anime, che insieme scoprono di stare meglio, che il fardello della vita diventa più lieve, se condiviso, come recita la scritta sulla sua batteria: SAVE A SOUL MISSION. E quante anime salva la sua musica. Vedere Glen dal vivo è contagioso, dà dipendenza, non lascia indifferenti; l'anima si fa visibile, tangibile, la si può ascoltare, prendere per mano e farsi condurre là dove iniziano i ricordi, i rimpianti, le speranze, i dubbi, le inquietudini, le gioie, le domande e le risposte, in un dialogo costante con la vita e con un Lord, che si nasconde, come quelli del mondo greco, sotto le sembianze di uno degli homeless che Glen aiuta. E l'ho sperimentato nei tanti concerti, dal primo, con Markéta Irglová, a Milano nel 2010, e poi da solo, a Bologna, o con la band, a Milano, Gardone... Ma, quando scende dal palco, eccolo sorridente, disponibile, umile. Uno che comunque fa salire sul palco una ragazza a duettare con lui su Gold di Interference, o un bambino, è anche uno che, nel 2012, esclama AMAZING! e poi scrive CONGRATULATIONS sul biglietto di una ragazzina, perché gli ha detto che qualche giorno prima ha cantato con Springsteen (un anno dopo toccherà a lui, con ben altro spessore...), di cui lui porta orgogliosamente il braccialetto del pit anche sul palco del BOtanique di Bologna; uno che diventa amico di uno tra il pubblico perché suona gli shaker; uno che telefona a Lucca, dai suoi SkyStoners, e dice "Vengo a suonare da voi!"; uno che, all'organizzatore di un paesino irlandese che gli chiede di accendere il falò di An Tairseach Samhain, chiede se ne sia degno; uno che abbraccia e bacia con trasporto tutti gli abitanti del suo arcipelago, facendoli sentire unici, vivi. Ora Glen è davanti a quel Lord. Ar dheis Dé go raibh a anam, Glen caro. Anche se adesso non sappiamo come fare, anche se ci fa male pensare che non vedremo più i tuoi occhi brillare, anche se non ci rendiamo ancora conto che non arriveranno più notizie di un tuo concerto, ti ringraziamo. Hai speso le ultime ore della tua vita cantando e suonando, in mezzo alla tua gente, felice di ascoltarti. Ci hai regalato amore per la vita, a piene mani, senza risparmio. E ci hai resi orgogliosi di essere tuoi contemporanei.

And I'm closer than I've ever been before...



Perché è questo che hai aspettato

La tua occasione per aumentare il punteggio

E mentre queste ombre cadono su di me ora

Vincerò in qualche modo, sì

Perché sto rispondendo a un messaggio, Signore

E sono più vicino di quanto non sia mai stato prima

Quindi se hai qualcosa da dire

Dimmelo ora

Basta dirmelo adesso, oh...

Alessio Brunialti

L'avevo perso al Lime light, a Milano, a febbraio; ma pochi mesi dopo, a luglio, nel suo primo concerto al Carroponte di Sesto San Giovanni, alla fine di una serata perfetta, iniziata con Glen che suonava in mezzo al pubblico, incredulo, per poi proporre una serie di canzoni che sembrava infinita, fino al gran finale, con l'arrembaggio collettivo al main stage che gli era stato negato, a quel punto pensai che potevo stare tranquillo.

Lo pensavo anche fino a due giorni fa: posso stare tranquillo, perché, quando si interromperà il neverending tour di Bob Dylan, quando anche Bruce non calcherà più i palchi, quando tutta quella vecchia guardia che sta pian piano scomparendo diventerà solo un ricordo, per tanti anni ancora avrò Glen Hansard, a suonare senza mai fermarsi, a condividere gioia e entusiasmo, un fan della musica più dei suoi stessi fan, un busker che si era trovato un palco più grande mantenendo lo spirito di chi sa che deve tenersi stretto il pubblico, e i soldi non contano, perché, se vai in tour con tutta una band, perfino una sezione d'archi, per quanto pubblico tu possa fare, sai che non guadagnerai così tanto. Pensavo "lui mi farà sognare, ci farà sognare ancora a lungo". Perdendo lui, abbiamo perso una parte importante del nostro futuro.

Nello Corrado

La mattina mi alzo spesso prima che suoni la sveglia puntata alle 6:25. Lo faccio perché Elisa ha orari di lavoro “aeroportuali”, spesso torna tardissimo e non vorrei svegliarla. La mia sveglia del telefono è ormai da anni The song of good hope, una canzone di Glen Hansard. E proprio quella mattina, quando la canzone partiva, mentre già bevevo il caffè, ho pensato a quante volte ho ascoltato l'introduzione di questa canzone, a quante volte mi ero svegliato con la voce sussurrata di Glen o a quante volte, svegliandomi appunto prima della sveglia, mi ero perso il suo "buongiorno". E ridacchiando ho pensato soprattutto: "alla prima occasione, chissà quando o dove, glielo dirò, si farà una risata e magari ci abbracceremo". L’ultima occasione per incontrarlo me l'ero persa, per una cazzo di udienza per la quale son dovuto volare al tribunale di Vibo, perdendomi il classico incontro annuale di Lucca. Ho il privilegio di essere tra i fortunati a ricevere l'invito da Carlo, Lorenzo, Renè e la squadra lucchese, ogni volta che Glen arriva in gran segreto a Lucca. Ascoltare Glen in concerto, o meglio scambiarci due parole, è una delle cose che mi abbiano più scaldato il cuore da quando sono in giro a caccia di musica. Cerco quasi sempre di salutarlo dopo i suoi concerti, soprattutto per parlare di tutt’altro che non sia musica, a meno che non sia lui a chiedermelo. Una delle ultime volte a Praga fu lui a chiamarci dalla transenna e, una volta salutato, mi chiese del concerto appena finito, al che io, forse frettolosamente e senza le dovute cautele diplomatiche, risposi che era stato in alcuni tratti meno intenso, forse per il pubblico meno partecipe, rispetto a quello di due giorni prima a Milano, ma che la sua prestazione vocale era stata invece migliore; resomi conto della risposta senza i dovuti filtri, forse mi salvai, buttando la palla in calcio d'angolo, dicendogli che l'ultimo era migliore soprattutto perché l’ho ascoltato in prima fila a meno di due metri da lui. 

Quindi, ripeto, molte volte dopo i concerti mi chiamava lui o ci dava gli accrediti per andare a salutarlo. Spesso ci regalava addirittura i biglietti e noi, che li avevamo già, eravamo felici di osservare le espressioni stupite delle persone sconosciute (dico sempre che la fortuna va condivisa) che fermavamo fuori dai teatri, mentre erano a passeggiare per i negozi o fare altro, a cui regalavamo i nostri biglietti. Talvolta ci è capitato di regalarli a gente che Glen non lo aveva neppure sentito nominare, ripetendo la frase: "dopo il concerto diventerete suoi fans e spenderete tanti soldi per seguirlo. Noi intendiamo qui declinare ogni responsabilità". 

Con l’occasione dei suoi concerti mi sono girato l’Europa (Barcellona, Praga, Dublino, Berlino, Amsterdam, ecc), o posti in Italia che non avrei probabilmente visitato (Sestri Levante, Gardone Riviera, Taormina). La sua musica? Ora non me ne frega niente di spendere neppure due parole sull’artista. Piango per il ragazzo, per la sua Maire, per il suo bambino. Sono a lavoro e non trattengo le lacrime, mi nascondo dietro al monitor, faccio finta di starnutire se qualcuno arriva in ufficio. Piango, ma ancora non ho calcolato la quantità di dolore che mi pioverà addosso nei prossimi giorni.

Poi, la telefonata. Ho fatto qualche telefonata per avvisare qualcuno, ma non ce l’ho fatta a continuare. Avevo l’agenda piena di persone che gli volevano bene, ma non volevo essere io a dirglielo. Ho dovuto togliere la suoneria al telefono, perché continuava a suonare. Erano le stesse persone che gli volevano bene che chiamavano me. E gli abbiamo voluto bene in tanti. Impossibile non innamorarti della persona. Della musica, adesso, ripeto, mi interessa poco o niente. Mi manca sapere che non ci sarà più quella attesa aspettando un nuovo disco o un nuovo concerto. Mi manca sapere che non sarà in giro a cantare o circondarsi dell'affetto di nuove persone. Mi sento addirittura la responsabilità per aver fatto conoscere la sua musica a molti amici o conoscenti e sapere che forse sono tristi per colpa mia. Tra poco esco e torno a casa dal lavoro; indovinate quali cd ho nel lettore? L’ho ascoltato nel suo ultimo live fino a stamattina, prima di entrare a lavoro alle 7:30. Ho spento la macchina e interrotto High hopes e so già che, appena inserirò la chiave nel cruscotto, la canzone ripartirà con lo stesso volume alto nel punto dove l'ho lasciata. Non farò in tempo ad abbassare il volume. Se dovessi dare spazio all'istinto, potrei buttare via per rabbia il cd dal finestrino, perché è un mondo malvagio quello che si porta via la luce di un ragazzo puro come Glen Hansard. Vaffanculo! Vaffanculo!

Ps. Fortunatamente io non ero suo amico!!! Non avrei mai e poi mai sopportato questa ingiustizia.

Angela Del Rosso

Fa male, fa malissimo. Glen Hansard è stato strappato da questo mondo in modo improvviso e crudele. L’ho saputo da voci amiche rotte dal pianto e da messaggi strazianti. Sono scoppiata a piangere, piena di brividi nonostante il caldo, e ho dovuto fermarmi e appoggiarmi a un muro, inghiottendo le lacrime. Sono molto scossa e mi è difficile fare altro che pensare a Glen, all’uomo più che all’artista. Capita molto raramente di incontrare qualcuno che sappia unire una grandezza fuori dal comune (ricordiamoci che ha vinto Oscar, Grammy e Drama Desk Award) a un’umiltà autentica. Glen era una persona gentile, generosa, presente, capace di vedere e leggere gli altri. Quello che lo rendeva speciale era la sua capacità di esserci davvero. Non importava quante persone avesse incontrato durante la giornata: quando era con te, ti dedicava un’attenzione autentica. Ascoltava con calma, con interesse sincero, guardandoti. E si ricordava chi eri e dove ti aveva incontrato. Ascoltava te come poteva ascoltare Bono, Eddie Vedder, Bruce Springsteen o la presidente irlandese. Poi c’era il suo impegno civile verso chi vive ai margini, in particolare verso i senza dimora, per i quali si esibiva anche in charity busking, coinvolgendo spesso altri artisti irlandesi e raccogliendo attenzione e fondi in modo discreto ma incisivo. Anche questo raccontava molto di lui e del suo modo di stare al mondo. Glen, vero cuore d’Irlanda… Negli anni ho avuto la grande fortuna di incrociare il suo cammino più volte. L’ho conosciuto con Once e, ancor prima, con The Commitments. L’ho visto per la prima volta sul palco nel 2012, a Londra, quando aprì per Eddie Vedder e mi folgorò. Ogni ricordo legato a lui è speciale. Nei concerti, da irlandese e poeta busker, infiammava il palco con energia, tenerezza e accoglienza. Spesso invitava con sé amici noti e meno noti, persone che poi sono diventate sue amiche, come Andrea Scarso, detto Caterino, che ho visto abbracciare da Glen come si abbraccia un fratello. Tutti i concerti di Glen erano pieni di vita, indipendentemente dal luogo e dal numero di persone davanti al palco, sul palco o per strada. Che suonasse da solo, con la sua band o come ospite di altri artisti - come Vedder, con cui ha condiviso diversi tour, o Springsteen, con cui ha suonato una memorabile Drive All Night anni fa a Kilkenny - Glen riusciva sempre a trasformare ogni momento in qualcosa di unico. Il concerto più suggestivo che abbia mai visto di Glen è stato in Irlanda, poco prima di Natale, qualche anno fa, nella piccola chiesa del paese in cui viveva. Lì, circondato dai suoi compaesani, suonò in modo intimo e struggente, mentre alcuni dei presenti, di tanto in tanto, si alzavano per ringraziarlo e il suo bambino camminava davanti a lui. Anche gli incontri sono sempre stati memorabili. Ricordo di aver parlato con lui di Joni Mitchell, amatissima da lui e da me, prima di un concerto a Lucca. Quando, durante il concerto, gli chiesi al volo Coyote, lui mi rispose “got it” e la cantò e suonò senza sbagliare una parola né un accordo, meravigliando i presenti. Ricordo anche che fu la prima persona che vidi quando, nel 2019, entrai nello stadio di Wembley per vedere gli Who. Si accorse che lo stavo guardando, mi riconobbe, mi fece cenno di aspettare, poi parlammo (anche dei suoi cari amici di Lucca, “the Skystoners”) e facemmo una foto insieme.

Una volta disse a me e ad altre due amiche che gli sarebbe tanto piaciuto avere una Vespa. La volta successiva, l’ultima, ahimè, in cui l’ho visto e incontrato, sul poster che gli feci firmare scrisse: “Angela, find me a Vespa!”. Purtroppo, non ho potuto esaudire questo suo desiderio. Tutti questi ricordi, oggi, sembrano frammenti di vita che acquistano un peso diverso: più grande, più doloroso, ma anche più delicato.

Da ragazzini ci dicono che, crescendo, dovremmo imparare ad affidarci solo a ciò che è concreto e tangibile e che la musica dovrebbe restare sullo sfondo, come semplice accompagnamento. Io non ho mai seguito questo suggerimento. Peraltro, se incontri qualcuno come Glen, capisci veramente che certe canzoni, certe parole e certi artisti possono diventare un rifugio, una cura, una presenza amica lungo la strada. Ed è per questo che ora fa così male. Perché non se ne va soltanto un grande artista. Se ne va un essere umano immenso, capace di lasciare un segno nella vita di chiunque abbia avuto la fortuna di incontrarlo, anche solo per pochi minuti. Il cuore è a pezzi, gli occhi sono pieni di lacrime e rimane un senso profondo di ingiustizia difficile da accettare. Glen, sono felice di averti visto, di averti conosciuto, di aver fatto parte, anche solo per un tratto, del tuo mondo. Manchi. Manchi tanto. E non solo a me. Lo raccontano i tanti messaggi pubblicati in queste ore, segni di quanto tu abbia illuminato la vita di tante persone. Grazie di tutto, Glen. Per la tua arte, per gli incontri, per essere stato semplicemente te stesso, e per quella luce forte e discreta che continuerà a illuminare la strada di chi ha avuto la fortuna di incontrarti. Spero che qualcuno, finalmente, ti trovi quella Vespa, di là, nella Tower of Songs.

Valeria Di Tano

Fa freddo, questo luglio. Le ultime ore di questa estate bollente sono state scosse dalla notizia della morte improvvisa di Glen Hansard. E io ho sentito un brivido: perché se n'è andato un uomo giovane, buono e bello, praticamente mio coetaneo, un musicista che, dopo aver suonato in un pub, rientrava a casa come aveva fatto altre migliaia di volte, e perché (come sempre accade quando se ne va un Artista) si viene sopraffatti dalla sensazione amara (e forse un po' egoistica) che non potrà più comporre altra musica, che non lo si potrà incontrare ai live, né agli angoli delle strade, a fare ciò che amava di più. Suonare. C'è in tutta la sua storia (da busker a premio Oscar, da menestrello ad attore) qualcosa di profondamente irlandese, rude e semplice: Glen aveva la musica tradizionale della sua terra a scorrergli nei pensieri e tra le dita, sulla chitarra, era capace di suonare ovunque e di ridere e di intrattenere il pubblico come se fosse a una festa all'aperto, tra le luci appese agli alberi e la birra a fiumi, e glielo si leggeva nella voce, anche nei live al chiuso, nei teatri. L'Irlanda e i suoi colori avvolgevano il palcoscenico non appena intonava la prima canzone e riempiva i cuori di una felicità grossa, rubiconda e gentile. Incontenibile, anche quando malinconica.

Fa freddo, questo luglio. Sembra quasi dicembre. Un giorno, in particolare: l'8 dicembre del 2023, quando, durante il funerale di Shane McGowan, cantante dei Pogues, Glen ha interpretato in suo ricordo Fairytale of New York. Ho pianto guardando quel video in cui lui, completamente vestito di nero, intona uno dei più grandi successi dell'amico scomparso, con voce densa di una mestizia dolcissima, in un crescendo liberatorio sempre più coinvolgente, celebrativo, danzante: un inno alla vita, al potere della musica e alla memoria di chi resterà sempre nella meraviglia che ha prodotto. Questa è lo spirito della Irish Wake, il cuore pulsante di una Irlanda che apparteneva a McGowan come a Glen, dove il senso di comunità e condivisione non ha confini: la musica è di tutti e per tutti, i cantori sono messaggeri di pace e di felicità, di amicizia e rispetto, di solidarietà verso i più deboli e i più fragili. Quel giorno nessuno avrebbe mai immaginato, mentre la musica riempiva gli occhi e scorreva insieme alle lacrime per McGowan, che meno di tre anni dopo lo stesso tributo sarebbe stato rivolto proprio a Glen. 

Fa freddo, questo luglio. Serve buona musica, per scaldare il cuore. Mettiamo Song of Good Hope ovunque. Suoniamola. E balliamo per lui. Fa freddo, questo luglio.

Ambrosia Jole Silvia Imbornone

«Hai gli occhi saggi, gli occhi di Atena», si ripete nell'Odissea di Nolan. Glen Hansard invece aveva gli occhi buoni e chiunque in queste ore lo ricorda come una persona buona. E buono non riesco a non associarlo a generoso, perché Glen si spendeva tanto nelle sue interpretazioni, su un palco o per strada: c'era passione, c'era energia, c'era intensità genuina che arrivava al cuore, sia quando cantava solo accompagnato dalla sua chitarra, sia quando avvolgeva nell'abbraccio di sonorità potenti e cinematiche, come ad esempio tra gli archi e le chitarre dell'ultima versione di Sure As the Rain. 

“This gift will last forever / This gift will never let you down", canta in The Gift e Glen si è sempre donato al suo pubblico con una semplicità e un talento disarmanti, con la forza di una voce che sapeva essere misurata e calda come un classico senza tempo, elegante e allo stesso viscerale. 

Grazie di tutto, Glen.

Fabrizio Fontanelli

Bewleys, Grafton Street Dublin City, 1994. Estate. Due ragazzi dialogano al piano di sopra della famosa sala da the, parlano di musica, di testi di canzoni; uno è italiano e scrive di nuove band irlandesi per la fanzine degli U2 "Backstage", l' altro viene dall' esperienza di un film di Alan Parker The Commitments e ha una band, i Frames, che il ragazzo italiano ha imparato ad amare e a seguire dopo averli visti nel Co.Tipperary in una tre giorni di musica chiamata "Feile". Da qui partono 32 anni di amicizia; il ragazzo italiano è testimone di come un'intera scena di songwriters inizi a muoversi nel difficile mondo della discografia, lasciandosi alle spalle la Busking Scene della Capitale irlandese, mantenendo intatta quell'attitudine, quel modo di conquistare le persone che frettolosamente si dirigevano verso St Stephen's Green, verso O'Connell Street, o chissà dove. Mundy lascia Grafton St. e inizia a incidere per la Sony, si occupa della colonna sonora di Romeo and Juliet, ma tutto questo non basta e viene mollato dalla casa discografica; per i Frames, dopo il primo album Another Love Song per la Island Records, stesso destino. Non tutto va per il verso giusto. Gli Hothouse Flowers incidono per la Mother degli U2 e si impongono con il loro soul bianco. Mille altre band, mille altri songwriters. Nessuno che si dispera per gli incidenti di percorso: nessuno ci vuole?, e allora restiamo indipendenti. Ogni volta che il ragazzo italiano si trova a Dublino, scopre altre band, conosce altri musicisti, compra vagonate di dischi, sfidando il peso consentito dalle leggi aeroportuali, continua a imbattersi nel cantante dei Frames, vanno ai concerti assieme, come quello di Dylan al Point Depot. 

Oggi, 32 anni dopo, il ragazzo italiano si sente solo; scorre migliaia di momenti di vita vissuta assieme al cantante dei Frames, i suoi sms dopo l' Academy Award per Once (il suo "make art!" da quel palco ancora mi risuona), i suoi live per il mondo, i tanti backstage (ci stava sempre una chitarra che girava per dare spazio a tutti gli amici), e i momenti condivisi anche sul palco dove a volte i due si ritrovavano. Glen mi ha insegnato il valore dell'indipendenza e dell'integrità, mi ha accompagnato nel mio percorso musicale, vedevo sempre in lui il cantante dei Frames di quegli anni.

Un aneddoto su tutti a proposito: Los Angeles, concerto tributo a Joni Mitchell. Glen mi rimedia posto in platea per un concerto ampiamente sold out. Vedo sfilare la storia della musica, da James Taylor, a Chaka Khan, dai Los Lobos a Norah Jones a Joni stessa, e Glen con la sua versione di Coyote. Ma alla fine del concerto Glen ci raggiunge e sceglie di stare con la sua gente, non con lo stardom, che sicuramente lo aspettava. Anche lì c'era Il ragazzo di Ballymun, Dublino Nord (stesso quartiere di Bono), lo stesso che mi raccontava le storie di quelle zone al Bewleys. Oggi il ragazzo italiano spera di tenere sempre vivo il suo ricordo, i suoi insegnamenti, cercando di diventare un essere umano sempre migliore. Grazie Glenjo.

Alberto Lanfranchi

Ci sono artisti che ami dal primo ascolto. E poi ce ne sono altri che entrano nella tua vita piano piano, quasi in punta di piedi, fino a conquistarsi uno spazio dal quale non se ne andranno più. Per me Glen Hansard è stato uno di questi. Ricordo perfettamente il momento in cui iniziai davvero a conoscerlo. Stavo tornando in auto da una site inspection di lavoro in Abruzzo e, durante quel lungo viaggio, ascoltai quasi tutte le sue canzoni. Più lo ascoltavo, più cresceva in me il desiderio di scoprire il brano successivo. Una canzone dopo l’altra, chilometro dopo chilometro. Da quel viaggio nacque la voglia di approfondire la sua musica. E da quell’approfondimento nacque un innamoramento totale. Oggi posso dire che Glen occupa un posto speciale tra gli artisti che amo di più: subito dopo Springsteen, accanto a Van Morrison e a pochi altri capaci di arrivarmi così profondamente dentro. Ho avuto la fortuna di vederlo dal vivo in un paio di occasioni. L’ultima al Vittoriale, sul lago di Garda, grazie a un bellissimo regalo di Lorenzo Semprini. Ma ciò che mi aveva conquistato non erano soltanto la sua straordinaria sensibilità musicale, quella voce capace di graffiare e accarezzare nello stesso istante e le sue canzoni meravigliose. Mi aveva conquistato l’uomo. Il suo sorriso, la sua disponibilità, il calore che sapeva trasmettere. Ebbi anche la fortuna di incontrarlo e quella breve vicinanza confermò ciò che avevo sempre percepito ascoltandolo: Glen era una persona autentica, generosa, profondamente umana.

Quando decisi di organizzare “Born to Cruise”, la crociera dedicata ai fan di Springsteen, Glen fu uno degli artisti che desiderai maggiormente avere a bordo, insieme a Elliott Murphy, Willie Nile e pochi altri. Attraverso l’aiuto di un amico cercai di contattare il suo manager per capire se potesse essere interessato. La risposta fu che Glen aveva paura delle navi. Mi dispiacque molto. Sarebbe stato fantastico averlo con noi. Non soltanto per ascoltare le sue canzoni, che avrebbero reso quel viaggio ancora più indimenticabile, ma perché sono certo che avremmo trascorso insieme giornate bellissime. Perché Glen era uno di quegli artisti capaci di abbattere ogni distanza e di farti sentire parte di qualcosa.

Un incidente è sempre terribile. In un solo istante, senza alcun preavviso, porta via una persona e lascia dietro di sé un vuoto impossibile da comprendere. Glen non era un mio amico. Non nel senso abituale del termine. Eppure oggi sento di aver perso una persona cara.

Perché la musica sa creare amicizie e legami profondissimi anche a distanza. Sa entrare nelle nostre vite, accompagnare i nostri viaggi, custodire i nostri ricordi e parlare al nostro cuore quando le parole non bastano. Glen quel legame con me lo aveva creato, e lo aveva saldato profondamente. Oggi se ne va un artista immenso, ma soprattutto un uomo buono. Il suo sorriso, la sua voce e le sue canzoni continueranno ad accompagnarmi lungo la strada. Proprio come accadde quel giorno, tornando dall’Abruzzo, quando, una canzone dopo l’altra, iniziai a conoscerlo, e, senza ancora saperlo, a volergli bene. Bird of Sorrow è una delle canzoni più intense e struggenti. Un brano che nasce quasi in punta di piedi, raccolto e fragile, per poi crescere lentamente fino a trasformarsi in un grido pieno di dolore, amore e resistenza. Al centro della canzone c’è una persona imprigionata nella propria tristezza: stanca di aspettare, incapace di reagire, legata a quel simbolico “uccello del dolore” che le impedisce di tornare a volare. Glen non la giudica e non le promette una salvezza facile. Le tende una mano, la invita a rialzarsi e le ricorda che l’amore potrà ritrovarla, se avrà ancora la forza di accoglierlo. Ma il momento più emozionante arriva nel finale. La sua voce diventa sempre più ruvida, accesa, quasi spezzata, mentre ripete che non se ne andrà. È la promessa di chi non può cancellare il dolore dell’altro, ma decide di restargli accanto mentre lo attraversa. Bird of Sorrow non è quindi soltanto una canzone sulla sofferenza. È una dichiarazione di presenza, fedeltà e speranza. Racconta che si può essere legati al dolore senza appartenergli per sempre. E oggi quel suo ostinato “non me ne vado” fa ancora più male. Perché Glen se n’è andato davvero, ma la sua voce continua a restare aggrappata a noi.

Francesca Lozito

A casa mia c’é il manifesto del tour del 2016. Quello dei due concerti a Vicar Street. L’ho fotografato e ho notato che c’é una coccinella aggrappata al vetro da alcuni giorni. Dieci anni fa, un viaggio per trovare speranza in una due giorni vissuta sotto il palco con tanti amici italiani che, come mi era già accaduto seguendo Springsteen, non mi avevano chiesto molto, ma mi avevano accolta per quello che ero, una giovane donna che voleva ascoltare musica per guardare avanti. Giornate indimenticabili. Concerti che mi avevano dato la forza per andare avanti in un momento complesso, perché la musica fa questa cosa qui. E poi c’erano gli amici perduti, come Mic Christopher e Fergus O’Farrell, di cui aveva continuato a cantare le parole. A Sesto San Giovanni nel 2013 aveva chiuso – si fa per dire chiuso, ovviamente c’era sempre un fuori programma, e quella volta andò avanti non so per quanto in giro per il Carroponte a cantare senza elettrificazione e noi con lui – dicevo, aveva chiuso con Hey Day e con Lisa Hannigan che quell’anno gli faceva da supporter.

Questo pomeriggio Louise Duffy su RTE radio durante la programmazione pomeridiana ha chiesto di ricordare il momento in cui ognuno di noi è stato segnato da una canzone di Glen. La prima, per me, è Fitzcarraldo perché ha l’Irlanda dentro. E non solo nel canto e nelle parole ma anche nei silenzi di Glen e nella musica dei suoi amici. Perché Glen esisteva nella sua luce e in quella di coloro che erano attorno a lui, a cominciare dai suoi compagni dei Frames. Ci ritroveremo, caro amato Glen. Ci ritroveremo in un posto in cui sarà un concerto ogni giorno, in ogni ora, con gli homeless che hai sempre aiutato, in una Dublino eterna, che non sarà più preda degli speculatori, e non avremo bisogno di manifestare come facesti quella volta sul tetto del NAMA building Apollo house, ma canteremo felici. Perché saremo pronti ad accogliere la sua Grazia, come hai cantato tu.

(Leggi tutto lo scritto su zuppairlandese)

Giovanna Mentasti

A mia madre piace molto raccontare di quando a nove anni ho visto Once con la mia migliore amica delle elementari. L'ho visto in DVD, sulla TV con ancora il tubo catodico, e io avevo passato tutto il film sul bordo del divano, le gambe che non toccavano terra, protesa in avanti; ancora non sapevo che, nei 17 anni successivi, la musica di Glen Hansard sarebbe stata per me una costante. È speciale potere tracciare con così tanta precisione l'inizio di una passione.

Il mio primo concerto suo è stato nel 2012, a Bologna, nel parco del Botanique festival; lo stesso spazio di erba dove dieci anni dopo festeggerò la laurea triennale della mia migliore amica dell'università. E sempre a Bologna, nei primi mesi del mio primo anno di università, avrò la possibilità di conoscerlo e bere una birra insieme dopo un suo concerto. Mi ha detto che gli piacevano le mie scarpe, un paio di vecchie Clarks impolverate, e gli ho creduto; piacciono molto ancora anche a me.

A Milano, più volte, all'Alcatraz e al Carroponte, e mi capita spesso di ricordare il momento in cui è corso dal suo - immeritato - palco laterale a quello principale, per cantare in acustico The Auld Triangle, alla fine di uno show che nessuno voleva finisse mai. Poi ad Amsterdam, dove il suo tour e il mio semestre all'estero si sono magicamente incontrati in un meraviglioso teatro pieno di olandesi, e mi sono sentita comunque a casa.

Non vedevo l'ora di ritrovarlo anche a Roma, dove ora mi sono trasferita per lavoro, il prossimo inverno. Quanto è duro sapere che quelle canzoni non risuoneranno in altre città, che dovunque andrò non mi seguiranno.

Le canzoni... Falling Slowly, la prima, su quel divano che poi abbiamo cambiato; eppure suona ancora esattamente come quel momento. Bird of Sorrow, che ha curato il mio cuore e mi ha insegnato ad aspettare l'amore che merito. When your mind's made up, che mi ha fatto capire che sono testarda, determinata e insopportabile, ma comunque non abbastanza, devo fare di peggio. This gift, che mi ha fatta crollare e mi ha rimessa insieme, perché, sarà anche la banalità delle banalità, ma la vita è davvero un dono inestimabile. E, onestamente, anche tutte le altre, perché lui è, senza ombra di dubbio, uno dei grandi cantautori della sua generazione.

È un privilegio lasciare che l'arte ci emozioni così tanto da piangere la scomparsa di una persona che non conosciamo. Però mannaggia che male.

Paolo Moretti

Gli artisti sono un po’ come i supereroi: non muoiono mai. O almeno, noi crediamo che non accadrà mai. E per certi versi è proprio così, perché le loro opere vivono per sempre. Per chi ama la musica, i cantautori, che a modo loro ci hanno regalato colonne sonore sulle quali abbiamo ballato, baciato, ci siamo emozionati, abbiamo pianto, quei cantautori sono destinati a rimanere sempre al nostro fianco nell’immaginario che abbiamo di loro. Così, quando qualcuno come Glen, che ha saputo regalarci perle, gioie, nutrire la nostra fantasia, dar corpo ai nostri sogni, farci credere che tutto è possibile grazie alla passione, se ne va all’improvviso, lasciandoci orfani della sua energia, del suo mistero, del suo saper essere così maledettamente coinvolgente e travolgente, stenti a credere che sia vero. Per certi versi la morte di un cantante che ha saputo far vibrare le corde della tua anima è come quando qualcuno ti sveglia da un sogno meraviglioso, come quando qualcosa ti si rompe dentro, svanisce.

Glen è stato più di un cantautore: lui era un busker, che, con una chitarra e quella sua incredibile voce, sapeva trasformare una strada, una piazza, un pub, un teatro, uno stadio in una festa di sorrisi.

Carlo Puddu

A leggere il pensiero che arriva da ogni parte del mondo, si ha davvero la sensazione che abbiamo perso qualcosa di enorme. Il fatto che persone come Bono, Bruce Springsteen, Patti Smith, Barack Obama, insieme a migliaia di musicisti sconosciuti, busker, fan e semplici persone che avevano avuto la fortuna di incrociarlo anche solo per un istante, riconoscessero in Glen Hansard qualcosa che custodivano nel cuore, dice molto. Perché quella cosa, normalmente, non la si incontra quasi mai. La sua era una presenza quasi sovrumana. Probabilmente incarnava ciò che tutti, in fondo, vorremmo che il mondo fosse. Lo aveva nella musica, nello sguardo, nel sorriso, nelle parole. Lo aveva nella convinzione ostinata che si dovessero fare cose belle, condividerle, renderle contagiose. Non sorprende che oggi tutti piangano un amico. Non stanno piangendo soltanto un artista straordinario. Stanno piangendo la prova vivente che un essere umano così potesse davvero esistere. In un mondo governato da uomini mostruosi, Glen era conforto e slancio. E lo era con una naturalezza assoluta, senza mai mettersi in posa, senza vanità. Era semplicemente il suo modo di stare al mondo: profondamente consapevole della bellezza della vita, nonostante il dolore, le perdite, le malattie, le guerre, l'odio. Io ci ero dentro completamente. Oggi probabilmente ci direbbe che non è scomparso, perché nessuno scompare davvero. Direbbe che è semplicemente diventato più grande. E lo direbbe scoppiando in quella sua risata ironica, profonda, piena di consapevolezza. È stato detto che a volte sembrava impossibile che potesse esistere davvero una persona così. E invece esisteva.

Qui, a Lucca, ci ha insegnato che è possibile portare una nave in cima a una montagna solo per il gusto di farlo. Per la meraviglia. Per condividere qualcosa di bello. Per dimostrare che anche ciò che appare assurdo o inutile può diventare un gesto capace di cambiare lo sguardo delle persone.

Per Glen la bellezza non era un lusso. Era una responsabilità. E la condivisione non era un gesto: era un modo di abitare il mondo. Glen Hansard era uno di quei rarissimi esseri umani che sembrano appartenere a un'altra dimensione. Un Jedi. Un angelo custode. Uno dei guardiani della Terra.

Uno su un miliardo. E continuerà a esserlo. Perché ogni volta che qualcuno ascolterà una sua canzone, qualcosa di bello tornerà a propagarsi. Qualcosa di buono continuerà a mettere in movimento i cuori, ad alzare gli spiriti e a ricordarci che la gentilezza è una forma di coraggio. E saranno lacrime e sorrisi. Perché questa era la sua magia. Il suo super potere.

Vittorio Puglia

Pochi, anzi pochissimi artisti riescono a entrarti nell'anima e darti tutto, raccontarti tutto, trasmetterti tutto. Glen è un antidivo per eccellenza, non solo un artista, ma un amico con cui cantare per strada, Dublino, Noto, Madrid o New York è indifferente: l'importante è stare tra la gente e con la gente. Ricordo quando, dal palco del Dal Verme, disse: "eh sì! con ognuno di voi ci siamo già visti prima del concerto": un uomo generoso, oltre che un genio assoluto. Quei quattro biglietti per il concerto di Perugia rimarranno nel cassetto. Ci mancherai, Glen.

Andrea Scarso

Il giorno del concerto di Bologna, il mio amico Mario, notaio di Vicenza, mi chiede di accompagnarlo al concerto di Glen, e, a un certo punto dello spettacolo, Glen dice "Mi dispiace per quelli che vogliono vedere il concerto seduti, ma a me farebbe più piacere vedervi in piedi davanti al palcoscenico"; naturalmente mi precipito davanti, prendo i miei shaker dalla borsa piena di strumenti - che era passata indenne al controllo - e inizio a shakerare come non ci fosse domani. Lui vede e mi chiama sul palco, con un sorriso che va da un orecchio a un altro... all'ultima canzone mi dice: "Cos'hai da fare per il resto del tour?" Da allora, Glen è entrato a far parte del mio DNA...

Lorenzo Semprini

Raramente ho conosciuto e incontrato una persona splendida, umile, gentile, disponibile e talentuosa come Glen Hansard. Ogni ricordo legato a lui è qualcosa di speciale e purtroppo, da oggi, irripetibile. Il cuore è devastato, letteralmente, gli occhi pieni di lacrime e il senso di ingiustizia altissimo.

Un abbraccio alla sua famiglia e al piccolo Christy, che ha perso una persona meravigliosa e un padre speciale.

C'è un momento in cui Glen ha duettato con mio figlio Liam, a Valencia nel marzo 2017. Liam aveva solo un anno e mezzo! Dopo essere stato buono per tutto il concerto, verso la fine inizia ad agitarsi. Glen decide di fare due brani senza amplificazione: Say it to me now e Song of good hope. Verso la fine di Song of good hope sulla nota finale (accordo di SOL), Liam emette un urlo, lamento, gemito (in perfetta tonalità) nel silenzio assoluto, facendo ridere tutto il locale e lo stesso Glen che sorride ed alza il pollice. A fine concerto, anche con un po' di timidezza, lo avviciniamo e confessiamo che era lui il "colpevole".Lui prende il cd e gli scrive una dedica:"Liam, raise up your voice up skyward!".

Voglio ricordare Glen per questa piccola cosa, in mezzo ai momenti indimenticabili vissuti con lui sul palco. Che la tua anima resti a lungo tra di noi, perché ne abbiamo bisogno.

So, roll the dice, boy

'Cause my money's on you

Take my advice now and put your money down too

Because there's something in the eye you can't pretend

And may your winning streak

May it never end...

Giovanni Sottosanti

Quando sei inconsapevole, è tutto più semplice, perché non sai quello che ti aspetta. Poi ti arriva addosso qualcosa che non sai definire a parole, perché fa decisamente rima con Bellezza e Felicità. Qualcosa che ti esplode dentro e a cui non sai dare facilmente forma, nome e colore. Quella sera era inverno e faceva freddo; andai al concerto di Glen più per curiosità che per convinzione. Poi quello che andò in scena dentro l'Auditorium Parco della Musica di Roma è scolpito per sempre nel cuore di tutti i presenti. Quel funambolico rosso irlandese barbuto fece ballare anche le poltroncine della Sala Sinopoli, in una sarabanda inarrestabile di fuochi d'artificio, tra irish folk, ballads, rock, soul, sfuriate elettriche, fiati e intermezzi da marching band. Arrivò forte, chiaro e diretto un messaggio di gioia, amore, fratellanza e condivisione. Quella sera tornai a casa con la consapevolezza che ci saremmo rivisti più volte lungo il cammino. E ogni volta ha lasciato un segno indelebile, sempre nuovo, sconvolgente e diverso. Come fosse la prima volta, come quel giorno d'inverno in cui faceva freddo. In oltre dieci anni di frequentazione dei suoi concerti, non ho mai avuto la fortuna né il piacere di avvicinarlo direttamente. Ma forse non serviva, per lui parlavano i suoi occhi, il suo cuore e la sua anima.

Slán leat, Anima Grande.

Franco Valsecchi

“C’è chi ama Glen Hansard e chi non lo ha mai visto dal vivo”. Questa frase, notoriamente riferita a Springsteen, si può facilmente applicare a Glen Hansard e rende perfettamente l’idea di cosa significasse assistere a un suo concerto. Perché Glen non ti presentava soltanto le sue canzoni, lui a cantarle sul palco e tu, pubblico, sotto il palco ad ascoltarle. No, lui le stava cantando proprio per te e il tuo gruppo di amici, come se si fosse in un pub di Doolin, lui fosse arrivato lì con una chitarra e, davanti a una pinta di Guinness, ti raccontasse le sue storie: la sua vita ma anche la tua, con i sogni, i desideri, i rimpianti per quel che non è andato per il verso giusto, le speranze. 

Assistere a un suo concerto, anche se di fronte a migliaia di persone, era sempre un’esperienza intima; un incontro tra te e lui, tra il tuo gruppetto di amici e i musicisti sul palco, i suoi amici. Forse questo spiega come mai ci siano tante voci che piangono Glen: perché piangiamo un amico, prima che un ottimo musicista.

Suggeriamo qualche articolo di Mescalina sul suo percorso nei decenni:

The Commitments (film)

The Swell Season, Once, 2007

Burn The Maps (Frames, 2005)

Frames live a Milano, 28/11/2006

The Cost (Frames, 2007)

Glen Hansard: live

live a Bologna, 18/07/2012

live a Milano, Lime Light, 20/02/2013

live a Milano, Carroponte, 6/7/2013

con Eddie Vedder, Barolo, Collisioni Festival, 17/06/2019

live a Gardone, Vittoriale, 26/7/2019

live a Roma, Parco della musica e Bologna, Teatro Manzoni, 12 e 13/11/2019

live a Peccioli, Anfiteatro, 1/7/2023

live a Milano, Teatro dal Verme, 12/11/2023

live a Roma, Auditorium Parco della Musica, 30/6/2024

Dischi:

Didn't He Ramble, 2015

Between Two Shores, 2018

This Wild Willing, 2019

All That Was East Is West of Me Now, 2023

Don't Settle - Transmissions East, 2026

Don't Settle - Transmissions West, 2026

Questa è Dublino in questi giorni (grazie ad Alice Cavinato):

Finiamo con questa sua incredibile interpretazione di The Parting Glass; alziamo i calici, e ringraziamo la vita per aver incontrato sulla nostra strada Glen.

FOTO COVER VITTORIO PUGLIA, Peccioli, 1 luglio 2023. FOTO GALLERY ROBERTO SASSO, Vittoriale, 2 luglio 2024.