The Frames The cost
2007 - Anti
“The cost”, sesto disco della band di Glen Hansard, era uscito in Irlanda nel settembre dello scorso anno ed era stato seguito da un tour promozionale che aveva toccato anche l’Italia destando finalmente qualche interesse tra i media italiani.
Da allora più nulla, nonostante la promessa di un ritorno a breve con un numero più consistente di date. L’album poi ha dovuto attendere fino a febbraio 2007 per essere distribuito e ancora adesso non è che sia molto reperibile.
Pare proprio che dalle nostre parti i Frames trovino sempre la strada sbarrata (non è così in Irlanda e non è così negli States per esempio). Peccato perché chi li ha visti dal vivo ne è rimasto entusiasta e chi ha sentito i loro dischi ha potuto solo apprezzarne la qualità.
Il fatto è che i Frames non sono sfacciatamente brit come gli Oasis, né evanenscenti come i Coldplay né tantomeno sperimentali come i Radiohead: sono una band intelligente e di qualità, che cerca di suonare personale senza puntare a novità o ad estremizzazioni. Forse per questo non fanno breccia.
Ma se cercate un pop-rock equilibrato, suonato come si deve, con sprazzi di melodie, slanci rock e arrangiamenti ricercati, allora Hansard & Co. fanno al caso vostro. Fossero stati dei ragazzini chissà, ma i Frames sono una band matura e basta prendere “The cost” per rendersi conto di come sanno sviluppare la brillantezza del pop.
L’attacco di “Song for someone” echeggia il Neil Young più introspettivo, ma non ci mette molto a procedere secondo il tipico modo di far crescere i pezzi della band fatto di forza e allo stesso tempo di eleganza: grazie all’apporto del violino il finale si fa orchestrato e sfocia in una palpitante “Falling slowly”. Ancora una volta la caratteristica distintiva della band è il canto di Glen Hansard, capace di produrre parti toccanti e di salire sul soul con decisione anche quando sfiora il falsetto. La prima parte della scaletta è eccelsa con una “People get ready” che fa da manifesto all’intero album e una “Rise” che è un altro pezzo che trema sotto pelle.
Registrato in Francia e masterizzato a New York, il disco ha un suono moderno e conferma il livello internazionale dei Frames.
Splendida anche “Sad songs” che sembra girare placida ma è una ottima pop-song così come “True” che cresce su un tappeto acustico e qualche tocco di piano o la title-track imperniata sui tremiti della chitarra elettrica.
Le canzoni dei Frames si fanno aspettare e procedono senza ansia, mirando all’anima del pop e, quando arrivano al cuore dell’ascolto, rapiscono come il miglior soul.
È richiesto solo un minimo di pazienza prima per procurarsi i loro dischi e poi per goderseli.
Da allora più nulla, nonostante la promessa di un ritorno a breve con un numero più consistente di date. L’album poi ha dovuto attendere fino a febbraio 2007 per essere distribuito e ancora adesso non è che sia molto reperibile.
Pare proprio che dalle nostre parti i Frames trovino sempre la strada sbarrata (non è così in Irlanda e non è così negli States per esempio). Peccato perché chi li ha visti dal vivo ne è rimasto entusiasta e chi ha sentito i loro dischi ha potuto solo apprezzarne la qualità.
Il fatto è che i Frames non sono sfacciatamente brit come gli Oasis, né evanenscenti come i Coldplay né tantomeno sperimentali come i Radiohead: sono una band intelligente e di qualità, che cerca di suonare personale senza puntare a novità o ad estremizzazioni. Forse per questo non fanno breccia.
Ma se cercate un pop-rock equilibrato, suonato come si deve, con sprazzi di melodie, slanci rock e arrangiamenti ricercati, allora Hansard & Co. fanno al caso vostro. Fossero stati dei ragazzini chissà, ma i Frames sono una band matura e basta prendere “The cost” per rendersi conto di come sanno sviluppare la brillantezza del pop.
L’attacco di “Song for someone” echeggia il Neil Young più introspettivo, ma non ci mette molto a procedere secondo il tipico modo di far crescere i pezzi della band fatto di forza e allo stesso tempo di eleganza: grazie all’apporto del violino il finale si fa orchestrato e sfocia in una palpitante “Falling slowly”. Ancora una volta la caratteristica distintiva della band è il canto di Glen Hansard, capace di produrre parti toccanti e di salire sul soul con decisione anche quando sfiora il falsetto. La prima parte della scaletta è eccelsa con una “People get ready” che fa da manifesto all’intero album e una “Rise” che è un altro pezzo che trema sotto pelle.
Registrato in Francia e masterizzato a New York, il disco ha un suono moderno e conferma il livello internazionale dei Frames.
Splendida anche “Sad songs” che sembra girare placida ma è una ottima pop-song così come “True” che cresce su un tappeto acustico e qualche tocco di piano o la title-track imperniata sui tremiti della chitarra elettrica.
Le canzoni dei Frames si fanno aspettare e procedono senza ansia, mirando all’anima del pop e, quando arrivano al cuore dell’ascolto, rapiscono come il miglior soul.
È richiesto solo un minimo di pazienza prima per procurarsi i loro dischi e poi per goderseli.
