Eddie Vedder

Eddie Vedder

Barolo / Collisioni Festival 2019


17/06/2019 - di Laura Bianchi
Il sole splende sui filari delle Langhe. Il sole splende sulle schiene delle migliaia di uomini e donne che affollano Piazza Colbert a Barolo, per la prima serata dell’undicesima edizione del Festival Collisioni, dedicata a Eddie Vedder e al suo grande amico Glen Hansard. È evidente che la maggioranza di loro attenda il front man dei Pearl Jam, che stavolta propone un concerto solo con un quartetto d’archi olandese, i Red Limo String Quartet; è evidente anche per Glen Hansard, a cui spetta l’onore e l’onere di aprire per Vedder. Difficile è farsi strada fra i gusti di ascoltatori che non sono accorsi a sentire lui; Hansard però, da navigato busker, con incorporato un termometro misura-energia-del-pubblico, lo sa; e pensa bene di giocare di anticipo, confessando, con notevole autoironia, di aver incontrato, nel corso della giornata, solo persone con magliette dei Pearl Jam, e ringraziandole per averlo comunque tenuto in considerazione. Il sudato e accalcato pubblico di Barolo apprezza, e, dopo un iniziale momento di diffidenza, si lascia conquistare dal pugno di canzoni proposte dal premio Oscar Hansard, che a sua volta ringrazia anche Ed Sheeran per averlo iniziato all’uso del campionatore associato alla chitarra (this mysterious machine!, esclama brandendo la sua caratteristica chitarra bucherellata di Once). Particolarmente apprezzate le sue Shelter me, dedicata a un senzatetto di Firenze, la cui storia lo ha particolarmente colpito, la conclusiva This gift, col duetto con una ragazza presa dal pubblico, e Her mercy, a cui Hansard incorpora la springsteeniana Drive all night, significativo viatico per il set seguente, che comprenderà moltissime cover, a sottolineare la forte appartenenza dell’artista di Seattle a una linea rock definita e inconfondibile.

Mentre il sole cala, e una lunga (forse troppo lunga) pausa separa il set di Hansard da quello di Vedder, l’attesa invece sale; e, quando l’artista di Seattle guadagna la scena, l’intera piazza pare esplodere in un boato liberatorio. La luna piena, l’estate incipiente, il contesto così italiano, fra alberi e case, le colline delle Langhe sullo sfondo, il Barolo di qualità, che Vedder a un certo punto brandisce come un trofeo, tutto cospira a potenziare la performance musicale e vocale di una forza inusitata, di vibrazioni speciali, di un’intimità straordinaria, soprattutto se si pensa che si tratta di un rapporto di migliaia di persone con un artista solo su un palco, corredato da un organo, con due stivali alla Elton John, e, ai lati, da figure femminili con un cappello formato da birilli.

In una dimensione quasi teatrale, che sicuramente in un teatro si avvantaggerebbe di un maggior raccoglimento, a prova di spettatori intemperanti e esuberanze fuori luogo, Vedder sciorina una serie impressionante di brani – perle: dall’omaggio iniziale all’indimenticato Warren Zevon, a quello all’amico e ispiratore Tom Petty, fino ai Clash, l’artista sembra ribadire da dove viene, ma, forse, anche dove ha intenzione di andare: verso una dimensione più concentrata, meno rock nel senso plateale del termine, ma più rock nel senso profondo, ossia, ricca di sfumature, aperta a contaminazioni, meno muscolare forse, ma più umana.

Per questo, crediamo, ha scelto Hansard come sparring partner, per proporre, nella parte conclusiva del concerto, alcune delle canzoni più belle e dense di significato del songbook del dublinese, come Song of good hope, così intensa, da cantare braccia al cielo, oppure Falling slowly, trasformata, da duetto melenso strappaOscar, a riflessione di due uomini alle prese con la vastità di un amore, e scintillante di voci mai tanto in sintonia, fino a una Society, che, oltre a essere una grande prova di bravura chitarristica e vocale, rappresenta anche una precisa presa di posizione di due artisti in sintonia anche sul piano ideologico e sociale.

Ma anche le proposte del solo Vedder non sono da meno, e marcano una scelta precisa: non la canzone tour première a tutti i costi, ma brani curati, spesso sorretti dall’arrangiamento degli impeccabili Red Limo String Quartet, che rivisitano con sfumature nuove suggestioni spesso decennali, come Just Breathe, o Black, mentre Long Road, o Last kiss, emozionano i fans della prima ora, e costituiscono anche una sorta di percorso attraverso l’evoluzione di un artista dalla voce superba e dall’umanità eccelsa.

Ad accomunare i due performers, infatti, sono l’immediatezza, la genuinità e la ricerca di un contatto sincero col proprio pubblico, che si nutre di ironia, autoironia, intelligenza, sensibilità, umiltà e riconoscenza; prova ne sono i dialoghi e i brindisi con le prime file, i racconti esilaranti su una zanzara che ha punto Vedder, ma si è ritrovata ubriaca, per aver assorbito più vino che sangue, o quelli, emozionanti, su quanto sia importante per loro sapere che il loro pubblico stia sempre loro vicino e li supporti.

Non solo bravura tecnica, quindi, né sapienza vocale; il concerto finisce, due ore e mezza dopo l`inizio, con una trionfale e iconica Rockin’ in the free world, e un Vedder che quasi si scusa per non poterlo prolungare oltre l’orario concordato, attardandosi nel salutare tutti, come se non avesse voglia di allontanarsi, ma, nel cuore di chi torna a guardare per un’ultima volta il palco, resta la certezza di aver assistito a un evento irripetibile, ben lontano dai set asettici e plastificati delle pop star, ma grondante battiti cardiaci, vino, sudore, emozioni e vita.


SETLIST GLEN HANSARD
Say it to me now

Don`t settle

Shelter me

When your mind`s made up

Grace beneath the pines
I`ll be you, be me
Her mercy / Drive all night snippet
This gift

SETLIST EDDIE VEDDER

Keep Me in Your Heart (Warren Zevon
Don’t Be Shy (Cat Stevens)
You’ve Got to Hide Your Love Away (Beatles)
Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town (Pearl Jam)
I Am Mine (Pearl Jam)
Brain Damage (Pink Floyd)
Sometimes (Pearl Jam)
Good Woman (Cat Power)
Wishlist (Pearl Jam)
Indifference (Pearl Jam)
Far Behind
Long Road (Pearl Jam)
Guaranteed
Can’t Keep (Pearl Jam)
Just Breathe (Pearl Jam)
Better Man (Pearl Jam)
Last Kiss (Wayne Cochran)
Porch (Pearl Jam)
Jeremy (Red Limo String Quartet)
Isn’t It a Pity (George Harrison)
Unthought Known (Pearl Jam)
I Won’t Back Down (Tom Petty)
Black (Pearl Jam)
Sleepless Nights (Everly Brothers)

ENCORE 1:
Song of Good Hope (Glen Hansard)
Falling Slowly (Swell Season)
Society (Jerry Hannan)
Should I Stay or Should I Go (Clash)
Hard Sun (Indio)

ENCORE 2:

Rockin’ in the Free World (Neil Young)



Eddie Vedder Altri articoli