L`ultima casa accogliente<small></small>
Italiana • Alternative

The Zen Circus L`ultima casa accogliente

2020 - Polydor /Universal

21/11/2020 di Arianna Marsico

#The Zen Circus#Italiana#Alternative

“Il nostro corpo è l’ultima casa accogliente, l’unica navicella spaziale in grado di farci viaggiare attraverso l’universo dell’esistente. Un corpo trasparente, visibile e vulnerabile che celebriamo con nove canzoni fatte di testa, cuore e polmoni. Case che possono essere sia rifugi che prigioni, circondate da tante altre e tutte diverse, a formare questa enorme metropoli chiamata umanità”.

Così The Zen Circus raccontano L’ultima casa accogliente. Esce in un anno, il 2020, in cui le case sono diventate un rifugio e una trappola, pur essendo stato composto in buona parte prima del lockdown. Esce in un anno in cui per forza di cose il loro modo di rapportarsi con chi li ama, così fisico, fatto di sudore sul palco, di abbracci alle presentazioni, viene stravolto e costretto a limitarsi a presentazioni online. Come ha giustamente detto Ufo durante una diretta organizzata per il giorno dell’uscita del disco: “Siamo qua perché non possiamo essere là”. Quel là dove c’è chi con loro ci si è laureato e cresciuto e chi li ha conosciuti dopo il Festival di Sanremo (2019), tante persone diverse accomunate dall’essere attratte dalla loro sincerità, dal sapere essere inguaribili cazzoni mentre i testi fotografano una nuova maturità artistica e le note si fanno meno rabbiose rispetto a un brano come Gente di Merda (da quel gioiellino busker di Andate tutti affanculo nel 2009). Una rabbia che si attenua semplicemente perché subentra quella che è una parola chiave del disco: accettazione. Di quello che si è, di quello che si è stati, del non volersi negare nuove possibilità, anche e soprattutto quella di essere felice (o almeno provarci).

Su questo è esemplare un brano come Non, stranamente non presentato come singolo (almeno fino ad oggi). Un crescendo di note e una scrittura che scava come una lama sottolineano un doloroso processo di crescita. “Non ero io dentro al tuo corpo / non eri tu a tenermi dentro / non ero io, non eri tu / Il sangue che mi esce dal corpo / è mio soltanto se lo riconosco / sei una ferita aperta dentro cui viaggiare / tu non mi abbandonare / Salvami dai mostri, dal mondo / salvami da quello che voglio / il male profondo / dalla morale, dall’obbedienza / dalla normalità fatta sentenza / dalla vergogna, dall’efficienza / la sicurezza, la sufficienza”. Come ha raccontato Appino, è una conversazione con “il bambino che ero” e che freudianamente parlano deve morire.

Viene in mente Questione d'orario (“Anche se lui non è più nel suo grembo/Sente ancora il cordone ombelicale/è normale, anormale, è normale”), contenuta ne Il testamento, esordio solista di Appino (2013). E la sensazione è che certi nodi emotivi di quel disco intensissimo trovino ne L’ultima casa accogliente una qualche forma di soluzione.

Inizia già in Catrame, dove quell’infanzia cantata in Figlio di puttana (2008) ritorna, con sonorità per certi versi vicine, compresa la presenza delle sigarette. Ma c’è la consapevolezza che ora certe cose possano fare male e mettere a repentaglio quelle persone che non ci siamo scelte ma a cui siamo comunque indissolubilmente legati:Io sono nato in una casa fatta di catrame / negli anni in cui fumare incinta non faceva alcun male / Il fumo entra nei polmoni e nei polmoni rimane / come il tumore che vorrebbe uccidere mio padre”.

Racconta a tal proposito Appino: “È andato tutto bene, per fortuna, ma ci tenevo a mettere quella parola – tumore – nel testo: ci avevo già provato qualche anno fa, ma non ci ero riuscito, questa volta mi sono detto che era importante”. Infanzia e rapporto con quelle Catene che tornano in Come se provassi amore, dove la batteria di Karim sembra restituire un cuore che confuso riprende a vivere battendo all’impazzata. Al mondo umile da cui gli Zen provengono e al ritorno alla vita del padre di Appino dopo la malattia è dedicata Ciao sono io. Dietro suoni da divertissement in salsa rhythm and blues ci sono acquarelli di scene di vita e di lavoro. Il lavoro necessario ma che può rendere alienati e i meccanismi che possono intrappolarci sono temi cari ai nostri. Basti pensare a Nati per subire (2011): “Nato già fregato, amato e poi dimenticato/Con la camicia blu ed il colletto inamidato”. O ancora al brano solista di Appino Il lavoro mobilita l’uomo (2013): “Un lavoro che non hai pagato/In altra valuta è il salario/Non sei certo tempo sprecato/Ma troppo fiscale è l'orario”.

Tremula come la fiammella di una candela, tra brani che sembrano pronti ad incendiare i palchi (perché la dimensione live nella musica è la sua vera essenza, non dimentichiamocelo anche in questi periodi di dipendenza forzata dallo streaming), si fa spazio Appesi alla luna, nata durante un viaggio a Lisbona di Andrea per riprendere fiato dopo il turbinio sanremese: “Silenziosa, taciturna e solitaria come la luna che illumina i saliscendi dell’esistenza, che dopo una moltitudine di gradini si scontra nella mattina, facendoci sentire trasparenti in una città piena di persone, chiedendoci quanto di noi si possa rispecchiare in ognuna di quelle anime”.

Bestia rara, ricca di chitarre filtrate che accompagnano la discesa in un Inferno privato, trae ispirazione dal documentario di Antonello Branca Storia di Filomena e Antonio, e la storia della coppia di giovani tossicodipendenti diventa un’occasione per parlare di autodeterminazione femminile, di come il corpo femminile non sia sempre e soltanto un grembo accogliente ma di come possa essere sede di pulsioni e contrasti. E di come essere fuori dagli schemi possa costare caro (a chiunque, uomo o donna che sia).

 “Le lacrime sono lo sciogliersi del ghiaccio dell'anima. E a chi piange, tutti gli angeli sono vicini”, scriveva Hermann HesseGli ultimi tre brani sono per certi versi la trilogia del disgelo di un’anima per la quale “lo stomaco ha il cuore di chi ha il cuore congelato” (Sono umano, 2018). Cattivo, a dispetto del titolo segna le prima incrinature sulla superficie di una maschera che cercava di tenere alla larga un’emozione: “ma io non provo nulla /e non credevo di averne voglia”. Un imperfetto che è un passato sconfitto. 2050 sempre prendere per mano Ilenia (parli come una bambina con un accento strano” sembra rivolgersi a quella crisalide che di sé affermava Ma non ho voglia di spiegare/Che poi in realtà so anche parlare/Ma non si capisce bene”) e con lei delle parole che sembravano impossibili da dire: Ti voglio bene, lo dico molto raramente / come è stato raro incontrarti fra la gente”.

L’ultima casa accogliente concretizza quell’amore che in Catene si provava ad immaginare dentro una chitarra. È una canzone d’amore che a livello sonoro sembra fare di tutto per non mostrarsi come tale con suoni che nulla hanno a che vedere con le ballad. Le sirene di Karma police (1997) sembrano voler turbare la ricerca di un approdo sicuro. Eppure, il brano, dietro un nome che riprende quello di un bar di Livorno, è proprio questo: una petrosa Itaca a cui approdare. Ha raccontato Appino che “L ’ultima casa accogliente è il mio corpo nel suo incontrarsi con quello di un’altra persona, con tutto il bene che ne deriva”. Chi spunta dal nulla come questo camionè “un frontale ti salva la vita, a volte è necessario”, strappa il velo di Maya a cui ci si era aggrappati per negarsi la possibilità della felicità. È una presa di consapevolezza a tratti terrorizzante, come inquiete sono le sonorità del brano. Ma è un brivido che diventa soffio vitale.

L’ultima casa accogliente ora va ascoltata in solitaria, canticchiando tra sé e sé. Ma è un regalo bellissimo in cui ritrovare i propri timori e tremori in un anno così difficile, prima di ritrovarsi in “quell’abbraccio conosciuto” sotto (e sopra delle volte)  il palco, senza distanze e senza filtri.

 

 

 

Track List

  • Catrame
  • Appesi alla Luna
  • Come se provassi amore
  • Non
  • Bestia rara
  • Ciao sono io
  • Cattivo
  • 2050
  • L’ultima casa accogliente

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