The Zen Circus

The Zen Circus

Roma, Atlantico Live


02/12/2016 - di Arianna Marsico
C’è stato un momento, durante la data romana degli Zen Circus, che ha la capacità di condensare le origini del gruppo e quello che sono ora e forse saranno. E’ stato quando Karim ha abbandonato la batteria per la washboard durante Mexican Requiem e Ragazzo eroe ed è anche sceso a più riprese dal palco.  Perché riporta agli inizi, quando il gruppo suonava per strada. Perché mostra in qualche modo  la possibile evoluzione del suono del gruppo. Un suono che punta ad essere esplosivo, carico di tensione, rabbia, sarcasmo e gioia di suonare, una gioia di suonare sul palco restata immutata, se non cresciuta, nel corso degli anni. Un suono che la presenza del Maestro Pellegrini sul palco rende carico ma anche più pulito.

Il concerto è iniziato subito con l’artiglieria pesante: La terza guerra mondiale, Canzone contro la natura e Gente di merda. Con il volto più arrabbiato, che poi si stempera però nel sorriso con cui Appino chiede quanti ventenni ci siano tra i presenti prima di attaccare Vent’anni.

C’è intatta la voglia di scherzare, di prendere in giro i presenti,  soprattutto con Pisa Merda, che è un trionfo del basso di Ufo, che è il più propenso a scherzare, a dire che vede tutti un po’ stanchi (con Karim che gli fa esco dicendo che la band è stanca e vuole andare a vedere Narcos)e fa “facciamogli una ballata allora”.

Ballate che effettivamente con l’ultimo disco La terza guerra mondiale, sono arrivate e quindi non sono mancate in scaletta.  L’intensa Non voglio ballare e soprattutto L’anima non conta sono accolte come se fossero pezzi storici. Con la seconda poi sembra davvero quasi che ci sia un’orchestra sul palco, ed invece ci sono solo loro quattro, e c’è un’energia in circolo davvero rara.

Dopo gli  auguri Canzone di Natale, con tanto di invito a scambiarsi il segno di pace (“Il papa fa un sacco di sold out” dirà Ufo), arriva Nati per subire, indelebile come un tatuaggio, ma stavolta non conclude il concerto.

Ad impreziosire la serata, e a rimarcarne questo sapore di calda miscela di passato,  presente e futuro ci sono tre ospiti sul palco non scelti a caso. Il primo è Giovanni Truppi con la dolcissima Ti voglio bene Sabino che acquista un sapore busker. Poi è la volta di Motta, in passato a lungo il quarto Zen sul palco, con La fine dei vent`anni,  che dei ragazzi dice “ per sceglierli  ci ho messo dieci secondi”. E l’abbraccio con Appino conferma che non sia una frase di circostanza.

E poi arriva lei la regina. Nada, radiosa e raggiante, felice di stare sul palco con tutti e sei (gli Zen, il Maestro e Motta). Un volto che è un’emanazione di gioia, un volteggiare nei passi che rendono Senza un perché una gemma di grazia e leggerezza.

Gli amici salutano e arriva Viva. Un brano che ogni volta che lo si sente è sempre più bello, che dal vivo spacca sempre il cuore. Uno di quei pezzi dal sapore definitivo e quasi profetico con il referendum costituzionale alle porte.

Un pezzo con il quale si potrebbe chiudere il concerto perché dare di più a questo punto diventa difficile. Andrà tutto bene  così posizionata un po’ sfigura, ma la sua lunghezza diventa occasione per Appino per fare stage diving e per tutti per un lungo saluto.

“Si stette bene”, dirà Ufo. Ed è proprio vero.

 

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