The Zen Circus

The Zen Circus

Vivi si muore (ma anche vivi si supera Sanremo)


14/02/2019 - di Arianna Marsico
Alla Feltrinelli di Via Appia a Roma The Zen Circus, con Federico Guglielmi, ci raccontano di questi venti intensi anni e di Sanremo, sempre con il loro sorriso e la loro ironia.
The Zen Circus, dopo il tour de force sanremese, tornano, come hanno scritto loro stessi, “nel mondo della carne e delle ossa”. E lo fanno nel loro inconfondibile stile, trasformando ogni presentazione negli store Feltrinelli in una festa. La tappa romana, l’ultima, non è stata un’eccezione. A differenza di come di solito capita a chi svolge il ruolo di moderatore, Federico Guglielmi (che mostrerà la copertina del numero del Il Mucchio del 2009 dedicato proprio ai ragazzi, con le prime foto fatte loro da Ilaria Magliocchetti Lombi, da allora spesso a fianco della band con il suo obiettivo), davvero divertito, sembra l’amico che alla feste capita di rivedere dopo che ne sono successe di belle. E di belle ne sono successe. L’esibizione sul palco dell’Ariston e l’esperienza di vivere da dentro il Festival di Sanremo in fondo non sono cose che capitino tutti i giorni (anche se a domanda di Guglielmi su chi li avesse conosciuti grazie alla manifestazione, solo una persona alzerà la mano). Stanchi ma felici, raccontano senza alcun snobismo di essersi davvero trovati bene con tutti, realizzando che in fondo ognuno cerca di esprimersi come ritiene opportuno. Compiangono Nek per essersi ritrovato sempre con loro, anche se la sua presenza è stata utilissima per districarsi nelle dinamiche e i rituali festivalieri, prima tra tutti la passeggiata sul red carpet. Affermano di non aver avuto la presunzione di portare la qualità a Sanremo, “che se la qualità sta nelle mani degli Zen Circus il paese sta messo davvero male”. Commentano ironicamente le polemiche sulle votazioni agli interrogativi che Guglielmi (riferendo dell’intervista a  Mauro Pagani) solleva, quando Karim afferma che basta fare “come si fa in Burkina Faso da cinque anni, che il vincitore lo sceglie direttamente il Ministro degli Interni”.

Ognuno racconta alcuni dei propri ricordi di questi vent’anni, come Appino che ricorda di aver visto Ufo per la prima volta sul palco di un centro sociale mentre spaccava il basso in testa al batterista ubriaco (a precisa domanda da una ragazza del pubblico sullo stato di salute di quest’ultimo, Ufo ci ha tenuto a precisare che sta benissimo e meglio di tutti noi). O dell’acquisto della prima auto vera e propria, dopo anni a guidare furgoni mezzi scassati per i tour degli Zen. O del Maestro Pellegrini a cui sembravano poche le persone alle serate all’Alcatraz di Milano andate sold out, che il locale gli sembrava piccolo.

Il tempo però è tiranno e quindi stop ai ricordi per lasciare spazio alla musica. In omaggio agli esordi busker spesi suonando in strada, eccoli suonare, con Karim armato di  scatola di cartone e spazzole, passando in mezzo a tutti. E allora sì che è festa davvero e una libreria si trasforma nel Macchia Nera di Pisa, nel fu Circolo degli  Artisti a Roma e in qualunque posto abbiano suonato in vent’anni. Vent’anni per l’appunto apre le danze, cantata a squarciagola da tutti come Non voglio ballare.  In teoria dovrebbero smettere per dare il via al firma copie, ma tutti a gran voce chiedono un altro pezzo. Rispondono: “Allora abbiamo bisogno del vostro aiuto”. E parte Viva. Inutile dire che l’aiuto del pubblico è pressoché istantaneo. Suonata in queste condizioni, con l’attrezzatura ridotta all’osso, diventa ancora di più un inno spontaneo ai “perdenti da loro generati” cantati prima, a chi cerca di guardare oltre i “sempre viva qualcosa”. E si rinsalda così l’abbraccio con il pubblico costruito passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, nota dopo nota.

“Vivi si muore/Tanto vivi si muore” (Viva)

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