Yo Yo Mundi Munfrà
2011 - Felmay
Se la dimensione di folk d’autore è la prima caratteristica di questo disco non bisogna trascurarne la seconda cifra: gli arrangiamenti. La semplicità ritmica dell’un-due o dei tre-quarti sostiene un gusto per l’armonia triste ma decisa, con brani ciascuno caratterizzato da colori espressi tramite la scelta di strumenti etnici mirati, che conferiscono a ciascun pezzo un umore narrativo del tutto particolare, talvolta anche onomatopeico. L’ampio parterre degli ospiti aiuta molto il gruppo a sostenere questa varietà; Zitello all’arpa, Wickham e Leonte al violino, Hevia alle pipes, Berardo alle ghironde, Finardi alla voce sono solo alcuni dei 39 ospiti che hanno contribuito alla girandola timbrica del lavoro; un perfetto equilibrio tra richiamo delle basi tradizionali e sensibilità dei giorni nostri.
Anche i testi meritano una menzione; le composizioni non appartengono a quella categoria cantautorale che ha un senso solo se proposta dall’ideatore. Qui le canzoni prendono subito un corpo autonomo, si liberano dall’autore per diventare realtà autonome grazie ad un carattere narrativo che esprime lo stesso affetto di un genitore verso un figlio che è cresciuto. Sia nelle figure tipicamente popolari, come i gli spasimanti che si rincorrono o la sfilata di carnevale o ancora i musicanti di piazza, sia nei simboli quasi favolistici, come il pipistrello o il rabdomante, e infine nei temi di portata sociale, come quello dell’acqua pubblica e i cenni di protesta alla latino-americana, i pezzi brillano di luce propria, come frecce che hanno armai abbandonato l’arco che le ha scagliate.
Intendiamo volutamente evitare la solita pedissequa analisi dei brani e citiamo solo quello che, a nostro modesto avviso, è il simbolo del cd, Léngua ed Ssu; valzerino in ¾ con timbri bandistici, cantato in dialetto, con riferimenti all’uva e alla campagna, richiami al senso della danza ma anche della vita quotidiana, ricco di ottoni, più un cammeo poetico che una ballata popolare.
Opera di raro equilibrio e raffinatezza, tra il meglio delle proposte pervenuteci dal cosiddetto new folk, un mix felice tra radici e tempi di globalizzazione.
