Yo Yo Mundi

interviste

Yo Yo Mundi

06/06/2011 di Vittorio Formenti

#Yo Yo Mundi#World#Folk

Gli Yo Yo Mundi rappresentano una delle migliori realtà del rock indipendente italiano, a cavallo tra combat folk, rock e canzone di autore. È di recente edizione il loro ultimo “Munfrâ” che si è posto come uno dei lavori più interessanti del new folk nazionale, per la presentazione del quale rimandiamo alla recensione già pubblicata in testata. Abbiamo avuto la fortuna di poter conversare, amabilmente e diffusamente, con il loro leader Paolo Archetti Maestri che ci ha ricevuto nel loro “covo” di Acqui. La conversazione è stata densa di concetti e, soprattutto, testimonianza di chiare idee programmatiche senza alcun debito a banalità di rito. Due ore di conversazione possono sembrare lunghe da riportare ma la lucidità dell’esposizione ha reso il lavoro semplice ed interessante. A seguire il report, speriamo che vi divertiate come è successo a noi.
Mescalina: iniziamo con qualche notizia di cornice. L’origine del vostro nome evoca qualcosa di giapponese. Che ci dici?
***Paolo: no, no – in effetti suona un po’ asiatico! -, ma è assolutamente un nome italico, magari giusto un po’ surreale!  Il gruppo ha fissato la sua data di nascita il 5 marzo 1989, in occasione della nostra prima esibizione - ci fu l’esordio di Fabio che entrò nel gruppo insieme al sottoscritto, Eugenio, Andrea -. Era la Festa della Donna anticipata alla domenica precedente; ci esibimmo con gli Africa United e con gli Under Fire (era il gruppo dell’attuale cantante dei Nomadi). Scegliemmo questo nome perché lo trovavamo un mix tra il gioco,  lo yo yo appunto – che ben descriveva l’elasticità dalle nostra musica -, e un senso nazionale espresso dal termine mundi, che ricorda l’italicissimo Roma Caput Mundi.  In realtà ci piaceva che il nostro nome non fosse associabile a niente di  già esistente, ma poi dopo circa tre anni, un giornalista della redazione di Quelli che il Calcio – all’epoca condotta da Fabio Fazio -, provò a “tradurlo”  come “il gioco del mondo” e quella fu un’interpretazione affettuosa e spontanea che ci piacque a tal punto che abbiamo battezzato così la nostra associazione culturale.

***Mescalina: quali sono le radici e le origini musicali della vostra elasticità?
***Paolo:  I membri del gruppo hanno un’età che si distribuisce all’interno di dieci anni e quindi rappresentano un ampio spettro di ascolti di riferimento.  Per quel che mi riguarda sono cresciuto negli anni ’70 con la musica che ascoltava mio fratello, di sette anni maggiore di me. Ho vissuto la mia infanzia colorata e musicale immerso nell’atmosfera di Woodstock  e Tommy,  impazzendo per Dylan,The Who,  Beatles e Rolling e Neil Young. Ci piace immaginare che gli YYM siano stati concepiti da una canzone intitolata Freccia Vallona.   Sia la storia che la musica di questo brano  ben rappresentavano la filosofia e le scelte stilistiche degli esordi: le chitarre alla Television,  echi del tex-mex tipici di gruppi quali Wall of Voodoo e, in qualche modo, delle colonne sonore di Morricone, suono grintoso e ruvido alla maniera dei The Clash e un testo che narra la storia di un gregario che riesce a prevalere contro il campione, parole e trama che, è innegabile, si rifacevano alle intuizioni e alla sensibilità di autori come Conte ed alla De Gregori.  La canzone poi, è una specie di polka velocizzata caratterizzata dalla ritmica della fisarmonica, nel 1989 strumento ancora inusuale nel rock, soprattutto in Italia. Cercammo da subito quell’incontro tra folk e rock che attingeva  da quel meraviglioso patrimonio di artisti quali il Canzoniere del Lazio, i Carnascialia, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, ma anche il primo Bennato e  il primissimo Branduardi.  Guardando ad oggi il nostro sogno è che il nostro “Munfrâ” fosse recepito come un ponte tra due opere seminali quali: Creuza de Ma’  di De André e Fisherman’s Blues dei Waterboys, nel nome del nostro infinito rispetto e amore per questi capolavori.
E poi c’è da tenere presente una cosa importante,  la nostra ispirazione non affonda solo nella musica, al centro di un ‘ideale tavolo creativo mettiamo sempre tutte le nostre passioni siano libri, dipinti, vite meravigliose, memoria, fatti  di attualità o slanci politico sociali.

***Mescalina: fermiamoci ancora per un momento sul fatto musicale. I periodi dei riferimenti che citi coprono quarant’anni di evoluzioni musicali molto differenziate ed eterogenee.  Fare musica adesso comporta quindi per voi una sintesi del passato?
***Paolo: credo meglio che tutto parta da un sogno. Io iniziai a fare musica negli anni Settanta perché ne era permeato tutto l’ambiente che ti circondava; c’era chi viveva la cosa in modo leggero e quelli che davvero pensavano che con le note si potesse cambiare il mondo – che inverò  cambiò e in meglio -. Questo approccio mi ha sempre affascinato e ne ho ritrovato una prosecuzione nei periodi successivi, anche se molti sostengono che gli anni ’80 segnarono un periodo più vuoto. Se pensiamo al violino di Steve Wickham in Sunday, Bloody Sunday o a gruppi come gli Alarm, i Clash, gli Style Council, i Jam , Billy Bragg e via discorrendo si vede come in realtà più che di sintesi si può parlare di una continuità di certi slanci politico sociali, di certi ideali. Il vero problema è che oggi in Italia la musica e l’arte pagano  il  livello di standardizzazione e di globalizzazione raggiunti. Il ventaglio delle scelte e delle proposte dei mass media è limitatissimo e deciso con una logica puramente commerciale, la logica dello share. Mi piace ricordare che una volta la musica era come il mare: una realtà orizzontale in cui trovavi da Orietta Berti agli Abba, da Guccini ai Beatles, dalla Carrà ai Clash e in radio o in tv ascoltavi - quasi - di tutto. Oggi invece c’è un fascismo mediatico, non più mare orizzontale, ma pioggia verticale; in TV non passa più nulla, i gruppi per andare in onda devono essere giovanissimi e belli – e disposti a tutto!  -e, naturalmente, rispettare anche certi modelli, spesso esterofili. E poi, è meglio, molto meglio che non esprimano le loro idee, anzi l’ideale è che le idee non ci siano proprio (ad esempio al Primo Maggio – che dovrebbe essere un’isola protetta - è stata fatta firmare un documento dove gli artisti si impegnavano a non citare il referendum sull’Acqua Pubblica). Ci siamo pertanto giocati il cuore della musica, le nostre radici e la memoria collettiva, gli spazi e i sogni delle generazioni che ci hanno preceduto. Se ha tutto ciò aggiungi un complice un totale disinteresse in sede legislativa ed anche una limitatezza degli operatori di settore, che si sono accontentati di avere qualcosa “loro” piuttosto che pensare, crescere e conquistare in termini collettivi, il quadro generale della musica oggi in Italia, si presenta alquanto desolante.

***Mescalina: volgiamoci adesso alle dimensioni non musicali che vi hanno coinvolto. Questa apertura ad ambiti artistici diversi come la cinematografia, il teatro, la letteratura, rappresenta più una ricerca di stimoli diversi o un’opportunità per approfondimenti da far ricadere sul vostro comporre?
***Paolo: Noi YYM sentiamo l’esigenza di denunciare la grande assente della nostra epoca : la curiosità. Oggi l’interesse al diverso e al nuovo allo sconosciuto – che è poi la vocazione alla ricerca - non esiste più; la curiosità tutt’al più si limita al gossip più deteriore e per il resto è stata sostituita ed annullata dall’informazione. Invece a nopi piace farci guidare dalla curiosità, intesa come voglia di mettere il naso davanti a sé e di non dare mai nulla per scontato, pensiamo che questo dovrebbe restare un aspetto importante del vivere e del creare – in senso non solo artistico! -, una spinta  benefica e infinita all’arricchimento personale e alla ricerca dei veri sapori e contenuti dell’esistenza.  Noi siamo molto curiosi. E, credeteci, abbiamo una gran voglia di futuro.
In seconda battuta- scusate se mi ripeto -  vengono le nostre passioni che, collegialmente, abbiamo messo sul tavolo della nostra creatività.  Le idee vengono anche dalla lettura di un libro, dalla visione di un film o di un dipinto, dall’analisi dei fatti quotidiani, dalle urgenze dell’impegno politico-sociale. Sono questi i sacchi da cui peschiamo i semi per  far nascere le nostre composizioni. Siamo molto convinti ed orgogliosi di questo approccio; ci consente di dare un colore speciale alla nostra musica oltre ad aiutarci nell’evitare il rischio di ripetitività o di banalità.
Infine c’è quella dimensione di sogno di cui si parlava prima, da intendersi come desiderio di crescere come persone in modo integrale e completo.  Per questo le nostre canzoni avranno sempre un qualcosa di più che ci accompagnerà anche nel nostro domani; se non fosse così la nostra  musica morirebbe, servirebbe a poco soprattutto a noi. 
A questo proposito non posso non ricordare con un certo disappunto l’atteggiamento di certi dirigenti discografici di alcune majors, ben lungi da interessi artistici ma alla caccia solo del singolo di successo nel disinteresse più totale degli artisti. Noi chiudemmo i rapporti con Columbia Sony presentando loro il nostro Sciopero, che venne valutato con diffidenza per il titolo e per la stella rossa in copertina. Non ci fu modo di far capire loro che non si trattava di un partito, che il riferimento era un film degli anni ’20 di Ejzenstejn il quale, tra l’altro, pagò duramente il rapporto col regime comunista sovietico.  Purtroppo si trattava di gente che conosceva bene le misure delle palline da golf ed era capacissima di farsi il nodo alla cravatta, ma oltre a questo il nulla. Pensa che poi il disco uscì per il Manifesto e riuscì a vendere oltre le 20.000 copie.

***Mescalina: parliamo ora di “Munfrâ”, un disco in cui ci si ritrova molto di quello che hai detto: dalle contaminazioni alla storia, dalle vicende umane alla musica. La sua cifra principale pare lo studio da cui è derivato, rendendo subito adulte ed autonome le composizioni fino quasi a sembrare un saggio più che un lavoro di autore.
***Paolo: scarterei certamente l’ipotesi  che sia un saggio, sarebbe un approccio troppo presuntuoso, che non ci appartiene! E’ bene dire che non abbiamo avuto nessun intento filologico e, in realtà, nemmeno avremmo potuto visto che il nostro mestiere non è quello degli studiosi di musica popolare, bensì di compositori. Ci piace dire che abbiamo realizzato un disco a chilometri zero che sta andando molto lontano, ci siamo guardati indietro per andare avanti. Il lavoro esprime il nostro gusto per una musica caratterizzata dalle luci e dalle ombre, infatti abbiamo provato ad offrire un menù completo delle emozioni, cosa che tendiamo ad offrire anche durante i nostri “live”, ci piace molto l’idea di associare i nostri modi artistici alla poetica del clown che riesce al contempo ad essere malinconico e a far ridere – che nostalgia “la poetica del clown”, tutto l’opposto della comicità moderna basata troppo spesso su battute e volgarità -. Ci piace essere molteplici e multicolori, offrire una varietà di gusti al nostro pubblico e anche quando un ingrediente della nostra proposta artistica funziona più di altri non vorremmo mai che soffocasse la nostra idea di essere vari e poco facilmente etichettabili in un clichè.
La nostra ricerca si è rivolta in specifico al Monferrato, questo spicchio di terra che ci ospita – non tutti gli Yoyo sono originari di qui -, al di là di ogni nostalgia che non ci è propria e di ogni deprecabile spirito campanilistico. Abbiamo fatto un viaggio a ritroso per riattivare un meccanismo creativo e compositivo, legato alla musica e alla produzione di musica inedita e originale, che qui si era fermato. Abbiamo provato ad aprire alcune porte che si erano chiuse; l’indagine è stata molto varia, dalle radici del Monferrato allo studio dei suoi confini,  dalle leggende alla musica tradizionale, dagli strumenti storici alle contaminazioni tipiche di una terra di passaggio come questa. Abbiamo quindi aperto un libro ideale, quello evocato nel brano Il Grande Libro dell’Ombra, e ci abbiamo trovato tanti segreti e cose poco note. L’interessante è stato notare come, una volta scoperchiata questa realtà, si siano rivelati aspetti ritrovabili in tante altre parti d’Italia che vengono così ad affratellarsi nella loro diversa identità.  Questo principio è stato felicemente dettagliato in una recensione che ci è piaciuta moltissimo, nella quale si diceva che se in ogni parte di Italia nascesse un disco come "Munfrâ" allora si potrebbe dire di aver compiuto l’unità nazionale. Per questo motivo possiamo dire che "Munfrâ" non è il nostro ultimo disco ma il primo di una nuova storia.

***Mescalina: l’effetto del lavoro pare anche ben sottolineato dalla presentazione di Paolo Conte nelle note del libretto.
***Paolo: Paolo Conte è stato il primo ad ascoltare il disco, in anteprima. Lo abbiamo voluto far ascoltare a lui non solo per la stima che nutriamo nei suoi confronti, ma anche perché è, come noi, un monferrino (lui del basso Monferrato, noi dell’alto, ma sono questioni che riguardano il corso del fiume!). Gli abbiamo chiesto di scrivere una prefazione e nella lettera di accompagnamento alla stessa, ci ha regalato un frase che in un colpo solo ha descritto il sogno che volevamo realizzare quando abbiamo cominciato a pensare a  "Munfrâ", la frase è questa: “siete riusciti a toccare l’antico che è come toccare il futuro”.

***Mescalina: al di là di questa dimensione del recupero storico il disco offre anche interessanti spunti sul piano musicale strettamente inteso. Per esempio, tutti i brani hanno un loro colore determinato dall’uso di uno strumento piuttosto che di un altro, dall’arpa di Zitello alle bag pipes di Hevia, dalle ghironde di Sergio Berardo all’oud di Franco Minelli.  E’ stato questo frutto di un’intenzione specifica, magari in sintonia con i diversi tipi di brani proposti?
***Paolo: la base di una gran parte delle sonorità di "Munfrâ" è stato il sogno che abbiamo condiviso con il nostro discografico, Beppe Greppi, un grandissimo esperto di musica popolare che ci ha aiutato a individuare e contattare quegli ospiti – e relativi strumenti - ideali per arricchire la tavolozza dei colori. Già di per sé comunque la nostra musica è sempre stata ricca di tinte diverse, a cominciare dall’uso della fisarmonica che fummo tra i primi ad introdurre al di là della classica strumentazione di un gruppo rock. E poi, è bene dire che gli ospiti dell’album non sono stati solo esecutori, ma soprattutto grandi artisti che sono intervenuti ed hanno contribuito in modo deciso con il loro spirito creativo . Sovente però le decisioni sono state prese in modo estemporaneo, intuitivo, quasi per gioco; ad esempio l’ultima incisione fu  La Ballata del Tempo del Sogno, registrata con il contributo di Eugenio Finardi. Verso la fine del lavoro, Beppe (Greppi) ci disse che mancava la presenza di uno strumento tradizionale. Avendoli ormai quasi esauriti tutti ci mettemmo all’affannosa ricerca di uno strumento in studio che non avevamo ancora utilizzato fino a che mi ricordai di avere da qualche parte un charango peruviano. Ne sortì un divertente effetto inatteso che in qualche modo ci riporta ai R.E.M. di Losing My Religion.  Anche il kazoo di Rataràura fu davvero solo un gioco, tirato fuori davanti al microfono in mezzo alla registrazione; siamo andati quindi da scelte volute e studiate fino alla dimensione, utile e sempre opportuna, del puro divertimento.

***Mescalina: frequenti appaiono anche i richiami a figure favolistiche, dal pipistrello appunto ai clown che sfilano a fianco dei carri, come in Trapulin. Sono citazioni di una certa tradizione o sono creazioni vostre?
***Paolo: Trapulin  si riferisce ad un personaggio di un antico rito carnevalesco che ancora oggi si svolge a Rocca Grimalda, paese non distaneted a noi. La storia si basa su di uno ius primae noctis imposto dal signorotto locale ad una fanciulla; questo causò la ribellione della gente del paese rievocata appunto dalla sfilata che accompagna allo sposalizio la giovane in compagnia del suo amato. I trapulin sono quattro personaggi, depositari della tradizione locale, con baffi imponenti che rappresentano appunto la cura della tradizione. Ci piace ricordare che questo termine ha anche un senso vezzeggiativo ed affettuoso che ben si unisce alla festa popolare.  Ricordo che in questo brano suona Filippo Gambetta all’organetto, musicista tanto giovane quanto straordinario, figlio del grande chitarrista Beppe Gambetta.

***Mescalina: il carnevale interviene anche in un altro brano, Carvé 1928, tratto da un testo di un anonimo. Qui si fondono anche echi vagamente latini con riferimenti anche gioiosi alla rivoluzione; un misto tra festa e richiami sociali.  La scelta è dovuta al questa miscela che permette tra il serio ed il faceto?
***Paolo: c’è qualcosa di più. Il carnevale è un momento in cui i poveri, i sottomessi, potevano dire quello che volevano alle autorità senza rischio di persecuzione. Trovo questo elemento molto importante, specie in questo preciso momento storico. Ci piaceva trasmettere questa sensazione all’ascoltatore con l’invito a riprenderci la vita ed il mondo; gli spunti da “rivoluzione messicana”, aggiunti da noi al  testo originale che abbiamo trovato in calce al vocabolario “acquese- italiano”, invitano allegramente a stare uniti fraternamente in un giorno di festa, augurandosi con gioia un cambiamento dello stesso delle cose e un modo diverso di stare insieme. Purtroppo lo scenario che ci circonda è quasi da orrore; chi ci governa vuole regalare l’acqua ai privati e rianimare le centrali nucleari, eliminando le energie rinnovabili e raccontando un sacco di frottole sulla maggior efficienza dei privati. Guarda quello che è successo adesso in Giappone con la gestione privata dell’energia atomica. Ma chi paga e ci ripaga per la perdita del pianeta e dell’ambiente?  Questo è un mondo che ci fa davvero orrore; noi combattiamo giorno dopo giorno contro questi schifosi che pensano solo al profitto, lo facciamo come persone e cerchiamo di farlo anche attraverso la nostra musica. Il brano Rabdomantiko si inserisce proprio in questa nostra logica, a cavallo tra una tradizione locale ed un’istanza ambientale che riteniamo fondamentale, quella dell’acqua come bene pubblico.

***Mescalina: siamo curiosissimi di sapere come avete fatto scegliere e, soprattutto, a gestire ben trentanove ospiti.
***Paolo: diciamo che forse sono quaranta, dato che il nostro grafico Ivano Antonazzo ha cantato anche lui pronunciando la parola "Munfrâ" nel primo brano (cercate il video di Sstèila su You Tube, una sua stupenda opera di animazione!). Al di là di questo occorre dire che quattro sono la Banda Osiris e dieci sono la Bandarotta Fraudolenta . Certo, resta un numero ragguardevole ma non è così strano. Una ventina di ospiti c’erano già in Album Rosso  e in Resistenza  eravamo in tredici sul palco. Il merito va a Fabio Martino, il nostro fisarmonicista che si è anche occupato delle registrazioni – ma anche di una gran fetta della produzione artistica! - ed ha dimostrato grande fantasia e capacità nel mettere insieme i contributi di tutti. Va detto che in alcuni casi questo sostegno è stato ottenuto con una collaborazione on-line, come con Steve Wickham che, per impegni che lo tenevano bloccato in Irlanda, ci ha inviato dei file audio, ma nella maggioranza dei casi gli ospiti sono venuti direttamente da noi e il contatto è stato diretto. In qualche modo questo ha fatto sì che Acqui, la nostra città, sia diventata la cornice principale del lavoro con la sua ospitalità e i suoi tempi dilatati, che permettono uno stile di vita non usuale, quasi da elogio della lentezza  evitando quelle frenesie “da studio” che avrebbero inevitabilmente compresso il tempo a disposizione e reso meno gioioso l’incontro con gli ospiti.

***Mescalina: come fate dal vivo, dove verosimilmente non è pensabile di avere a disposizione lo stesso organico?
***Paolo: bella domanda!! In realtà non è così complesso; una canzone è una canzone … bisogna avere il coraggio di risuonarla a volte in modo più semplice, a volte in modo più grasso o complesso!  Noi non abbiamo il problema di dover eseguire un brano rigorosamente in un certo modo e talvolta sfioriamo la schizofrenia, variando gli arrangiamenti. Nella sostanza cercheremo di suonare il maggior numero degli strumenti, ma potremo anche contare sul supporto di Alex Leonte al violino e di Simone Lombardo che, pur non avendo partecipato alla registrazione, si occuperà delle ghironde, delle cornamuse, e di molti strumenti a fiato; saranno dei jolly che ci giocheremo, un patrimonio di amici e suoni che darà una contributo  importante al suono di "Munfrâ".

***Mescalina: una domanda sulle voci. In alcuni passaggi ci è sembrato che un maggior contributo delle voci femminili avrebbe potuto giovare ai brani. Come mai non le avete sfruttate più estensivamente?
***Paolo: in realtà i cantati sono stati concretizzati verso la fine per via del tipo di modalità compositiva. Alcuni brani avevano la linea melodica a metà oppure il testo non concluso, specie per l’uso del dialetto,  per cui è stato complesso avere degli ospiti alle voci; inoltre è più facile  avere una voce maschile dato che la scrittura per un canto femminile richiede una specificità propria.  Ci siamo riusciti in Rabdomantiko  con Betti  Zambruno e in altri brani – Sstèila e La Ballata del Tempo del Sogno -  c’è la voce di Elisabetta Gagliardi come backing vocal , anche se i suoi vocalizzi sul brano di apertura "Munfrâ" evidenziano la sua attitudine solista. C’era una canzone ispirata a Bianca Di Agliano, sposa in punto di morte di Federico II e morta secondo la leggenda nel castello di Gioia del Colle, che doveva essere cantata in pugliese  da Anna Maria Stasi dei CFF e il Nomade Venerabile, ma purtroppo quel brano è stato accantonato per via del numero cospicuo di canzoni che già avevamo a disposizione. Sarà quindi probabilmente uno dei primi pezzi del secondo lavoro di quella che vorremmo sia una trilogia del progetto. Dopo questo "Munfrâ", niente sarà più come prima!

***Mescalina: secondo te, in chiave di sintesi, quali sono i brani più rappresentativi di "Munfrâ"?
***Paolo: sicuramente Il Grande Libro Dell’Ombra, per quanto più canzone “d’autore”  e quindi un po’ diverso rispetto alla cifra stilistica degli altri brani, rappresenta l’idea di fondo del lavoro; un mondo di realtà appena percepite, sognate e riscoperte, così come è stata la ricerca che ha poi portato alla realizzazione artistica del disco; che si presenta quasi come un libro sfogliato, una vera e propria raccolta di racconti – non a caso abbiamo chiesto a paolo Conte di scrivere per noi la prefazione allo stesso! -.Poi ricorderei  Léngua ed ssu e Na bèla còrba ed nìule; il primo dedicato alla primavera come spinta alla vita, racconto semplice ed evocativo della ciclicità della vita, il secondo invece dedicato a Luigi Tenco che abbiamo immaginato fosse lassù a guardare il suo Monferrato. Tutti i monferrini sono vestiti per la festa, fa un caldo tremendo, ma nessuno si muove; il tempo è frenato in attesa del “vento del Monferrato imbastardito da un soffio di mare” che muova un piccola foglia – che tutti contemporaneamente stanno guardando – per cominciare, tutti insieme, la festa!  E’ quell’ansia che si percepisce spesso nelle canzoni di Tenco, per cui si si guarda il cielo ogni giorno per capire se “ si vive o si muore” come in “Ciao amore, ciao” (sua celebre canzone, che proponiamo anche “live”, dove si evince  un forte legame con la propria terra, dove è viva la poetica pavesiana). C’è molta primavera e molto mare in questo nostro album. Noi siamo quelli “con la faccia un po’ così e l’espressione un po’ così”, noi monferrini abbiamo una percezione del mare e della sua brezza molto particolare anche perché il mare non lo “sentiamo” con gli occhi bensì con le narici. Il futuro invece è in Tè chi t´éi?, che forse è il brano più attuale. Lo spunto viene da un luogo che si chiama Piana dello Sterminio, vicino ad Acqui Terme, luogo dove con ogni probabilità avvenne l’ultimo scontro tra le popolazioni locali ed i Saraceni. Un giorno, passando di lì, il grano accarezzato dal vento del Monferrato evocava davvero il mare; in quella situazione abbiamo voluto immaginare l’incontro tra un “saraceno” e un monferrino oggi; si guardano in questo mare e si chiedono, ciascuno nella propria lingua, “tu chi sei?”. Il brano, doppiato dell’oud arabo suonato da Franco Minelli e realizzato insieme ai Radiodervish, descrive una guerra fatta con solo di sguardi e domande, ma che trova risposta nell’incontro e nel riconoscersi come uguali.

***Mescalina: quali sono i vostri programmi per la promozione e la diffusione del lavoro, tenendo presente anche la connotazione dialettale del disco?
***Paolo: non ci poniamo problemi di tipo geografico o lingustico. L’altro giorno in un bar la ragazza al banco scherzava dicendoci che, essendo siciliana, non capiva nulla di quello che cantavamo. Il caso ha voluto che in quel momento la radio diffondesse una canzone di Dylan. Le abbiamo domandato a bruciapelo: ti piace questa canzone? Risposta; ma certo! E cosa capisci del testo? Ahahahah… poco o niente! Ecco in molti casi sarà così. Noi cercheremo di raccontare con le immagini e con la musica, al di là delle barriere linguistiche che cercheremo di superare con delle adeguate spiegazioni introduttive. Pensa che il primo concerto con le canzoni di  "Munfrâ" lo abbiamo tenuto a Lecce (con Radiodervish – ospiti del nostro album nella canzone “te chi t’ei?” -, Paola Turci, Niccolò Fabi e Simone Cristicchi in uno spettacolo per raccogliere fondi per una scuola di musica a Betlemme), e il pubblico ha gradito anche i brani in dialetto, dunque non sarà certo un problema, abbiamo un pubblico “curioso” e attento, grazie al cielo! Per conoscere le date dei nostri prossimi concerti e del tour estivo invitiamo tutti a collegarsi al nostro sito: www.yoyomundi.it

***Mescalina: l’ultima fatidica domanda, per chiudere in bellezza. I tuoi cinque cd dell’isola deserta.
***Paolo: beh, non è un problema perché grazie al cielo non andremo mai su quell’isola, tanto meno su quella dei famosi. Il fatto è che noi siamo in cinque per cui al momento ti rispondo come Paolo Archetti Maestri; i miei titoli sono questi:
David Sylvian              Secrets of the Beehive
Sgt’s Peppers              Beatles
Tommy                       The Who
Desire                         Bob Dylan
Fisherman’s Blue        Waterboys
Però é necessario portare anche un titolo di musica italiana, e quindi aggiungerei il primo disco della linea 3 di Francesco de Gregori; tuttavia, pensandoci bene, quando torno dall’isola deserta  De Gregori ci sarà ancora per cui preferisco portarmi Storia di un Impiegato di De André. Però sei davvero crudele, come faccio a non portare niente di Ivano Fossati o di Paolo Conte?

***Un grazie di cuore a Paolo per il tempo che ci ha dedicato; fatene tesoro e, se non li conoscete, andate a reperire il loro "Munfrâ". Ci sentiamo di assicurare che non sarà tempo perso. A presto Paolo e grazie mille.