Martin Scorsese

The Irishman

Martin Scorsese


2019 » RECENSIONE | Drammatico
Con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Anna Paquin, Ray Romano, Bobby Cannavale.



09/11/2019 di Claudio Mariani
Che strano questo attesissimo ritorno di Scorsese a tre anni dal difficile Silence e a tredici dal premiato The Departed. Citiamo proprio questo film e la parola “ritorno” perché per molti quello del regista newyorkese è visto come una sorta di rientro nel genere che in parte l’ha reso importante e immortale: il gangster movie, filtrato però dalla sua particolare visione. Dopo The Departed, Martin ha fatto diversi ottimi film (Hugo Cabret e The Wolf of Wall street su tutti), ma spaziando tra i vari generi.

Così, finalmente, si è arrivati al 2019 con The Irishman, una pellicola “strana” forse perché covata a lungo e prodotta con moltissimi soldi e tempo. Il prodotto finale è sostanzialmente un’alternanza di emozioni: a lunghi tratti non sembra un’opera di Scorsese, almeno non sembra un suo film che parla di malavita. Da un certo punto di vista le vicende narrate, sostanzialmente la vita dell’irlandese Frank Sheeran che si intreccia con la vita e la morte di Jimmy Hoffa, del mondo dei sindacati degli autotrasportatori, e della mafia, sono abbastanza macchinose. La carne al fuoco è molta, e ciò, anche grazie a una -o per colpa di- lunghezza quasi esasperante, toglie ritmo alla storia. Poi, ad un certo punto, dopo due ore, le cose cambiano, e i fatti raccontati si riducono ad una vicenda (quella che porterà alla “fine”) più lineare, ma con i tempi dilatatissimi, e qui il film, inaspettatamente, trova il suo ritmo nella lentezza, catturando lo spettatore per altri 90 minuti, in un crescendo equilibrato e inesorabile.

Il cast è manco a dirlo pazzesco: De Niro-Al Pacino-Joe Pesci ma anche un Keitel sottoutilizzato, il predestinato Bobby Cannavale, Anna Paquin, etc. I primi tre ci regalano delle interpretazioni che resteranno: De Niro gioca tra la sottrazione e il limite della caricatura, e fa la sua parte con grande mestiere, Al Pacino invece è l’assoluto mattatore, come negli anni migliori, e poi un grande Joe Pesci che, in alcuni momenti, ci rimanda al Tommy De Vito dell’indimenticabile Quei bravi ragazzi.

Non è un film facile, che per metà lascia perplessi e con gli stessi punti di domanda che suscitò per esempio la seconda fatica registica di De Niro, The Good Shepherd, e per l’altra metà strega lo spettatore. Di primo acchito può deludere soprattutto chi si aspettava un classico Scorsese, anche nelle musiche totalmente diverse rispetto al solito, finchè però non si capisce che il regista newyorkese è sempre lui, ma maturato definitivamente. Lui stesso ce lo dimostra con il lunghissimo finale, cupo, deprimente, una sorta di presa di posizione, di consapevolezza dell’inevitabile vecchiaia, ma anche una condanna per chi uccide i suoi simili: la malattia, la solitudine, la morte non risparmiano nessuno! E qui, inaspettatamente, salta fuori un grande cinema d’autore, quello che si deposita e poi inizia a germogliare piano piano, e che ti fa capire l’importanza di quest’opera che potrebbe essere tranquillamente un punto di arrivo del genere, come forse -e qua scomodiamo IL mostro sacro- divenne col tempo C’era una volta in America



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