Martin Scorsese

drammatico

Martin Scorsese AL DI Là DELLA VITA


1999 » RECENSIONE | drammatico
Con Nicolas Cage, Patricia Arquette, John Goodman, Ving Rhames, Tom Sizemore, Queen Latifah

di Claudio Mariani
Solo 9 anni sono passati da quest’opera interlocutoria di Scorsese. Rivedendo “Al di là della vita”, sembra molto più tempo, e il perché lo si percepisce oggi più che mai: è l’opera “recente” del regista newyorkese che è più legata al suo passato. E’, a tutti gli effetti, il suo film più imparentato con “Taxi Driver” e “Mean Street”, sia per l’ambientazione, sia dal punto di vista stilistico. Da una parte c’è New York, quella buia, quella vissuta di notte, quella del degrado, quella dell’epoca pre-Giuliani, dall’altra c’è un modo di girare, un modo nero, fosco, dove anche se c’è la luce sembra sempre che sia notte. E’ per questi motivi che il film fa pensare ai suoi illustri predecessori, in particolare “Taxi Driver”, dove troviamo analogie anche con la parabola del protagonista, con il cervello che va allo sbando, verso luoghi sconosciuti, in perfetto climax con quanto succede nell’ambiente circostante: una città degradata, dove di notte si raggiunge il livello massimo della decadenza umana, tra droga e prostituzione. In entrambi torna anche il sottofondo estremamente pessimista che vira solo alla fine verso territori più speranzosi. Se nelle pellicole precedenti c’era una prevalenza di personaggi negativi, questa volta l’attenzione si sposta verso dei veri e propri eroi, i paramedici della grande mela, quelli che scorrazzano tutte le notti in ambulanza cercando di salvare più vite possibile. Ed è proprio quello che fa Frank Pierce (Nicolas Cage), che lavora nell'EMS (Emergency Medical Service) di New York, assoluto mattatore della storia, nei suoi tre giorni ripresi dal film, ore passate di fila in una sorta di viaggio allucinante, dove il protagonista è sulla soglia di un collasso psico-fisico prepotente e importante. Frank svolge il suo lavoro per “provare l’ebbrezza di salvare una vita”, cosa che gli è capitata più volte in passato, ma nello stesso momento è scosso da una giovane vita che non è riuscito a salvare, probabilmente per un suo errore. Il risultato è una depressione in corso che non lo fa dormire, rilassare, concentrare, tanto che i “fantasmi” dei morti (e soprattutto di Rose, la ragazza sudamericana deceduta tra le sue braccia) continuano a visitarlo. A questa personale discesa all’inferno si affianca la giovane Mary Burke (Patricia Arquette), che sta perdendo il padre, ricoverato nel terrificante pronto soccorso dove si svolge parte della storia. La ragazza, anche lei persa in passato e che forse si riperderà in futuro, funge inconsapevolmente da collante per la vita di Frank che sta andando in pezzi. Paradossalmente, la salvezza arriverà, alla fine, proprio da un omicidio, una sorta di eutanasia che il protagonista effettuerà sul padre della ragazza. E da lì la salvezza dell’uomo che ha passato anni a soccorrere gli altri, a salvare le vite, che arriva proprio ammazzando, trovando poi finalmente il sonno e la tranquillità nelle sue braccia e nel grembo di Mary, in una scena che sembra una moderna Pietà. A condire questa storia ostica ci sono i compagni di viaggio del protagonista, un pregevole tris notevolmente variegato e interpretato da un John Goodman, cinico e ossessionato dal lavoro, da un Ving Rhames con una visione più religiosa e mistica della vita e del lavoro, e da Tom Sizemore, il lato folle e spietato di chi dovrebbe invece avere il controllo, proprio per il lavoro che fa. Questi tre attori danno una forte mano al film, dove un Nicolas Cage viaggia su un doppio binario curiosamente non definito: non si capisce se dia una grande prova di attore o se risulti scialbo e monotono. Meno enigmatica ma più linearmente brava è Patricia Arquette. Scorsese firma così il suo film più letterario, dato dalla narrazione e dal viaggio nella mente del protagonista, forse grazie al libro da cui è tratta la storia, di Joe Connelly e sceneggiato del fido e cupo Paul Schrader. Curiosità stilistica: per rendere il viaggio di Frank, Scorsese usa luci, immagini, scene velocizzate, ralenti e la musica in maniera funzionale, come aveva fatto per esempio nei combattimenti di “Toro Scatenato”. Come immagini sembra sperimentalmente all’avanguardia, una scena su tutte è quando i grattacieli di NY sono messi in secondo piano dalle scintille provocate da una motosega usata per salvare una persona: sembrano dei fuochi artificiali, e Frank ci si perde con la mente. Forse è a tutt’oggi un’opera un po’ messa in disparte della filmografia di Scorsese, ma si fa apprezzare per la difficoltà della stessa, per il coraggio affrontato; ad oggi è l’ultimo suo film a budget limitato, e fuori tempo magari perché sembra lontano anni luce dai “Goodfellas” (7 anni prima) e “Casinò” che lo precedettero, e dalle “Gangs of New York” di qualche anno dopo, tutti molto più immediati e contemporanei. Chiaramente è da riscoprire: è il classico film che piace molto al 50% di chi lo vede e che non piace per niente all’altro 50%, e nell’essere fuori dal tempo, fuori dagli schemi, fuori da tutto, forse sta il suo pregio più grande. (Re-visione scritta nel marzo 2009)

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