Martin Scorsese

Drammatico

Martin Scorsese TAXI DRIVER


1976 » RECENSIONE | Drammatico
Con Robert De Niro, Harvey Keitel, Jodi Foster, Albert Brooks, Leonard Harriss, Peter Boyle, Cybill Shephard, Martin Scorsese

di Marco Genzanella
Lo sceneggiatore, Paul Schrader, disse che prima di cominciare a scrivere Taxi driver rilesse "La nausea" di Sartre e l'idea che gli baleno immediatamente in testa fu quella di trasportare la figura esistenzialista europea in un contesto americano. La parola nausea pare molto adatta per definire l'atmosfera oppimente che regna nel film. De Niro, interpreta il personaggio di Travis, un uomo reduce dal Vietnam incapace di tornare ad una vita normale. Sofferente, psicotico e affetto da insonia decide di fare il tassista notturno. L'ambiente notturno Newyorkese non emerge come uno dei piu' raccomandabili ma in fin dei conti simile ad ogni grande metropoli di notte: puttane, sfruttatori, drogati, spacciatori e criminali. Questa e' la fauna notturna che Travis si trova a dover affrontare con l'occhio passivo del depresso assalito dalla solitudine. Meravigliose e artificiali come luci di luna-park, le strade brulicanti di un'uminita' reietta che Scorsese ci fa scorrere davanti mettendoci dalla parte di chi le osserva, Travis. Le luci infatti prendono una valenza simbolica, illuminano le strade e i marciapiedi di notte con tonalita' rossastre bluastre da inferno in terra. ED' cosi' infatti New York per Travis, che i vari momenti del film parla fra se e se di giudizio universale e diluvi che possano ripulire le strade una volta per tutte. Una sorta di allucinante monologo interiore di un uomo disperato e totalmente solo, che vede (gli occhi sono inquadrati spesso in primissimo piano) una realta che esiste solo dentro di lui, cosi' straordinariamente allucinata. Per carita', la citta' che Scorsese ci mostra e' l'incarnazione del male, non ci sono dubbi, ma e' Travis che la vive al limite. Sull'orlo della disperazione piu' nera travis concretizza la svolta della sua vita... In Taxi driver Scorsese da libero sfogo ad un forte pessimismo esistenziale. Il suo linguaggio iperrealista, trova terreno fertile in una sceneggiatura che spesso salta a piedi pari la logica narrativa del racconto. Tutta la storia e' deformata dall'occhio del protagonista, che filtra tutto in modo apocalittico profetizzando la fine. La solitudine e l'incomunicabilita' divengono la normalita' nelle metropoli..., indicative di una grande difficolta' comunicativa e mancanza di empatia sociale.

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