Men At Work<small></small>
Italiana − Canzone d`autore

Gianmaria Testa

Men At Work

2013 - Egea Music
01/10/2013 - di
Metto subito le cose in chiaro, così ci togliamo il pensiero: non mi piacciono i live, i dischi dal vivo, intendo. Mi suonano falsi, per lo più. Incompleti, autocelebrativi. Inessenziali. Uno iato tra una pausa e l’altra delle discografie. Altre volte un mascheramento ideale per vuoti creativi. Giusto per restare del giro e vedere l’effetto che fa. Non mi piacciono i dischi live perché quasi mai hanno qualcosa da spartire con l’esigenza comunicativa, con l’urgenza di aggiungere qualcosa a quanto già espresso in precedenza. Questo Men at work  in cui canta e suona Gianmaria Testa è la sacrosanta eccezione a conferma della regola. Un doppio impeccabile come il vestito buono della domenica. Un album elegante, coeso, dialettico: sognante/lancinante, elettrico/rarefatto, essenziale ma non striminzito. Il riassunto sonoro di tredici concerti registrati in giro per la Germania sulla scia della tournèe di Vitamia (2011), l’ultimo album di inediti di Testa, chansonnier aduso alla parsimonia dei suoni, della lingua e (dunque) alle alte quote della canzone d’autore. Oltre a lui ci suonano dentro in tre - Giancarlo Bianchetti. chitarre; Nicola Negrini, basso, contrabbasso; Philippe Garcia, batteria -, che poi sarebbero la miniband dei fedelissimi al gran completo, affiatata che più di così soltanto il Grande Torino, forse.

Ventitrè canzoni in scaletta ad abbracciare, come si dice, un percorso ventennale di musica e poesia dentro le canzoni, a visitare climi, ritmi, generi, altrovi: un occhio alla suggestione (Le traiettorie delle mongolfiere, Polvere di gesso, Le donne delle stazioni), uno alla realtà, persino dal suo lato peggiore: quello del lavoro perso e/o negato (Cordiali saluti, Sottosopra). Quella delle anime migranti (buona parte delle deandreiane Anime salve), da Seminatori di granoRitals, fino a Lele, riesumata dalla cronaca minima del secolo scorso, per raccontare che d’amore si può morire oggi come ieri, soprattutto se sei donna o sei bambino, e di mezzo ci sono fame, frustrazioni, violenza, e dialetti strani che si ostinano a farsi barriera. Ad aprire il secondo disco di Men at work c’è anche un inedito, un sontuoso omaggio alla già sontuosa di suo Hotel Supramonte di De Andrè.

E via a discendere tra note blu, tentazioni di tango, svisate, azzardi solidi di buon vecchio rock (quando ci vuole ci vuole), brume esistenziali (Lasciami andare) e nitori primaverili (Al mercato di Porta Palazzo) ri-visitati più che riveduti e corretti. L’ho detto prima che questo disco è un disco dialettico. Che cita Faber e Pasolini -  dunque se la vede con la coscienza civile di una Nazione - e poi decolla sulla scia di aerostati non meglio identificati, eterei e sfuggenti come sanno esserlo, nei sogni a occhi aperti di alcuni uomini, le donne nelle stazioni. A proposito di stazioni: il mini-cofanetto di Men at work (sta per “lavori in corso”) comprende anche un dvd-sintesi di un concerto registrato alle OGR di Torino, il luogo dove una volta si riparavano le vaporiere. Per un ex ferroviere - con svariate frecce cantautorali al proprio arco - non sarà certo stata un’emozione da poco.

 

Track List

  • LE TRAIETTORIE DELLE MONGOLFIERE
  • NUOVO
  • DIMESTICHEZZE D’AMOR
  • LELE
  • CORDIALI SALUTI
  • AQUADUB
  • SOTTOSOPRA
  • 18 MILA GIORNI
  • POLVERE DI GESSO
  • PREFERISCO COSI’
  • LA GIOSTRA
  • HOTEL SUPRAMONTE
  • LASCIAMI ANDARE
  • 3/4
  • SEMINATORI DI GRANO
  • RITALS
  • COME LE ONDE DEL MARE
  • LE DONNE NELLE STAZIONI
  • VOCE DA COMBATTIMENTO
  • NIENT’ALTRO CHE FIORI
  • AL MERCATO DI PORTA PALAZZO

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