Gianmaria Testa

Gianmaria Testa

Men at work: Uomini (e donne) al lavoro per i tempi di crisi


24/09/2013 - di Mario Bonanno
Gianmaria Testa non ve lo presento. Che sono ormai quasi vent’anni che Gianmaria Testa si presenta da sé. Coi dischi che fatto e con le poche parole che impiega, si racconta da sé. Peggio per voi se non lo conoscete: vi state perdendo un cantautore - e un musicista - di quelli con le maiuscole e gli attributi giusti al posto giusto. Un’idea sul tipo d’artista che è potete farvela leggendo quanto segue. Poi, a partire da questo suo ultimo Men at work (online anche la rece su Mescalina), andate a recuperarvi, in un modo o nell’altro, tutti i suoi dischi. Fatelo. E fatelo a ritroso, dai più nuovi ai più vecchi. La primi cosa di cui vi accorgerete è che l’impronta è di alta classe. E lo è ab origine. Buona lettura e, soprattutto, ottimi ascolti. Di questi tempi non capita spesso poterlo augurare senza tema di smentita.
Mescalina: Ho sei domande a disposizione. Sei domande come sei proiettili (però a salve) di una vecchia  pistola colt perché è così che forse andrebbe fatta, oggi come oggi, un’intervista musicale. Duellare un po’, artista e giornalista come ideali pistoleros, sceriffo e fuorilegge a far cantare la ferraglia. Per esaltare il gusto della polvere, della sfida, del faccia a faccia, o solo per la curiosità di chi ci legge. Il problema è che ho ascoltato e riascoltato il tuo nuovo Men at work (in pratica non faccio altro da due giorni) senza trovare un motivo – che sia uno – per sparare per primo. Fare fuoco come si deve. Trovo che sia venuto fuori un disco impeccabile come un vestito della domenica: musica, silenzi, up tempo, e parole nel posto esatto dove devono stare. Il resto sono applausi e suggestioni, e giuro che questo è l’ultimo complimento che ti faccio, perché se no finisce piuttosto come in un western con Franchi & Ingrassia, altro che duello al sole.  La novità saliente di questo tuo ultimo cd, rispetto al “live” che lo ha preceduto (Solo dal vivo) mi pare possa ricondursi alla presenza della band e ad alcuni arrangiamenti che azzardano persino climi elettrici e sostenuti. Stiamo parlando di buon vecchio rock  o l’ho sparata troppo grossa?

Testa: Questo è un live realizzato“in quartetto”, quindi necessariamente diverso da Solo… In quel disco le canzoni erano più spoglie, si trattava di una semplice registrazione chitarra e voce. Questo nuovo “dal vivo” raccoglie, invece, una serie di registrazioni di concerti fatti in Germania, ed è anche vero che non si nega le escursioni elettriche. Ma non così, tanto per farle. Già nel mio ultimo disco di inediti - Vita mia -, per esempio, erano presenti le chitarre distorte. Perché i tempi sono quelli sono, sono tempi più acidi, più difficili, più complicati, e se scrivo una canzone che parla di lavoro che manca, mi viene di mettere dei suoni più lancinanti, perché lancinante è l’assenza di lavoro. Tutti i concerti finiti nel disco hanno risentito un po’ di questa circostanza: si è deciso di usare la chitarra elettrica perché ci stava bene, perché ci piaceva, per una sorta di omogeneità d’insieme.

Mescalina: Per motivare la (cospicua) catena di sant’Antonio dei suoi album “dal vivo”, Francesco De Gregori ha dichiarato trattarsi di aggiornamenti in progress della sua discografia. Detto in altri termini: il maquillage necessario e sufficiente a far sì che le canzoni possano reggere il confronto col tempo. Ti succede di affrontare la rilettura live dei tuoi brani con lo stesso spirito? 

Testa: Per me è un po’ diverso. Purtroppo i miei primi tre/quattro dischi non sono più rintracciabili, la registrazione live è dunque anche un modo di conservare la memoria di quelle canzoni. Oltre all’inevitabile trasformazione che i brani subiscono con il tempo e a secondo di chi le suona, c’è anche questa voglia di riportarle a galla. Le traiettorie delle mongolfiere che apre questo live, per esempio, è ripresa da un disco che, dopo due ristampe, ormai non si trova più. Mi riferisco a  Mongolfieres….

Mescalina: Per il poco di inglese che conosco Men at work starebbe per “lavori in corso”, come dire una cover da cartellonistica stradale: dopo il presidente-operaio ora tocca ai musicisti-manovali?  Battute (pessime) a parte: mi dici se questo taglio “proletario” della copertina può ricondursi al senso ultimo di molte delle canzoni in scaletta?

Testa: Ci sono diversi motivi per cui ho intitolato il disco Men at work, e lo stesso vale per la scelta della copertina. Il primo motivo, molto banalmente, risale al fatto che nelle migliaia di chilometri percorsi sul “nove posti” che ci ha portato in giro per la Germania, il cartello stradale con la scritta “lavori in corso” è stato quello che abbiamo incrociato più di frequente, insieme all`altro,“Ausfall”, che in tedesco vuol dire “Uscita”. La seconda ragione è che il lavoro è il tema centrale di alcune canzoni contenute nel disco, e anche il tema centrale della vita di adesso, viste la crescente disoccupazione e le difficoltà che si incontrano sul posto di lavoro. L’ultima considerazione che mi viene da fare sulla scelta del titolo e della copertina del disco è questa: la situazione attuale in Italia è così complicata che è inutile aspettarsi che un qualunque Salvatore - chiunque esso sia e da qualunque parte venga – riesca a risolvere da solo una crisi come questa. Bisognerebbe invece che ci dessimo tutti un po’ da fare. Man ma anche woman at work. Uomini e donne al lavoro.

Mescalina: La quarta domanda te la sei un po’ andata a cercare. Nel senso che a un certo punto, dialogando - auf Italienisch - col pubblico tedesco tiri in ballo i fantasmi scomodi di De Andrè e Pasolini, avendo peraltro premesso che in Italia gli anni e i giorni, insomma, non sono quel che si dice rose & fiori: allora cosa pensi possa fare una canzone in tempi tanto tragicamente compromessi?

Testa: Una canzone, se va bene, può tenere al massimo compagnia. Non credo possa avere altri effetti catartici. Le canzoni possono avere un effetto negativo, questo sì, se sono canzoni che se ne fregano, canzoni di  mero contorno alla vita. Per questo, ritengo, sia un dovere quasi etico quello di non chiudere gli occhi davanti alla realtà, da parte di chi ha la grossa fortuna di cantare a un pubblico che lo ascolta. Raccontare la propria microscopica verità e il proprio punto di vista: questo fa la differenza fra le canzoni di puro intrattenimento e le canzoni che invece hanno una loro valenza. Per andare al fatto del mio dialogare auf Italienisch col pubblico tedesco, posso dirti che dal vivo le mie parole erano puntualmente tradotte. Lo faccio sempre, all’inizio di ogni concerto che tengo all’estero: chiedo se in sala è presente qualche spettatore bilingue. Se così è lo invito sul palco e gli chiedo di tradurre le mie parole. Nel disco cito Pasolini dicendo di lui quello che penso: che manca la sua preveggenza. Oggi navighiamo senza bussola, non sappiamo cosa succederà, non dico fra dieci anni ma neanche fra un anno. Mi mancano questi intellettuali, queste persone lucidissime che riuscivano a vedere più lontano degli altri. E mi manca anche la compagnia fraterna di Fabrizio De Andrè, sono rimaste, certo, le sue canzoni, ma non ce ne saranno di nuove, e questo mi dispiace.

Mescalina: Per insistere sul tema quello che non ti aspetteresti mai da uno chansonnier patentato come Testa e che invece tira fuori sempre più spesso di disco in disco (emigrazione, disumanizzazione progressiva, crisi economica, licenziamento) devo per forza farti spendere due parole su Lele, un tuo vecchio pezzo che in Men at work è eseguito anche live. Proprio adesso che è tutto un gran parlare (a vuoto) di diritti delle donne e femmincidio. Genesi e teleologia della canzone, s’il te plait…

Testa: In effetti si tratta di una canzone molto vecchia, risale al 1976. Si ispira a un articoletto pubblicato sulla Gazzetta del popolo: parlava di una donna calabrese - sposata a un contadino del nord Italia - che si era tolta la vita. Il matrimonio a distanza era abbastanza usuale all’epoca, e queste donne avevano un coraggio da leoni perché pur parlando spesso una lingua - un dialetto - diversa da quello del marito, coi loro figli hanno contribuito a rendere più forte la nostra terra. Lele, invece, non è tra quelle che ce l’hanno fatta – chissà in quali condizioni avrà vissuto, chissà in quali circostanze si sarà trovata, passando magari da Crotone alle nevi delle Alpi marittime - e si è suicidata. Nei momenti di crisi, le donne  e i bambini sono le prime vittime. Sono i primi che muoiono nelle traversate dei migranti, sono i primi che subiscono le violenze nelle case, perché la tensione sociale alla fine si sfoga anche così. Date le analogie con questi tempi alquanto cupi, mi è sembrato giusto pubblicare questa canzone in Vitamia, e ribadirla adesso in un disco dal vivo. 

Mescalina: Mi resta un ultimo colpo in canna ma ho deciso di spararlo in aria. Ci saranno almeno cento cose che avrei potuto chiederti di questo disco e che invece ho tralasciato. Me ne diresti una soltanto?, a tua scelta, la più importante…

Testa: Sono contento che esista questo disco perché testimonia, soprattutto, di un legame autentico: quello instaurato, con gli anni, coi tre musicisti che suonano con me. Un legame di amicizia, di stima e conoscenza reciproche. Per spiegarti fino a che punto è alto il livello d’intesa che c’è tra noi, ti dico anche un’altra cosa: non preparo mai una scaletta prima dei concerti, e questo sia che suoni da solo, sia che mi esibisca “in quartetto”. Ciò permette di seguire meglio la curva emotiva che si crea tra il pubblico e colui che suona, consentendo, inoltre, ai musicisti anche una buona quota di improvvisazione. E’ stato davvero difficile scegliere per Men at work quali versioni dei brani tenere e quali no. Ho riascoltato tute le registrazioni dei concerti, accorgendomi di parecchie versioni molto belle e molto diverse tra loro. Questo è dovuto al grado di libertà raggiunta, che secondo me rappresenta un di più e ci si può permettere solo se il legame con le persone con cui suoni è molto forte.

 

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