Folfiri o Folfox<small></small>
Italiana − Alternative − Rock

Afterhours

Folfiri o Folfox

2016 - Universal
11/06/2016 - di
Folfiri o Folfox è per certi versi il disco più personale di Manuel Agnelli, come racconta lui stesso: “Ho perso mio padre che era da poco ridiventato il mio migliore amico. L’ho perso dopo essere stato al suo fianco con tutta la mia famiglia e averne seguito da vicino il calvario.[…] È la storia di un bambino che non crede in Dio e, in un sogno, si fa promettere da suo padre che loro due non sarebbero mai morti. Non ho mai avuto bisogno così tanto di scrivere e comporre un disco. Le fidanzate che ti mollano al confronto sono una gioia […] Voglio essere libero per poter dire come mio padre di non aver paura di morire, perché la vita, qualsiasi cosa significhi, l’ho vissuta perché lo volevo non perché dovevo. Eppure per altri versi è quello più corale ed in cui si sente di più qualcosa di personale di ogni componente, pur nella rinnovata formazione (con Fabio Rondanini al posto di Giorgio Prette e Stefano Pilia al posto di Giorgio Ciccarelli): Non ho mai sentito una complicità così profonda nel farlo con i miei compagni d’avventura e un senso così grande e preciso come musicista e narratore”. A far sentire l’afflato del gruppo contribuiscono le distorsioni basche di Irrintzi (2012) di Xabier che rendono il cuore accartocciato del bambino perduto e che in  Centubimax (farmaco antitumorale) sembrano dipingere lo scontro tra il bene ed il male in cui però nessun Arcangelo Michele (San Miguel) potrà riportare la luce. Ci sono i violini di Rodrigo che sembrano voler asciugare lacrime ancora calde in Non voglio ritrovare il tuo nome e Se io fossi il giudice. Ci sono la chitarra di Stefano e la sezione ritmica con Roberto e Fabio che sparano rabbia ne Il mio popolo si fa e Fa male solo la prima volta.

Folfiri o Folfox  parte dalla rielaborazione del lutto di Manuel e stringe attorno a questo dolore universale il gruppo e chi ascolta il disco. Per certi versi completa e supera il capolavoro Hai paura del buio? (1997), perfetta fotografia del tempo, perché affronta la crescita e ciò che comporta in termini di dolore e rinascita. A 50 anni non si può più sparare a zero su quelli del “sabato in barca a vela lunedì al Leoncavallo” e basta. E lo scorpione da mutilare dentro il cuore fa molto più male. Lo sguardo che in Padania (2012)  e nelle letture durante i concerti di estratti da Paolo Borsellino e l’agenda rossa si era aperto ancora di più alla società civile stavolta si deve concentrare sull’Io.

Un qualcosa visto anche in Adore (1998) degli Smashing Pumpkins, non a caso scritto dopo la scomparsa della madre di Billy Corgan. Dai proiettili con le ali di farfalla si passò alla struggente elegia For Martha.

Folfiri o Folfox  è il disco in cui lirismo e ricerca sonora si sono fuse meglio, al punto da strabordare. Non basta un album, ne serve uno doppio per raccontare tutta la storia.

Una storia che inizia con Grande  (“Avevamo un patto io e te ma poi ti si è spento dentro”) su note che, dopo un iniziale incedere da fiaba si fanno sempre più tese a raccogliere una rivelazione di fragilità (“resta un po’ a giocare con me”).

L’odore della giacca di mio padre, tutta pianoforte e con violini che graffiano il cuore, è un quadro crepuscolare di porte che si aprono in scene di vita che ora hanno un valore tutto nuovo.

Non voglio ritrovare il tuo nome elabora l’amarezza della conclusione di una storia senza “male di miele”. E’ una sinfonia della crescita, della scoperta della consapevolezza di sé: “un uomo può distinguersi da un’ombra se cerca di esser sempre causa di quel che gli accadrà”.

Ti cambia il sapore ha quel sapore da Paradise Lost, di lancio di sfida ad un Dio lontano, che le chitarre accentuano, ricordando quasi una discesa agli Inferi.

Lasciati ingannare (una volta ancora) è un viaggio alla ricerca del tempo perduto, sul filo di un “labbro superiore”, su un tappeto di note che via via si stratificano.

Folfiri o Folfox, ancora un titolo derivato dai farmaci antitumorali, è un groviglio vocale e sonoro densissimo ed intensissimo, che mescola morte, protocolli e fatalismo, dove la voce ad un certo punto si fa irriconoscibile, spettrale.

Fa male solo la prima volta è un elettroshock ripreso poi qualche brano più in là da Fra i non viventi vivremo noi. Tagliente nei riff e nel demolire ogni luogo comune, ogni gabbia, e sempre nel solco del leitmotiv del superamento della morte.

La chiusura di questo viaggio nel dolore e nella crescita è per certi versi un bagno di luce. I violini introducono la rugiada di Se io fossi il giudice, le chitarre riportano in alto un animo rimasto imbrigliato in costrizioni che la catarsi della sofferenza ha consentito di abbandonare: “libero di non essere più me”. Ed il verso finale sembra un dolce abbraccio fra Manuel ed il padre, dopo aver finalmente compreso il reale insegnamento che voleva esser trasmesso: “Oggi svegliandomi credevo fossi tu che mi dicevi Stupido devi tornare a vivere”.

E in fondo la migliore descrizione dello spirito che ha permeato il disco, che nella traccia finale trova completo sviluppo, l’ha data lo stesso Manuel: Voglio essere felice e non me ne frega più un cazzo se è la cosa più banale del mondo.”

Track List

  • Disco 1
  • Grande
  • Il mio popolo si fa
  • L’odore della giacca di mio padre
  • Non voglio ritrovare il tuo nome
  • Ti cambia il sapore
  • San Miguel
  • Qualche tipo di grandezza
  • Cetuximab
  • Lasciati ingannare (una volta ancora)
  • Disco 2
  • Oggi
  • Folfiri o folfox
  • Fa male solo la prima volta
  • Noi non faremo niente
  • Né pani né pesci
  • Ophryx
  • Fra i non viventi vivremo noi
  • Il trucco non c’è
  • Se io fossi il giudice

Afterhours Altri articoli