Afterhours

Afterhours

Roma Ippodromo Capannelle


19/07/2016 - di Arianna Marsico
La data romana del tour di Folfiri o Folfox degli Afterhours consente di cogliere appieno l’evoluzione della band. Fabio Rondanini e Stefano Pilia, fresche new entry al momento di Io so chi sono in teatro, dimostrano di essersi amalgamati appieno con il resto del gruppo. E non solo. Danno un prezioso contributo nell’iniettare nuova potenza a brani arcinoti ma è soprattutto nelle nuove tracce che brillano. La coralità del disco, la rapida empatia con i nuovi componenti nella dimensione live non può che accentuarsi. E così l’inizio del concerto non può che essere dedicato a Folfiri o Folfox. Grande è di una bellezza raggelante, ancora più contratta che nel disco. La voce di Manuel taglia l’aere e l’animo. Il mio popolo si fa è un manifesto, e le parti di batteria sono un gioiello.

Non voglio ritrovare il tuo nome mostra il lato per certi versi più melodico dei nuovi Afterhours, con la malinconia e l’amarezza che si sposano con il violino di Rodrigo e la potenza del resto.

E quanto risplendono i vecchi brani! Varanasi baby e Male di miele vibrano di nuova rabbia. Costruire per distruggere stavolta rinuncia alle sue nuance industriali per avere un tono più raccolto, la tromba di Xabier è quasi dolce invece che straniante.

Stavolta però la cosa più interessante è proprio vedere come un disco importante e corposo (trattandosi di un album doppio) prenda vita sul palco, e non rifugiarsi nel ventre tenero del conosciuto. Né pani né pesci tra il sacro e l’umano (“abbracciati a quel che hai nessuno mai porterà né pani né pesci”) disturba ed emoziona. L’odore della giacca di mio padre è uno dei momenti intimamente più intensi della serata, nella sua crepuscolarità ed asciuttezza negli arrangiamenti che esalta l’aspetto vocale, soprattutto nel refrain. Una voce di cui Manuel da Padania (2012) si è pienamente riappropriato, e che da Folfiri o Folfox canta anche il diritto alla felicità. Già quella chimera a tratti ignorata in una voluptas dolendi forse talvolta indotta. Se io fossi il giudice diventa così una primavera dello spirito che spezza ogni catena e sono voce e violini ad abbracciare il mondo, soprattutto sul palco.

Il brano ci mostra un Manuel più disteso del solito. Concederà infatti due bis, non avari di sorprese. Se Non è per sempre e Quello che non c’è sono pietre miliari immancabili, Pop in versione solista è una chicca.

Il finale è sempre affidato Bye Bye Bombay (e su quello prima o poi mi aspetto di essere stupita), una solida certezza.

 Assieme a quella che gli Afterhours sono tornati, dopo 4 anni senza inediti, e che sono più compatti che mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

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