Afterhours

Afterhours

Roma, Auditorium Conciliazione


31/01/2015 - di Arianna Marsico
Conto fra me e me i concerti degli Afterhours a cui sono stata e mi rendo conto che con quello di stasera arrivo a quota dieci. E ogni volta il gruppo è riuscito a riservarmi qualche sorpresa. Con il tour teatrale “Io so chi sono - luci, immagini, suoni canzoni, suggestioni e parole sul tema dell’identità” le novità non sono poche. È la prima volta con la nuova formazione: dopo l’uscita dalla band di Giorgio Prette e Giorgio Ciccarelli sul palco troviamo Fabio Rondanini alla batteria e Stefano Pilia alla chitarra. Poi è un tour teatrale (mi rendo conto che per me è la prima volta che assisto ad un loro concerto da seduta e soprattutto con un’ottima acustica!) il che comporta necessariamente una revisione della scaletta ed un certo riarrangiamento dei brani. Vengono così sacrificate pietre miliari come Male di miele e Bye Bye Bombay, mentre persino Hai paura del buio, album celebrato questa estate, se ne sta in disparte, perché, come ha dichiarato Manuel Agnelli durante un’intervista a XL, la band ha “cercato di costruire le cose in modo che ci sia una tensione diversa, che arriva in modo tagliente, ma senza usare per forza la velocità o la potenza sonora”.

Last but not least, il tour è un concept tour sull’identità . Riguardo la ricerca di chi si è Agnelli ha detto: “Credo che le persone cambino più volte nel corso della loro esistenza. A volte diventano radicalmente diverse. Comunque cambiano profondamente. Magari uno si sforza per cercare una certa dimensione e poi quando la raggiunge non va più bene, non si adatta più a quello che è diventato come persona. Penso che cercare di capire cosa vogliamo essere sia fondamentale, ma tenendo presente che cambiamo di continuo, nel tempo. E meno male che è così.”

Il concerto inizia con Manuel che scende tra il pubblico cantando a cappella Io so chi sono, raggiungendo sul finale gli altri sul palco. Parte poi Spreca una vita. E poi la perla di Padania, ossia Costruire per distruggere. La tromba di Xabier dilania il cuore, ed il brano, con le sue scene di un mondo in disgregazione, è la perfetta introduzione per la lettura di Odio gli indifferenti di Antonio Gramsci: “L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza.”

Si torna poi agli Afterhours più lavici con Sulle labbra e Sangue di Giuda.

Questo tour è anche un tour di omaggi musicali, oltre che di letture. Ed ll primo è a Nick Drake. Manuel afferma che è sempre stato tra i pochi cantautori che ascoltava, e poi attacca con la sua versione di Place to be. Baby fiducia è accompagnata da un video in cui gli Afterhours, in versione calciatori testoni di Italia 90 (ricordate i pupazzi con le caricature dei giocatori?), ballano. Ballata per la mia piccola iena porta  al momento in cui la scena è tutta per Xabier ed il suo mahai metak. Altra peculiarità di queste date sarà infatti lasciare un piccolo sipario a ciascun componente. Iriondo ed il suo strumento accompagnano la lettura di Moloch di Allen Ginsberg.

L’ultimo disco fornisce parecchi brani per questa data: ecco in rapida sequenza Metamorfosi, Terra di nessuno e Padania per l’appunto. Quest’ultima è  un crescendo di intensità. Stefano Pilia con la sua sua chitarra con l’archetto introduce Vanarasi Baby.

Il secondo reading è dedicato a Fernando Pessoa, ed al suo Libro dell’inquietudine:” Una sola cosa mi meraviglia più della stupidità con la quale la maggior parte degli uomini vive la sua vita: l`intelligenza che c`è in questa stupidità. La monotonia delle vite comuni è apparentemente terribile.[…] E, se la vita è essenzialmente monotonia, in realtà quell`uomo è scampato alla monotonia più di me. E continua a sfuggire alla monotonia più facilmente di me. La verità non è sua e non è mia perché la verità non è di nessuno; ma la felicità è sicuramente sua.”

La sottile linea bianca e La terra promessa si scioglie di colpo, quest’ultima con Agnelli al piano e Pilia al contrabbasso, chiudono la prima parte del concerto.

Non è la prima volta che mi capita di trovare gli Afterhours più tesi durante la prima parte di un concerto e più sciolti e rilassati dopo. Stavolta chissà, forse anche il fatto che sull’uscita di Pretti e Ciccarelli si sia detto tutto ed il contrario di tutto potrebbe aver influito, la necessità di rodare la nuova formazione…

Ma questa possibile tensione finalmente si scioglie.  Gli Afterhours tornano dopo la pausa senza le giacche e tra il pubblico. Iniziano a suonare Non è per sempre sorridenti e rilassati, lasciano cantare il pubblico. Suonata così la canzone perde un po’ della sua maestosità orchestrale, ma acquista un sapore di intimità e complicità tra la band ed i presenti.

L’assolo di Rondanini alla batteria precede Ossigeno. Posso avere il tuo deserto è potente e liberatoria. Per Ci sono molti modi Manuel si mette al piano, le note dense e lente della tastiera sono accentuate dal violino, che mai come in questa location teatrale ha trovato piena espressione, e da effetti sonori che accentuano la lacerazione dell’io che canta.

Lilac wine è il brano scelto per rendere omaggio a Jeff Buckley e alla sua voce angelica. Quella di Manuel è ovviamente più robusta, ma trasmette ugualmente il carico di sofferenza ed incertezza.

Bianca acquisisce un non so che di brioso e leggero. Riprendere Berlino è una dolcissima madeleine, e finalmente ne colgo gli echi di Heroes di Bowie.  A Rodrigo D’Erasmo ed al suo violino viene lasciata la scena.

La malinconia ed il senso di responsabilità de Il mio ruolo chiudono la seconda parte del concerto. Gli Afterhours lasciano il palco uno alla volta, e gli ultimi sono proprio le new entry Rondanini e Pilia, salutati da meritatissimi (e rincuoranti di sicuro)  applausi.

Roberto Dell’Era apre l’ultimo terzo di serata. Arriva Inside Marilyn e poi il gran finale.

Quello che non c’è, cantata a squarciagola anche se l’auditorium vorrebbe un ascolto più composto. Le ali nere ed il mantello sono invocate e volute da tutti. Il brano diventa una sorta di abbraccio collettivo per darsi forza.

E con questo abbraccio si  esce, confortati dalla capacità degli Afterours di rinnovarsi e regalarci qualcosa di bello nonostante tutto. Si va via inebriati dal profumo della bellezza.