Afterhours

live report

Afterhours Vent'anni di inquietudine per gli Afterhours a Bellaria-Igea Marina

di Elisa Valmori

Concerto del 26/07/2025

#Afterhours#Italiana#Alternative

Il ritorno sulle scene degli Afterhours con il Tour Ballate per piccole iene era attesissimo, e non ha deluso le aspettative: preceduto dalla riedizione dell’album più rappresentativo della rottura della band con il proprio passato, dalle sonorità ora più gravi, come forse Manuel Agnelli avrebbe voluto sin dalla pubblicazione nel 2005, è un “tour magico, che però sembra giochi senza frontiere” (come afferma il frontman della band), e che ripropone un disco di cui è percepibile l’anima forse ora più che mai, a distanza di vent’anni.

Il 26 luglio, al Beky Bay di Bellaria-Igea Marina, lo scenario che precede il live è insolito: pioggia e vento imperversano sulla spiaggia romagnola, e i primi fedelissimi giunti in loco si rifugiano sotto i pochi tendoni presenti. Si attende che l’acqua diminuisca, e a rompere il ghiaccio è Rain Taylor con la sua band, Rain Taylor’s Project, artista emergente che – come i compari Grida - ha partecipato alla rassegna Carne Fresca: Suoni dal futuro, curata dallo stesso Agnelli, che ha voluto offrire uno spazio di visibilità a giovani emergenti particolarmente talentuosi. Un incipit timido, che sembra percepire lo sconforto del pubblico per le avverse condizioni meteo. Il giovane romagnolo si conferma un artista sensibile, che con le sue composizioni cerca di spingersi al di là di un genere specifico, esplorando il panorama musicale oltre i confini del grunge/nu metal dalle inflessioni psichedeliche, per arrivare a una melanconia intrisa di sonorità anche new wave, dalla ritmica minimale su cui si innestano riff di chitarra e synth ben bilanciati. In Rain Taylor sembrano campeggiare sensibilità, rabbia e disillusione, veicolate da sonorità, a tratti più ruvide, di una voce che si sfoga verso la follia.

A seguire, i modenesi Grida salgono spavaldi sul palco, dotati di grande energia e di una sorprendente consapevolezza di quello che stanno facendo. I brani che propongono (tra cui anche un inedito, Distante) sono ben congegnati, quasi tutti in lingua italiana, che ricerca anche immagini concrete, articolate in arrangiamenti molto ben calibrati soprattutto tra chitarra e basso, cui è dato un meritato spazio di manovra, sia nelle linee armoniche sia nelle dinamiche, dai cambi ritmici a volte duri, ma egregiamente assettati. Entrambe le band si ringraziano vicendevolmente, grate anche dell’opportunità ricevuta.

La pioggia ricomincia a cadere; ciò nonostante il parterre inizia a gremirsi di tanti fans giovani e meno giovani (questi ultimi soprattutto), in paziente attesa dell’entrata in scena di Manuel Agnelli e soci.

Il frontman sale sul palco con percepibile mestizia dovuta alle condizioni meteo, sinceramente dispiaciuto di non poter omaggiare il pubblico con lo spettacolo migliore possibile; tuttavia, l’arpeggio iniziale di La sottile linea bianca è qualcosa di ipnotico, che fa dimenticare le rigidità del clima, anche se impastato in suoni che escono in maniera non ottimale. A questo si aggiungono le difficoltà vocali di Agnelli, quasi afono per lo sbalzo termico, tuttavia compensate dal polistrumentista Giacomo Rossetti (già al suo fianco nel progetto solista e anello di congiunzione tra il frontman e gli Afterhours) e da Dario Ciffo (voce e violino), ma anche dal calore e dalla partecipazione del pubblico, che conosce a memoria ogni passaggio dei brani.

La prima parte del live è interamente dedicata alla riproposizione di Ballate per piccole iene: piccoli capolavori che si susseguono uno dietro l’altro, Ballata per la mia piccola iena, È la fine la più importante, Ci sono molti modi, La vedova bianca, Carne Fresca. Non si esce illesi da questo disco inquieto, intenso, maturo, costellato di amore carnale, demoni e disillusione che muovono tutte le corde dell’anima, immersa in un altro tempo e in uno spazio cosmico. La sezione dedicata a Ballate per piccole iene, che prosegue con Chissà com’è, Il sangue di Giuda, e termina con Il compleanno di Andrea, è misurata, a tratti fin troppo abbottonata, ma sembra esprimere tutta la cura e il rispetto che nutre la band nella riproposizione di una pietra miliare della musica italiana e della storia degli Afterhours.

La seconda parte del live riserva uno spettacolo più dinamico e ricco di entusiasmo; Agnelli si lascia andare, ci ringrazia più volte per essere rimasti nonostante la pioggia, e attacca Strategie (tratto da Germi, 1995), in una progressione sfrenata senza fine né ritorno, poiché a seguire la band ripropone, uno dopo l’altro, i suoi più grandi e scatenati successi: Lasciami leccare l’adrenalina e Dea (contenute nell’album Hai paura del buio? del 1997), su cui Agnelli fa volteggiare il microfono in un funambolico gioco di cavo; La verità che ricordavo (dall’album Non è per sempre, pubblicato nel 1999), Male di miele (sempre da Hai paura del buio?), fino alla malinconica Quello che non c’è e all’ammiccante Varanasi Baby (tratte entrambe dall’album Quello che non c’è, 2002). Un muro di suono, dominato dalla batteria compatta di Giorgio Prette e dal basso graffiante di Andrea Viti; una cannonata dietro l’altra, su cui una parte del pubblico poga, tornando indietro di vent’anni.

Agnelli dedica un applauso agli opening act, “che ci salveranno dalla merda che ci siamo sucati negli ultimi vent’anni”. L’obiettivo di Carne Fresca: suoni dal futuro è appunto dare nuova linfa alla scena musicale emergente italiana, in un messaggio di protesta contro gli ascolti di massa, da cui non si esce vivi se non con nuove talentuose realtà che dei numeri se ne fregano. Il “comunicato” introduce quindi Non si esce vivi dagli anni ‘80 (dall’album Non è per sempre), su cui Agnelli esaspera la voce nelle note più gravi e rauche, che provengono dalla pancia e si infilano nella gola in un tunnel di rabbia ed esasperazione. Ancora, riserva una critica sociale ai diritti che stiamo perdendo, consapevoli di non fare nulla per impedirlo. Invita ad andare nelle piazze, ad andare a votare, a riconoscere lo stato di Palestina, per poi attaccare Padania (che proviene dall’omonimo album, Padania, del 2012). Con Bye Bye Bombay (tratto da Quello che non c’è), sul pubblico cala una coltre noise che vira alla psichedelia, e che sembra preludere all’epilogo del live. Ma il carismatico Agnelli invita il pubblico a mantenere fiato ed energia per gli ultimi tre brani, il primo dei quali è una versione essenziale e cruda di La canzone di Marinella di Fabrizio De Andrè. Seguono i ringraziamenti, a tutti i membri dello staff, e lo spettacolo si chiude con Non è per sempre (tratta dall’omonimo album) e Voglio una pelle splendida (da Hai paura del buio?), sul cui finale la sola batteria di Prette sembra incedere nell’ostinato pattern senza finire mai.

Il live degli Afterhours è un viaggio nel tempo, un salto indietro di vent’anni che trascina con sè un bagaglio nuovo, carico di consapevolezza più matura, ma che mai si arrende, sia della band sia del pubblico. L’inquieta adrenalina che si scatena alla rinnovata esecuzione di brani affilati, che non perdono né di qualità compositiva né di intento rabbioso, affonda le radici nelle viscere e avvolge l’anima… e non si può smaltire in un solo giorno. La riproposizione di Ballate per piccole iene doveva essere, per la band, la “chiusura di un cerchio”: così è stato, e a riprova dell’obiettivo raggiunto, depone l’abbraccio panico che sul finale si scambiano Agnelli e tutti i musicisti.