Afterhours

Afterhours

Roma, Atlantico


07/06/2012 - di Arianna Marsico
Padania è il disco che ha segnato  un ritorno alle origini, con la stessa rabbia di allora (se non di più) ed una maggior consapevolezza. In questa direzione vanno  la data romana del nuovo tour degli Afterhours e la partecipazione alla stessa degli Afghan Whigs, sottolineando che i nostri sono tornati con un suono al fulmicotone.

Lo dimostra la scaletta del concerto, che concede pochissimo respiro in questo atto d’amore che è dire la verità. Lo dimostra il ritorno di Xabier Irondo, scatenato sul palco almeno quanto Manuel Agnelli ( in grandissima forma, fisica e vocale).

E lo dimostra anche la scelta di far iniziare il concerto  agli Afghan Whigs. Sentendo la band di Greg Dulli, col suo sound ora denso, ora teso e vibrante sembra quasi di sfogliare un album di famiglia e si comprende appieno perchè gli Afterhours siano sempre riusciti a smarcarsi da un certo retrogusto patetico di certa musica (per così dire) italiota. Ed onestamente la performance romana non lascia dubbi sul fatto che possano stare sullo stesso livello di band straniere non solo  a livello musicale ma anche sull’essere engagé in modo non piatto. La lettura di un brano dell’Agenda rossa di Paolo Borsellino vale più di tanti discorsi.

Si inizia con Metamorfosi e Terra di nessuno, quest’ultima quasi sincopata. Un bell’antipasto  dall’ultimo album, che però porta dritti dritti in Male di miele. Il pezzo resiste maestoso agli anni, attuale ed eruttiva espressione dell’eterno streben umano.

Con Costruire per distruggere arriva un momento che potrebbe essere quasi da ola con gli accendini se… se Xabier Irondo non suonasse la tromba in modo straniante e lancinante, un perfetto scenario, con archi ed archetti di Rodrigo D’Erasmo e Roberto Dell’Era,  per le scene real- apocalittiche declamate da Manuel.

Padania, struggente e potente, viene dedicata all’amico giornalista Gerardo Panno (“ una delle poche persone serie in quell’ambito”, così lo ricorda il cantante).  Ci sarà una bella luce è un’esplosione sonora e vocale.

Ballata per la mia piccola iena è rabbiosa e guidata dall’istinto di sopravvivenza al punto giusto, e fa da giusto apripista al noise di E’ solo febbre.

Arriva a questo punto un brano che nel 2009, da solo, senza un intero album ( dei soli Afterhours) alle spalle ha giustificato un tour . E’ Il paese è reale. Manuel vorrebbe che la cantasse la gente, e la richiesta è quasi pleonastica perché il canto nasce spontaneo. Ed il risultato è commovente, un vero atto di  catarsi e rinascita.

Con Sulle labbra parte un crescendo di potenza prima dei bis , con la sola eccezione de La terra promessa si scioglie di colpo, che passa per Io so chi sono e Tutto fa un po’ male per arrivare a due momenti che da soli valgono il concerto. Il primo è La vedova bianca, per la quale risale sul palco Greg Dulli, che la canta nella versione inglese White widow. L’impasto tra  la voce di Agnelli e quella di Dulli crea una tensione che si avviluppa sul refrain magnetico e sensuale del brano.

Poi arriva Bye Bye Bombay, come sempre dilatata, quasi una suite. “ Io non tremo … è solo un po’ di me che se ne va” diventa una bomba ad orologiera tra mani dei musicisti e le labbra del pubblico. A questo punto arriva la pausa.

 La band esce e rientra con Manuel Agnelli alle tastiere e Pelle infilzata nel nostro cuore. Dolente e appassionata, è l’ultimo momento di raccoglimento del concerto. L’ultima virgola intimista prima del gran finale. Arriva Quello che non c’è, potente autocritica, quasi biblica nel suo “So camminare dritto sull’acqua  e quello che non c’è”. Poi la scheggia impazzita di “Posso avere il tuo deserto?”. Ed ecco che per il Big Bang risale sul palco Greg Dulli. E’ il momento di una chiusura non usuale con Voglio una pelle splendida. Preghiera, critica a se stessi e alla superficialità moderna. Voglio un pensiero superficiale che renda la pelle splendida non è solo un verso di una canzone, è un tatuaggio interiore per chi non si rassegna all’odierno trionfo del nulla.

 Manuel Agnelli sorride e saluta, lasciando che Giorgio Prette,Giorgio Ciccarelli,Roberto Dell’Era,Rodrigo D’Erasmo e Xabier Iriondo  si godano l’ovazione finale.

Cala così il sipario su una serata di puro rock ed energia, di voglia di cambiare. Di riprenderci gli spazi in cui si fanno musica e cultura, sempre più a rischio in un paese in cui la cultura è  vista solo come un  costo e non come un’opportunità ( come Manuel ricorda a proposito dell’Angelo Mai a Roma). Di pensare con la nostra testa. Per noi stessi, per magistrati come Falcone e Borsellino, per tutte le persone che ogni giorno rialzano la testa in mezzo alle macerie, dei terremoti e non solo.  E forse con certa musica nelle orecchie ci si riesce meglio.

C’è una strada in mezzo al niente

Piena e vuota della gente

E non porta fino a casa

Se non ci vai tu

Io voglio fa qualcosa che serva

Fammi far solo una cosa che serva

Dir la verità è un atto d’amore

Fatto per la nostra rabbia che muore

(Il paese è reale)

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