Bruce Springsteen Tracks II - The Lost Albums
2025 - Legacy Recordings / Sony
Si parte col corposo LA Garage Sessions ’83, con 18 brani scarni, essenziali, in cui Bruce suona ogni strumento, sfrutta i sintetizzatori registrando il tutto in stile Nebraska (dal quale deriva) e collegandosi idealmente con il successivo Born in the USA; apre con la Follow that dream tante volte riproposta nei live, vi si trova una My Hometown ancora da ripulire e cantata a fatica, con una voce rauca che si aggrappa con le unghie alle note più alte, una versione asciuttissima di Johnny Bye Bye, Shut out the light e altre ballate che scivolano via rapidamente lasciando qualche ricordo profondo, ma non particolarmente incisivo.
I 10 pezzi di Streets of Philadelphia Sessions presentano uno Springsteen vagamente oscuro, compassato, impegnato a disegnare profili notturni che seguono la falsariga di quanto scritto per film di Demme e che era valso a Bruce un Oscar nel 1994. Da segnalare una Something in the well che porta dentro di sé i semi di quello che germoglierà in The Ghost of Tom Joad, la Secret Garden pluri-utilizzata dai registi di mezzo mondo e una Farewell Party che chiude l’album, ma che sarebbe stata perfettamente a suo agio in uno dei tanto bistrattati (e solo successivamente riabilitati) “dischi gemelli” del 1992.
Faithless è l’unico vero album in senso stretto riesumato per il cofanetto: a Springsteen nel 2005 era stata commissionata la realizzazione della colonna sonora di un film western e lui, nel giro di poche settimane, aveva sfornato questi 11 brani piuttosto scarni, che risentono dell’atmosfera dell’Arizona, dove si era ritirato per produrli e registrarli. Quattro sono strumentali, gli altri virano verso sonorità che a tratti scivolano verso il gospel, oppure prendono direzioni che ricordano le ballad intimiste in cui voce e un solo strumento reggono l’impalcatura senza tremare.
Passare al disco successivo, vale a dire Somewhere North of Nashville, è come trovare una fonte d’acqua dopo la traversata nel deserto: ritmo, percussioni, tastiere a profusione, la lap steel guitar sempre presente a far da tappeto sonoro, la voce di Bruce che torna a comandare la compagnia e dettare il ritmo, una voglia di ballare e divertirsi che sembra contagiare chiunque venga coinvolto nella registrazione dei 12 brani. Alcuni già proposti altrove (Janey don’t you lose heart, Stand on it), altri che rimandano a sonorità familiari (Under a big sky sembra la nipotina di Highway Patrolman) o che non avrebbero sfigurato se messe a confronto con le Seeger Sessions (Silver Mountain). Un disco, questo, che sarebbe stato in piedi da solo anche senza essere inserito in un cofanetto così ingombrante, tanto spende di luce propria come un piccolo gioiello.
Passare all’album successivo equivale a scendere dalla giostra e mettersi sul divano a riflettere: Inyo e la sua decina di storie sono altrettanti ritratti dipinti ai margini del quadro di The Ghost of Tom Joad: meno strutturati musicalmente, con arrangiamenti da perfezionare ma con perle che vanno oltre la nomea di “scarti”, anche perché scritti post-TGOTJ e quindi non catalogabili come tali. Adelita, la stessa Inyo, la splendida The lost Charro che ricorda la Linda Paloma di browniana memoria (peraltro non a caso ripresa proprio da Springsteen e Patti Scialfa nel tributo a Jackson Browne del 2014), pure When I build my beautiful house: c’è da pescare bene e abbondantemente.
Molto meno, quasi nulla in realtà, dall’album successivo, quel Twilight Hours che suona più pesante e dilatato, con 12 pezzi registrati durante il periodo di Western Stars. E che come quelli del disco “ufficiale” riflettono un mood poco springsteeniano, dove la quantità di zucchero e miele è decisamente sopra la media; anche la voce è modulata in maniera quasi inedita, sperimentale e difficile da assimilare per chi è abituato a tutt’altre tonalità e ritmica.
Quelle che fortunatamente si ritrovano andando ad ascoltare l’ultimo “lost album”: Perfect World riappacifica con il Bruce che ha fatto la storia della musica rock. Voce potente, tappeto di chitarre e batteria come da lunga e consolidata tradizione con gli amici di sempre, l’armonica a punteggiare brani di grande spessore. Fondamentale ovviamente la presenza forte, continua e strutturale della E Street Band che costruisce l’impalcatura di brani che reggono benissimo il confronto con quelli che Springsteen decise poi di inserire nel quasi contemporaneo Letter to You. Diventa difficile mettere tra le “seconde scelte” pezzi come The Great depression, Idiots delight, Rain in the river, al punto che quasi viene da rimproverare l’inserimento di una ballad come If I could only be your lover o Blind Man e la conclusiva Perfect world che servono però a rallentare il ritmo e abbassare la coralità di un disco dalle spiccate sonorità rock.
Che arriva a chiudere il cerchio di un cofanetto che, aldilà del costo spropositato, si presenta come un’operazione ipertrofica, anche se non per questo da svalutare. Certo, al fan integralista andrà bene il pacchetto completo: a quello che sceglie di discernere un buon prodotto da uno meno intrigante (nella lunghissima carriera di Springsteen, come in quella di ogni artista, ci sono stati alti e bassi quanto a creatività e qualità del prodotto) toccherà invece tenere pronto il dito sul tasto skip per passare oltre in parecchie occasioni, selezionare album e brani tenendo il necessario e scartando il superfluo. Un po’ quello che la Sony ha fatto proponendo in parallelo l’uscita di un disco con 20 tracce (Lost and found), alla portata di tutti anche dal punto di vista dell’impegno economico, pescando tra le 83 presenti nel cofanetto. Fortunatamente, poi, i supporti digitali consentono alla musica ormai liquida di essere gestita dal fruitore finale in maniera autonoma. Dai “Bootlegers: roll your tapes!” siamo ormai passati al “Buyer: download your file”. Anche se in fondo non è poi così male poter decidere cosa ascoltare senza doversi spostare dal divano, alzare la puntina e spostarla oltre il solco meno desiderato, facendola ricadere su quello ritenuto migliore: l’importante è avere materiale per poterlo fare...
