Bruce Springsteen Nebraska `82: Expanded Edition
2025 - Columbia
Nebraska nasce in un periodo di crisi personale e di crescita artistica, nonché di depressione, come rivela lo stesso Springsteen nella sua autobiografia Born To Run (2016). Alla nascita dell’opera è dedicato un libro, Deliver Me from Nowhere (2023), seguito da un film omonimo diretto da Scott Cooper, in sala in questi giorni: già solo questo basta a sancire l’importanza di un album realizzato con le demo dei brani incise su audiocassetta (con un Tascam 144, dallo scorrimento un po’ più rapido del normale, motivo per cui il vinile suona più lento, basso e con un pitch calante), destinato inizialmente ad essere sviluppato con la band e infine pubblicato nella sua forma embrionale.
Lo Springsteen di Nebraska abbandona l’impostazione vocale consueta, elimina arrochiti enfatici e colori baritonali per presentarsi quasi trasognato, narratore in prima persona di storie già concluse, di reminiscenze d’infanzia ingenue e prese di coscienza della mediocrità dell’esistenza. I suoi fari paiono essere Edgar Lee Masters e Flannery O’Connor, ma a leggere i testi pare di trovarsi di fronte ad un giovane Raymond Carver. L’immaginario principale parte dal cinema, da film come The Night of the Hunter (1955) di Charles Laughton (e i tatuaggi sulla mano torneranno in Cautious Man, su Tunnel of Love, del 1987) e ci tornerà, considerando che The Indian Runner (1991) di Sean Penn è ispirato a un brano del disco.
Nei testi, non ci sono immagini fantasiose, non c’è ombra di similitudini o metafore, forse nemmeno di correlativo oggettivo (in fondo, il Boss non era proprio un intellettuale e ha anche dichiarato di aver letto Dostoevskij soltanto nel 2012…). Ci sono solo personaggi che compiono azioni, raccontate senza giudizio, alle prese con una morale che pare naufragata. Cominciano ad affacciarsi reduci di guerra disperati (come quello di Born in the U.S.A., inizialmente nata come blues dolente, poi sviluppata in chiave rock e infine data in pasto ai riff di sintetizzatore), poliziotti non più integerrimi, delinquenti occasionali, addirittura spree killers. Horror vacui e cupio dissolvi convivono in narrazioni incredibilmente dirette. E se lo sguardo e i rimandi sono al passato, in un certo senso il disco finisce per essere nuovo: il lo-fi di Bonnie Prince Billy, Howe Gelb e Jason Molina non è ancora nato.
Musicalmente, le composizioni sono di una semplicità disarmante: solo accordi di triade, nessun rivolto. Melodie limpide, mutuate dalla tradizione e personalizzate da uno stile finalmente privo di orpelli, strutture armoniche classiche e persino banali, basate in maggior parte su I, IV e V grado. Paradossalmente, uno dei dischi folk più grevi della Storia della Musica, è quasi tutto in maggiore.
La title track, ispirata alle gesta di Charles Starkwheater e Caril Ann Fugate, trasfigurate dal film Badlads (1973) di Terence Malick, è – con buona pace del più grandguignolesco Nick Cave e con l’ammirazione del lungimirante Johnny Cash (che però preferì riproporre una epicheggiante Highway Patrolman) – la murder ballad definitiva, priva di “sound and fury” e carica di nichilismo. “Volevano sapere perché ho fatto ciò che ho fatto. Be’, penso che non ci sia che meschinità al mondo”, sussurra Springsteen, e poi parte l’armonica. Atlantic City parla di un uomo sommerso dai debiti che sogna il riscatto ma finisce in giri loschi. Mansion on the Hill (con il titolo mutuato da Hank Williams) racconta di divisioni sociali trasfigurate dalla nostalgia. Highway Patrolman è la storia di un poliziotto autostradale che lascia fuggire il fratello reduce dal Vietnam perché “un uomo che volta le spalle alla famiglia, sicuramente è un poco di buono”. Un brano a volte considerato minore come State Trooper è invece una testimonianza di un altro Springsteen, amico di Alan Vega e fan dei Suicide, dei quali pare quasi comporre una canzone apocrifa. Una corsa nella notte, senza patente e libretto, con due preghiere nel cuore: una quella di non essere fermato dalla polizia, l’altra di essere salvato dal nulla. L’appello finale torna in Open All Night, seguito da un liberatorio scat singing, ma ancora una volta è un Johnny Teardrop a compiere il viaggio del proletario disincantato, così come il Johnny 99 che uccide perché ubriaco dopo aver perso il lavoro. La finale Reason to Believe si compone di scene desolanti, dall’uomo che punzecchia un cane morto con un bastone a una donna abbandonata che aspetta il ritorno di chi non tornerà, dal bambino battezzato nel fiume al funerale di un vecchio, allo sposo abbandonato all’altare, mentre l’io narrante si domanda come si possa, alla fine di ogni sudato giorno, trovare qualcosa in cui credere.
A volte, i cofanetti celebrativi sono un modo per far spendere soldi ai collezionisti senza dar loro molto più di quanto non posseggano già sui vari bootleg. Altre volte, i ritocchi al mastering o al mixaggio poco aggiungono all’originale ed è un po’ come acquistare una vecchia bomboniera impolverata, a cui è stata tolta la polvere, che viene venduta a parte, nella stessa confezione. In questo caso, il Nebraska originale e quello nuovo non presentano grandi differenze e tutto si gioca sugli inediti e sulle scartate versioni elettriche.
La versione con band di Nebraska è ottima e spettrale, forse meno dark di quella presente sul quintuplo live antologico Bruce Springsteen and the E Street Band 75-85 (1986). Atlantic City, come nei concerti con la band, non regge il confronto con la sguaiatezza dell’originale: un brano nato folk, forse deve rimanere tale (che è un po’ la conferma alla scelta iniziale). Johnny 99 versione rockabilly è priva di pathos e di profondità. Downbound Train è più rabbiosa ma meno efficace in entrambe le versioni (in solo e con il gruppo). Reason to Believe è più banale e basica di quella full band uscita nel live di cui sopra. Pink Cadillac si presta invece ad un senso funebre di predestinazione che offre un’altra lettura rispetto alla versione pubblicata come B side di Dancing in the Dark nel 1984.
Nell’insieme, questo disco ibrido tra Nebraska e Born in the U.S.A., forse, poteva anche rimanere inedito – dirà qualcuno – e viene difficile potersi opporre pienamente a questa idea. Sicuramente la pubblicazione dei due lavori, separati e diversissimi, ha fatto bene alla carriera del Boss.
Il live a porte chiuse non presenta sorprese. Si può dire che la voce sia maturata e non invecchiata. Larry Campbell è quasi impercettibile e un po’ sprecato. Alcuni assoli di armonica, va detto, sarebbero… migliorabili. Johnny 99 perde un po’ rispetto alla ritmica bluesy di Nils Lofgren. In altri live, come ad esempio quello storico al Christic Institute nel 1990, i brani parevano più urgenti e meno autoreferenziali nell’interpretazione.
In definitiva, questo Nebraska ‘82 ha un valore storico e ci restituisce, un po’ ripuliti, due piccoli capolavori come Losin’ Kind e Child Bride, mentre Gun in Every Home e On the Prowd possono essere considerati brani meno riusciti; a livello filologico non aggiunge molto ai bootleg già presenti in rete, tranne che sul versante elettrico, il quale però è quello più deludente da un punto di vista meramente musicale. Springsteen tornerà al folk acustico nel 1995 con The Ghost of Tom Joad, album più politico e più rifinito, il resto è rock’n’roll, che magari non libera dal nulla, ma intrattiene e talvolta esalta.
(Grazie a Michele Dal Lago e Luca Sghé Rizzello).
