Bruce Springsteen

Bruce Springsteen

Stadio S. Siro - Milano


28/06/2003 - di Christian Verzeletti
BRUCE SPRINGSTEEN
28/06/2003, MILANO - STADIO S. SIRO Un concerto di Springsteen arriva sempre ad interrogare la coscienza di un rocker, anche nel caso questi non sia un patito del Boss: non solo le domande di rito sulla scaletta, sulla durata, sull'attualità e sulla forza di un suono, ma anche questioni più personali, quasi esistenziali, sul tempo trascorso e da trascorrere, insomma, sull'età, sui suoi cambiamenti e su tutto ciò che questo comporta. La differenza tra Bruce e molti suoi colleghi sta in fondo nella carica che lui è capace di immettere nella sua musica dal vivo: da qui si scatena un vortice di pensieri ed emozioni aggiunte, un attaccamento che porta la gente a seguirlo fino a crescere con le sue canzoni e a riempire gli stadi.
A S. Siro, diciott'anni dopo la storica data del 21 giugno 1985, sembrava che Bruce stesse lottando con forze ormai più grandi di lui: le distanze imposte da uno stadio e la qualità di un suono che appiattiva ogni strumento in un unico rimbombo. E dire che il concerto, ultima data del tour europeo 2003, era cominciato con le note di "C'era una volta il West" di Ennio Morricone e da una "The promised land", spinta fuori dai polmoni dell'armonica e della E Street Band. Ma era un entusiasmo presto sopito da un'atmosfera virtuale: chi riusciva a percepire la slide di Nils Lofgren? Chi distingueva i cori di "Lonesome day"? Se il violino di Soozie Tyrell si alzava dalla bolgia solo a tratti, peggior sorte toccava all'organo di Danny Federici. Bisognava ricorrere all'immaginazione per apprezzare il canto di Bruce bagnarsi di soul e di rabbia in "Darkness" o raccogliersi in una preghiera a due voci per "Empty sky".
Nulla da imputare a Springsteen, ma si narra, e qualcuno ne è stato testimone, che lui sia uscito vincente da situazioni peggiori. Difatti qualcosa è successo, un miracolo atteso con fiducia da chi crede nel rock'n'roll: dopo "The river", Milano è stata investita da un diluvio estivo, che ha violato anche la copertura delle gradinate di S. Siro. Alla vista della quantità d'acqua che cascava sul suo popolo, Springsteen si è infilato in testa un cappellaccio da cow boy ed è sceso dal palco per sfidare la pioggia con "Waitin' on a sunny day", "Who'll stop the rain" e "Growin' up".
Da quel momento il concerto ha varcato qualunque soglia razionale e qualunque livello di suono: dove non arrivava l'impianto di diffusione, era il pubblico a fare eco alla band. Tanto Springsteen dava sul palco, tanto chiedeva alla folla, e viceversa, rendendo evidente il motivo di un affetto e di un'adorazione che lo hanno reso il Boss. Esemplare la versione di "Mary's place", perfetta nello sprigionare quel soul di cui è intrisa la musica di Bruce, che ha concluso il pezzo buttandosi in ginocchio davanti ai suoi musicisti, per dirigere il finale come un sacerdote invasato. Da virtuale Springsteen era riuscito a rendere l'atmosfera reale e palpabile in ogni suo momento: la rara "Follow that dream" faceva ancora memoria del concerto dell'85 per saldare il patto di fede e di amicizia tra pubblico e artista. Dall'altra parte "Ramrod" era travolgente, inesuaribile, carica di tutta la spinta fisica del rock'n'roll, a cui lo stesso Springsteen non opponeva resistenza, finendo per ballare, urlare ed atteggiarsi come il primo dei fan. Tanto che anche il siparietto insolito di un Roy Bittan lasciato sul palco per un assolo di rock'n'roll pianistico nel mezzo di un appassionato bacio con la moglie, arrivava spontaneo, in reazione all'energia sprigionata dalla musica.
Dopo tre ore di concerto senza una pausa, Springsteen aveva la forza di eseguire al piano un'accorata "My city of ruins" e di proseguirla in una versione piena con la Band a fare i cori, compresi i bassi di Clarence Clemons, e con la sua voce sopra tutte, da vero Soul Man. In una situazione del genere, "Dancing in the dark" diventava un rock teso ed elettrico, mentre "Rosalita" tornava ad essere quel funkyrockrhythm'n'blues che era negli anni Settanta.
Alla fine tutte le risposte stavano nello sguardo di quest'uomo di cinquantadue anni, colmo di musica e di gratitudine oltre ogni dire: forse "un giorno guarderemo indietro a tutto ciò / e ci sermbrerà buffo", ma quel giorno rimane lontano. Intanto è ancora tempo di rock'n'roll.


Track list: 1. The Promised Land
2. The Rising
3. Lonesome Day
4. My Love Will Not Let You Down
5. Darkness On the Edge of Town
6. Empty Sky
7. The River
8. Waitin' On a Sunny Day
9. Who'll Stop the Rain
10. Growin' Up
11. Worlds Apart
12. Badlands
13. Out In the Street 14. Mary's Place
15. Follow That Dream
16. Thunder Road
17. Into the Fire
18. No Surrender
19. Bobby Jean
20. Ramrod
21. Born to Run
22. My City of Ruins
23. Land of Hope and       Dreams
24. Dancing In the Dark
25. Rosalita






Si ringrazia www.loose-ends.it
e gli autori delle foto per la gentile concessione

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