The Dream Syndicate Medicine Show: I Know What You Like (Deluxe Edition)
2025 - Down There / Fire Records
Eccomi, palpitante, ad ascoltare di nuovo Medicine Show, il secondo disco dei Dream Syndicate, la band californiana che mi fece scoprire una faccia del rock per me inedita: quel Paisley Underground, fatto di atmosfere psichedeliche, che molto dovevano ai Doors, di chitarre ipnotiche e testi crudi e drammatici, e che segnò buona parte della mia giovinezza, col cuore diviso tra il folk rock di Neil Young e il magnetismo vocale di Steve Wynn. Da qui la palpitazione, nell'accostarmi a un progetto mastodontico, frutto di un lavoro lungo anni, che ha portato i Dream Syndicate a entrare in competizione con la grande Universal Music Group, conquistarsi il diritto di ripubblicare Medicine Show in una confezione di 4 CD, con 42 brani, tra i quali si contano ben 29 registrazioni inedite del periodo 1983-84, riattivando la loro etichetta Down There, distribuita da Fire Records.
Ed eccomi down here, a tenere il ritmo su Burn, e, come già scriveva Christian Verzeletti nel 2004, per The Days of Wine And Roses, "all’epoca non si poteva ascoltarlo senza ritrovarsi con la pelle segnata dalla chitarra di Karl Precoda o dalle canzoni avvinghianti di Steve Wynn." Emozione confermata, soprattutto nell'ascolto del disco 2, This Is Not The New Dream Syndicate Album... Live!, che inizia con un'intro di pianoforte da brivido, per anticipare una versione scintillante di Tell Me When It’s Over, live dall'Aragon Ballroom di Chicago nel 1984, e prosegue con versioni esaltanti, ad esempio, di John Coltrane Stereo Blues o di Bullet With My Name On It, suonata a San Francisco.
Poi qualcuno potrebbe dire: ma sono ripescaggi di decenni fa. Eppure, tutti i pezzi suonano freschi, assolutamente liberi dalla polvere dei ricordi o dei rimpianti, e, come ha scritto lo stesso Wynn nel suo splendido memoir, I Wouldn’t Say It If It Wasn’t True, rendono alla perfezione la temperatura di una band che correva "verso il traguardo come auto truccate e scassate guidate da scimmie bendate. Sapevamo dove stavamo andando, ma non avevamo la minima idea di come ci saremmo arrivati". Di Medicine Show, in un'intervista con me, Wynn disse: "alla fine abbiamo trovato la strada giusta e fatto un album che mi piace ancora oggi. Ma non è stato affatto divertente realizzarlo", e la sofferenza, il suo "breakdown", emergono ascoltando, nel disco 1, le outtakes di Medicine Show (solo acoustic) e di John Coltrane Stereo Blues, ma ci si accorge anche dell'energia del gruppo gustando, nel disco 3, The road to Medicine Show, alcuni brani tratti dai concerti al CBGB's, allo Zaders, al Soap Creek, con cover ipnotiche come Morning Dew (Grateful Dead), o, nel disco 4, dal curioso titolo What is and what should never be, altre cover travolgenti, come Born on the Bayou o una fluviale Suzie Q (Creedence Clearwater Revival), con lunghissimi assoli di chitarra, o il classico dei Blue Öyster Cult Don't fear the reaper.
Le palpitazioni aumentano, se penso che tra qualche mese avremo anche in Italia la possibilità di rivedere i nostri eroi dal vivo. Ecco le date:
21 gennaio: Hiroshima Mon Amour, Torino
22 gennaio: Locomotiv Club, Bologna
23 gennaio: Largo Venue, Roma
24 gennaio: Magnolia, Milano.
Un ottimo motivo per aspettare il nuovo anno, con un Medicine Show che ci può curare dalla fatica del vivere.
Ed eccomi down here, a tenere il ritmo su Burn, e, come già scriveva Christian Verzeletti nel 2004, per The Days of Wine And Roses, "all’epoca non si poteva ascoltarlo senza ritrovarsi con la pelle segnata dalla chitarra di Karl Precoda o dalle canzoni avvinghianti di Steve Wynn." Emozione confermata, soprattutto nell'ascolto del disco 2, This Is Not The New Dream Syndicate Album... Live!, che inizia con un'intro di pianoforte da brivido, per anticipare una versione scintillante di Tell Me When It’s Over, live dall'Aragon Ballroom di Chicago nel 1984, e prosegue con versioni esaltanti, ad esempio, di John Coltrane Stereo Blues o di Bullet With My Name On It, suonata a San Francisco.
Poi qualcuno potrebbe dire: ma sono ripescaggi di decenni fa. Eppure, tutti i pezzi suonano freschi, assolutamente liberi dalla polvere dei ricordi o dei rimpianti, e, come ha scritto lo stesso Wynn nel suo splendido memoir, I Wouldn’t Say It If It Wasn’t True, rendono alla perfezione la temperatura di una band che correva "verso il traguardo come auto truccate e scassate guidate da scimmie bendate. Sapevamo dove stavamo andando, ma non avevamo la minima idea di come ci saremmo arrivati". Di Medicine Show, in un'intervista con me, Wynn disse: "alla fine abbiamo trovato la strada giusta e fatto un album che mi piace ancora oggi. Ma non è stato affatto divertente realizzarlo", e la sofferenza, il suo "breakdown", emergono ascoltando, nel disco 1, le outtakes di Medicine Show (solo acoustic) e di John Coltrane Stereo Blues, ma ci si accorge anche dell'energia del gruppo gustando, nel disco 3, The road to Medicine Show, alcuni brani tratti dai concerti al CBGB's, allo Zaders, al Soap Creek, con cover ipnotiche come Morning Dew (Grateful Dead), o, nel disco 4, dal curioso titolo What is and what should never be, altre cover travolgenti, come Born on the Bayou o una fluviale Suzie Q (Creedence Clearwater Revival), con lunghissimi assoli di chitarra, o il classico dei Blue Öyster Cult Don't fear the reaper.
Le palpitazioni aumentano, se penso che tra qualche mese avremo anche in Italia la possibilità di rivedere i nostri eroi dal vivo. Ecco le date:
21 gennaio: Hiroshima Mon Amour, Torino
22 gennaio: Locomotiv Club, Bologna
23 gennaio: Largo Venue, Roma
24 gennaio: Magnolia, Milano.
Un ottimo motivo per aspettare il nuovo anno, con un Medicine Show che ci può curare dalla fatica del vivere.
