Steve Wynn

Steve Wynn Non lo direi se non fosse vero - Memorie di musica, vita e Dream Syndicate


Jimenez Editore, 2025, con inserto fotografico in bianco e nero, Brossura con alette, Traduzione italiana di Gianluca Testani, 300 pagine, 22 euro Biografie | Musica | Rock

23/01/2025 di Laura Bianchi

"Steve Wynn è tornato, dopo quattordici anni dal suo ultimo album in studio, e lo fa in grande stile: non solo con Make It Right, il nuovo disco, ma anche col memoir I Wouldn’t Say It If It Wasn’t True (Jawbone Press), che speriamo abbia presto una traduzione italiana", scrivevo a fine agosto, in questa recensione del suo ultimo album.

Ed ecco che Jimenez, avvalendosi sempre dell'impeccabile traduzione di Gianluca Testani, propone la versione italiana dell'autobiografia provvisoria di uno dei membri fondatori dei Dream Syndicate, che non è banale definire gruppo seminale per molte altre band, sempre in equilibrio tra psichedelia, rock e sperimentazione.

Un'autobiografia elettrica ed elettrizzante, quella che Wynn ci propone, fin dalle prime pagine, che costituiscono una sorta di cornice al quadro che diventerà la vita del musicista, e corredata da splendide fotografie. Il giovanissimo Steve, che fa emergere il proprio primo ricordo musicale, mentre guarda i Beatles diventati cartoni animati cantando Hold me tight, sente "il panico, l'empatia e l'euforia che fa pulsare il sangue, una combinazione che ancora oggi alimenta gran parte della mia musica preferita, sia come fan sia come musicista". E chi, come me, ha avuto il privilegio di vederlo più volte live (come in questo caso), capisce ancora più il segreto dell'alchimia che si sviluppa tra Wynn e il pubblico; un'energia potente, originale, eppure composta da tutti gli ascolti dei suoi musicisti più ammirati, dai Beatles agli Stones, a Neil Young, dal jazz al soul al post punk, che costituiscono i punti di riferimento per la costruzione del suo sound.

Il musicista, autore di molti testi diventati importanti per la generazione del Paisley Underground, e anche per quella successiva, non si smentisce nemmeno come narratore: leggendo il suo racconto, ci sembra di essere anche noi sul Sunset Boulevard, in viaggio sul Greyhound, in tour con i Dream Syndicate, a scegliere la chitarra migliore (splendida la cura con cui Wynn spiega le proprie predilezioni, segno di un'autentica e competente passione), o sul palco con la band. Questa però non è solo l'autobiografia di un artista, che già sarebbe una lettura intrigante e ricca di aneddoti; questa è una parte della storia della musica, in quel preciso luogo, in quei momenti in cui inizia una corrente interartistica, che intreccia musica e letteratura, arte e filosofia. Il 30 aprile 1982, nel club di Hollywood Cathay Del Grande, avviene l'incontro con i Green On Red di Dan Stuart e Chris Cacavas, ma lo stesso giorno muore anche il grande critico musicale Lester Bangs, e ciò spinge Wynn "a voler fare un grande concerto per Lester"; così il leader della band, ai tempi ventunenne studente universitario, commesso di un negozio di dischi e dj occasionale, fa "del mio meglio per cavalcare e occasionalmente imbrigliare la bestia selvaggia che era la nostra band. Correvamo verso il traguardo come auto truccate e scassate guidate da scimmie bendate. Sapevamo dove stavamo andando, ma non avevamo la minima idea di come ci saremmo arrivati".

Basterebbe leggere questa descrizione per avere la temperatura del libro: immagini potenti, dialoghi diretti, confessioni a cuore aperto si alternano a passaggi riflessivi sulla musica, sull'estetica, sugli anni Ottanta, sui "Days of Wine and Roses". Ad esempio, illuminante è la lista che Wynn e Kendra Smith avevano steso per capire quali elementi rendessero "perfetta una band": "sexy ... divertente ... spaventosa ... la possibilità che tutto crolli in qualsiasi momento". E, per qualche eccitante, intenso, travolgente anno, i Dream Syndicate incarnano proprio questo profilo, tra tour oltreoceano, partecipazioni a festival e una stagione creativa che lascia il segno. Poi, l'intesa si rompe, e Wynn è molto sereno nell'individuarne i motivi, oltre che nell'affermare di essere ancora amico dei componenti il gruppo. "Ho scoperto che preferivo volare basso, fare le cose alle mie condizioni e mantenermi attivo, sia in studio sia in tour. In breve, ho riaffermato il mio desiderio di essere un artista creativo piuttosto che una rockstar alla ricerca del successo mainstream. " Da qui, "la vertiginosa libertà che ne è seguita", e "un'esplosione di creatività", che spinge il cantautore a scrivere canzoni e fare tour da solo, a "costruirmi una vita con la musica. Questo mi bastava." La magia per Steve Wynn continua: torna spesso anche in Italia, con il suo songbook di oltre quattrocento canzoni, che egli propone, scompone e ricompone, in live - workshop, davanti a un pubblico certo non oceanico, ma assolutamente fedele, attento e appassionato. Che, dopo aver letto questo libro, lo sarà in modo ancora maggiore. Ad aprile sarà in Italia per nove concerti: da non perdere. A questo link la news con tutte le date.



Steve Wynn È uno dei membri fondatori dei Dream Syndicate, il cui album di debutto, The Days of Wine and Roses, è considerato una pietra miliare della scena indie/alternative rock degli anni Ottanta. Ha anche avuto una prolifica carriera da solista, facendo regolarmente tournée in tutto il mondo e suonando e registrando in gruppi come Danny & Dusty, Gutterball e The Baseball Project (con la partecipazione dei fondatori dei R.E.M. Mike Mills e Peter Buck). Nato e cresciuto a Los Angeles, oggi vive a New York.