The Dream Syndicate

live report

The Dream Syndicate Bologna, Roma, Milano: tre live indimenticabili per i Dream Syndicate Medicine Show Tour

di Autori vari

Concerto del 22/01/2026

#The Dream Syndicate#Rock Internazionale#Rock

Il tour di The Dream Syndicate che celebra lo splendido disco Medicine Show non poteva passare inosservato: delle quattro date, Mescalina ne ha seguite tre: Bologna, Roma e Milano. Ecco il report a più voci. Buona lettura!

Giovanni Sottosanti - Bologna e Roma

Arrivano quei giorni in cui vuoi riportare tutto a casa e allora cerchi strade sicure, percorsi che conosci, suoni e colori che ti facciano stare bene. Steve Wynn e i Dream Syndicate tracciano una linea che unisce quarant'anni di vita e di storia musicale, attraversate con il piede sull'acceleratore e il cuore acceso, tra scorribande musicali indimenticabili e momenti di crisi, seguendo il cammino lungo territori impervi e spesso scomodi. Non hanno mai cercato il plauso della critica e il successo facile, percorrendo sempre le strade secondarie della musica, che non riempiono gli stadi e le pagine dei giornali, ma club scalcinati e angusti, spesso puzzolenti e impregnati di alcool, straripanti però di passione e vibrazioni elettrizzanti. Una storia che, da Ghost Stories di fine anni '80, risorge discograficamente quasi trent'anni dopo con How Did I Find Myself Here? del 2017, anche se la band si era già riformata nel 2012, toccando il suolo italico con acclamatissimi concerti sia nel 2013 sia nel 2014. E per fortuna anche nei successivi tour i ragazzi hanno sempre fatto tappa nel nostro paese, contando sull'entusiasmo di un cospicuo numero di fedelissimi fans, cui negli anni si sono aggiunti anche giovani appassionati.

Il tour di quest'anno celebra i quarantadue anni di Medicine Show, il loro disco più rappresentativo, uscito nel 1984.

Torino, Bologna, Roma e Milano le location toccate dal Medicine Show Tour; personalmente ho seguito le date di Bologna e Roma.

Il Locomotiv di Bologna trasuda di sapori emiliani, tra piadine, crescioni e Sangiovese si respira un'aria informale e proletaria, da circolo dopolavoristico anarchico e gucciniano, mentre il Largo Venue di Roma ha un habitus più fighetto, più trendy, da aperitivi e apericena. Peccato che l'acustica, soprattutto all'inizio, penalizzi fortemente e drammaticamente il locale romano, mentre i tecnici di Bologna lavorano alla grande. Scaletta praticamente identica per le due serate, con una prima parte dedicata ai pezzi della produzione più recente, mentre, dopo una pausa di circa quindici minuti, la seconda parte dello show vede la riproposizione integrale di tutto Medicine Show.

Nel first set il proscenio spetta a How Did I Find Myself Here? con ben sei pezzi presenti in scaletta, tra cui spiccano la title track, Filter Me Through You, una travolgente Out Of My Head e una sempre meravigliosa Glide, forse il pezzo più bello della nuova produzione. Molto tirate 80 West e Like Mary, con largo spazio per gli assoli lancinanti di un Jason Victor versione fuoriclasse, mentre la sezione ritmica con Dennis Duck on drums e Mark Walton on bass stantuffa incessante e implacabile. Le tastiere di Chris Cacavas impreziosiscono il tutto, con un tocco molto Sixties style. E poi c'è lui, Steve Wynn, la mente e il braccio armato di una band fantastica, una macchina da guerra perfettamente oliata e in grado di volare alto, tra sfuriate rock, sventagliate di psichedelia, interminabili viaggi lisergici, stop, ripartenze e improvvisazioni, toccando anche blues, jazz e cosmic country rock. Non è un leader appariscente Steve, non ha bisogno di gesti eclatanti o sopra le righe, basta uno sguardo per guidare i suoi alla conquista dell'ennesimo palco, sempre sorridente, sobrio ed elegante. La storica giacchetta rossa e il riff inconfondibile di Still Holding On To You aprono il cassetto dei ricordi, trascinandoci in un viaggio unico e meraviglioso che si concluderà con una John Coltrane Stereo Blues gigantesca, spaziale, devastante, mostruosa e interminabile. In mezzo scorrono tutte le meraviglie assortite del loro capolavoro, riproposte non esattamente nello stesso ordine del disco originale, ma con l'energia e la rabbia selvaggia dei giorni di gloria.

Bullet With My Name On It e Daddy's Girl risuonano energiche e vibranti, Burn e Medicine Show sono pezzi di mitologia rock, Armed With An Empty Gun è dura e tagliente come una lama, mentre Merrittville parte come una ballad per poi lasciare spazio a lunghi assoli strumentali. Impressiona una volta di più il muro sonoro che la band riesce a sviluppare con estrema compattezza e assoluta armonia, ma anche con il piacere sempre immutato nell'imbracciare gli strumenti e dare fuoco alle polvere.

Nei bis Tell Me When It's Over e That's What You Always Say rimettono in pista i ricordi anfetaminici di The Days Of Wine And Roses, prima del finale con una versione vibrante, corale e rabbiosa della claptoniana Let It Rain.

Lascia che piova, sia a Bologna, sia a Roma, perché è una pioggia catartica e purificatrice. Come i concerti belli. Come i concerti dei Dream Syndicate.

Pietro Cozzi - Milano

“La band che visse due volte”. Si potrebbe parafrasare persino il grande Hitch per sintetizzare la lunga parabola dei The Dream Syndicate, la band californiana che furoreggiò negli Eighties del Paisley Underground, implose nel giro di un decennio e ricomparve improvvisamente con rinnovata energia e bellezza nel nuovo millennio. In fondo la città dove si muovevano Kim Novak e James Stewart è la stessa San Francisco dove fu registrato più di quarant'anni fa Medicine Show, la Madeleine-Judy del film è un oggetto del desiderio capace di smuovere passioni come la musica del redivivo “sindacato del sogno” e non manca nemmeno il vestito-feticcio, almeno a dar retta alle rivelazioni di Steve Wynn: la sgargiante giacca rosso-nera che indossa sul palco del Circolo Magnolia di Milano sarebbe la stessa del tour del 1984.

Ghost Stories allora, storie di fantasmi, citando un altro disco del gruppo? Non proprio, almeno a giudicare dalla serata milanese, che ci travolge con una vagonata di nostalgia per gli ex ragazzi degli anni Ottanta (loro, e anche un po' noi...), ma ci regala soprattutto due ore di musica ancora straordinariamente viva, vibrante, attuale.

Come in tutte le altre date del tour, il palinsesto del concerto prevede un “lato A”, con la produzione della band posteriore alla reunion del 2012, e un “lato B” che ripropone integralmente i contenuti di Medicine Show. La serata ricalca a ritroso la parabola artistica dei Nostri. Se la prima parte, che privilegia i brani di How Did I Find Myself Here?, è un'eruzione di scintillanti colate psichedeliche, la seconda si mantiene più fedele al nocciolo duro delle canzoni, pur non lesinando copiose divagazioni, affidate soprattutto alla mani sapienti di Jason Victor. L'intruglio magico della creatività di Wynn e compagni è ancora tutto lì, nel mix affascinante tra una scrittura piena di grazia e delicatezza, l'irruenza indomabile dell'energia post-punk e gli amatissimi viaggi lisergici delle chitarre.

Sul palco, l'imbonitore del medicine show si conferma un frontman che tiene botta con classe, talento e umiltà, superando quasi subito una certa stanchezza nella voce che caratterizza i primi pezzi. Alle sue spalle macina ritmo l'instancabile e inscindibile duo Duck-Walton, che tira fuori una performance devastante per potenza e continuità. Last but not least, la ciliegina sulla torta ce la mette Chris Cacavas, abile sciamano di tastiere ed effetti elettronici e attento cesellatore dei dettagli. Fuori il freddo è invadente, ma sotto lo spoglio tendone del Magnolia i cuori si scaldano con il battere violento e insensato di Out Of My Head, i ricami di Victor e Cacavas in Out of My Head e l'intensa goduria psichedelico-sperimentale e jazzata di How Did I Find Myself Here?.

Dopo il primo intervallo c'è più spazio per le emozioni e la poesia; nella densa sequenza dei pezzi si segnalano la swingante Daddy's Girl, il blues e il rock urbano di The Medicine Show, i passaggi quasi talking di Armed With An Empty Gun, il romanticismo da strada di Merrittville e l'inevitabile orgia sonora di John Coltrane Stereo Blues.

La coda dei bis è affidata a tre ripescaggi di gran classe, due da The Days Of Wine And Roses (That's What You Always Say e Tell Me When It's Over) e uno a sorpresa da Ghost Stories, l'esaltante The Side I'll Never Show. Chiude come d'abitudine la claptoniana Let It Rain con il turbo incorporato, mentre anche il cielo milanese piange abbondantemente, di gioia e di nostalgia.

Laura Bianchi

Milano è sempre gentile con chi ama la psichedelia; forse sarà per il suo carattere lisergico e ipnotico. Milano è sempre gentile con chi si mette un paio di pantaloni rossi, o una giacca di quarant'anni fa, sgargiante e damascata, un cappello a tesa larga, e soprattutto sa suonare. Milano è sempre gentile con chi dimentica il passaggio del tempo, e lo sa indossare con grazia, un sorriso e tanta energia, per resistere a questi tempi che, più che acidi, sono indigesti.

I Dream Syndicate sono gentili con Milano, e regalano al pubblico, che affolla un Magnolia sold out, anche più di quanto questo si aspetti: incroci di manici e di sguardi, ricami di tasti, bacchette in perenne movimento, assoli che fluiscono liberi, complicità senza ombra di malinconico reducismo. Perché Steve Wynn e gli altri due componenti della band originaria sposano integralmente il verso di Dylan in My Back Pages: "I was so much older then / I’m younger than that now", e ipnotizzano tutti nel sogno collettivo del Paisley Underground, che, proprio perché, secondo Wynn, " was a scene more than a sound", può contenere tanti suoni, ma una sola scena: la gioia di resistere, suonare e cantare insieme, seguire il ritmo pulsante della batteria di Dennis Duck e del basso implacabile di Mark Walton, tenere il fiato sospeso per lo stupore davanti all'elettrica funambolica di Jason Victor, e incantarsi seguendo i ricami del Green On Red Chris Cacavas, dalle tonalità alla Manzarek.

L'incantesimo è compiuto: si va a ritroso nel tempo, partendo dalle prove più recenti, chiuse da una Glide trascinante, per tornare indietro a Medicine Show, a quel 1984 di vino e rose, di sogni giovani, di rabbia punk e reminiscenze new wave, dei Sessanta rivissuti vent'anni dopo, di un songwriting lucido e spiazzante: uno spettacolo per occhi e orecchie, che i cinque propongono scompaginando l'ordine del disco, pur eseguito per intero, ma riservandoci la sorpresa di scoprire, ad esempio, che la quinta canzone arriva per seconda, e che la torrenziale, sconvolgente John Coltrane Stereo Blues arriva per ultima, a chiudere e suggellare un'opera maestra, che regge il passo dei decenni con una freschezza di cui dobbiamo solo essere riconoscenti.

A proposito di freschezza: guardo sul palco cinque musicisti tra i cinquanta e i sessantasei anni, che non si risparmiano per oltre due ore, creando un'autentica complicità col pubblico, in un flusso continuo di energia, tra chitarre distorte, tocchi jazz, suoni ultraterreni che sembrano avanguardia, anche se concepiti decenni fa... poi, li vedo scendere dal palco, e senza soluzione di continuità andare al merchandising a firmare autografi, stringere mani, salutare. Eccole, intatte, la "vertiginosa libertà" e "l'esplosione di creatività" di cui Wynn parla nel suo splendido memoir, Non lo direi se non fosse vero: stasera, in una Milano piovosa, ma gentile, il sogno si è ripetuto. E avremmo già voglia di tornare a sognare.


SETLIST MILANO

Where I'll Stand

Filter Me Through You

Out of My Head

Black Light

Like Mary

80 West

How Did I Find Myself Here

Glide

Medicine Show

Still Holding On to You

Bullet With My Name on It

Daddy's Girl

Burn

The Medicine Show

Armed With an Empty Gun

Merrittville

John Coltrane Stereo Blues

BIS:

When You Smile

The Side I'll Never Show

Tell Me When It's Over

Let It Rain (Eric Clapton cover)