Ivano Fossati Lampo viaggiatore
2003 - COLUMBIA / SONY MUSIC
Ovvio che ci siano delle differenze, perché il treno scelto da De Gregori è una macchina a vapore, che sbuffa e fischia, mentre quello di Fossati è elettrico, quindi più recente.
“Lampo viaggiatore” è infatti un disco che passa più veloce, a detta dello stesso Fossati, costruito “pensando più ai juke box sulle spiagge d´estate, al mio mai dimenticato mestiere di autore di canzoni, a certi successi Tamla Motown degli anni Sessanta, che al ponderoso concetto di canzone d´autore”. Un disco di canzoni, ma non di canzonette. Più leggero sì dei dischi che lo hanno preceduto, a partire da “La pianta del tè”, ma di una leggerezza propria di chi pensa e ha pensato a lungo.
Fossati deve aver sentito il bisogno di scrollarsi di dosso una seriosità che appartiene più all’immagine affibiatagli dalla stampa che alla sua musica: c’è una maggior immediatezza nei suoni e nei testi, che fa venire in mente dischi come “Le città di frontiera”, non ci sono immagini enigmatiche, ma il senso della canzone fossatiana è presente in ogni suo particolare.
“Lampo viaggiatore” segna un ulteriore passaggio personale e sociale: personale, perché la canzone di Fossati viene generata in un’interiotà che risente della privacy strumentale di un disco come “Not one word”, e sociale, perché non smette di lanciare il proprio sguardo sui “tempi che corrono”, è proprio il caso di dirlo.
Canzoni che con grazia arrivano ad affrontare il tema dell’immigrazione o del benessere e che con la stessa grazia si compongono di arrangiamenti alti e raffinati: soul e jazz in dosi uguali affermano una certa americanità, a partire dall’armonica e dalla chitarra bluesy del singolo (“La bottega di filosofia”), ma con delle forme sempre molto personali, grazie anche ai numerosi passaggi orchestrali e agli interventi del clarinetto.
Su tutte rimane impressa “Il bacio sulla bocca”, una canzone d’amore costruita su un piccolo soul e arricchita dall’hammond e dalla fisarmonica, che già aveva reso struggente “Pane e coraggio”. Fossati si riprende anche “Io sono un uomo libero”, con una linea meno melodica rispetto a Celentano e con qualche accenno di programming, tastiere e basso digitale.
L’album scorre come fosse una raccolta di immagini, di istantanee fissate ora sui sentimenti, ora sulle ossessioni e sugli assurdi personaggi prodotti dalla società (“Cartolina”). Il tempo è la parola e il concetto più ricorrente del disco e non è un caso che tra una canzone e l’altra si arrivi a parlare di filosofia, di cinema, di viaggio, di bellezza, tutti temi cari alla poetica di Fossati, che, ad ogni disco, meriterebbe di essere approfondita con una tesi.
