Ivano Fossati Ivano Fossati Live: Dopo - Tutto
2012 - EMI
Hai voglia a dire basta, lascio, questa è davvero l’ultima. Prima o poi ci scappa sempre l’inedito galeotto, il tributo d’ordinanza, il the best definitivo, a tamponare le crisi d’astinenza e la nostalgia canaglia dei fan. I venerati maestri della canzone doc quasi sempre ritornano, spesso loro malgrado (vista la magra, ci sono di mezzo le zampe lunghe delle case discografiche che grattano e ri-grattano il fondo del barile).
A un anno e spiccioli di distanza dal disco di congedo (“Decadancing”), tocca a Ivano Fossati rifarsi sotto con Dopo tutto, ideale coronamento della sua tetralogia “dal vivo” (completata ovviamente da Buon Tempo, Carte da decifrare e Tour acustico) che aspettava solo la ciliegina sulla torta dell’ultima parola. Il risultato è comunque degno di nota: sedici-tracce-sedici per 73.48 complessivi di musica d’autore, che più d’autore di così si muore (di pop).
Estratti dal tour definitivo, speso tra sacrosanta musica che gira intorno, nessuna lacrima e zero frasi storiche. Un disco affatto apologetico, anti-celebrativo. Unica novità sostanziale: alla faccia di una scaletta che attinge da quattro lustri di partiture poetiche e diverse altre carte da decifrare, un nutrito drappello di canzoni in scaletta beneficia del restyling-live per la prima volta. Il resto è tipico del Fossati “dal vivo”: sound, band, e il suo cimento plurimo tra chitarra elettrica, pianoforte, armonica, flauto.
Niente rivelazioni e nemmeno rivoluzioni storiche in questo disco, dunque. Per capirci meglio: nella monumentale compilation deandreiana (De Andrè. I concerti, 16 dischi live + libro) Faber canta, suona, spiega, parla, a tratti senza risparmio (nel disco della “Bussola” si produce persino in una versione sconcia di Marinella tra gli “ohhh” esterefatti del pubblico e non pochi applausi). In questo Dopo tutto Fossati, invece, nisba. Laconico, parco, lapidario come siamo abituati a conoscerlo, da tempo ormai immemorabile.
Il cd farà certo la gioia di chi non sa ancora cosa regalare (o regalarsi) a Natale, ma anche di filologi, collezionisti, fan della prima e dell’ultima ora, se è vero com’è vero che trattasi pur sempre del reportage di fine carriera di un padre della patria cantautorale.
La scaletta non lesina il nuovo (Decadancing, La crisi, Cara democrazia, Stella benigna), il meno nuovo (Ho sognato una strada, L’amore trasparente) e autentici capolavori d’antàn (Ventilazione, Viaggiatori d’occidente, La musica che gira intorno). Così che le due anime artistiche del Nostro fanno cucù tra le tracce in veste esemplare: c’è quella civile-denunciante (niente che abbia mai fatto tremare le vene ai polsi, in verità), e quella visionaria/introspettiva, che sfiora il sublime, soprattutto nelle canzoni d’amore. A quest’ambito sono riconducibili i capisaldi di sempre (La costruzione di un amore, Di tanto amore) ma anche quelle di più recente estrazione (Settembre, L’orologio americano) volano ai consensi più convinti degli spettatori.
Ultima nota sul fronte musicale: Dopo tutto si pone come la ri-proposizione fedele del clima teatrale. Mixa ad hoc Marti Robertson con un’idea meravigliosa per la testa: restituire in tutto e per tutto il taglio e il passo cristallini, limpidi, trasversali (rock/jazz/latino/d’autore) dei concerti. Obiettivo centrato in pieno. Che altro pretendere di più?
