David Bowie The Shel Talmy Recordings
2026 - Warner Music
The Shel Talmy Recordings raccoglie i brani registrati da un giovanissimo David Jones, non ancora David Bowie, con Shel Talmy (al lavoro anche con The Who e Kinks). Il fatto che arrivi a distanza di dieci anni dal momento in cui l’astronave di Ziggy Stardust ha definitivamente lasciato il nostro pianeta non fa che aumentare la nostalgia per tutto ciò che Bowie ha saputo regalarci nella sua lunga e mai ripetitiva carriera.
È il 1965, e troviamo alla chitarra nientepopodimeno che Jimmy Page, allora chitarrista a chiamata, e il pianista Nicky Hopkins (The Rolling Stones, The Beatles, The Who e Jeff Beck). Il fenomeno Beatles era già esploso, e in questi brani, che hanno qualcosa del fascino del diamante grezzo, se ne trova qualche eco. C’è quell’andamento ritmico irresistibile, che sembra carico di fiducia nel mondo, e poi c’è una voce che ancora non ha quel qualcosa di inconfondibile, eppure ha tutto in potenza. Quella che canta l’inedito I want your love regalando sensualità, assieme alle chitarre distorte, a quella che avrebbe potuto essere una canzone d’amore Sixties come tante altre. E qui si coglie il Bowie che sarà, quello che spariglia le carte rispetto alle aspettative, che ci ha insegnato che niente è solo ciò che sembra, e che niente è per sempre, coerente fino alla fine con Blackstar.
Non è certo un caso che Shel Talmy nel 2017 disse “Pensavo davvero che ce l'avrebbe fatta. L'unico peccato è che io e lui eravamo in anticipo sul mercato di circa sei anni”. Essere in anticipo, sincrono nella sua asincronicità, è qualcosa che David Bowie ha elevato ad arte. E che The Shel Talmy Recordings ci rivela sin dagli esordi di schegge di diamante.
È il 1965, e troviamo alla chitarra nientepopodimeno che Jimmy Page, allora chitarrista a chiamata, e il pianista Nicky Hopkins (The Rolling Stones, The Beatles, The Who e Jeff Beck). Il fenomeno Beatles era già esploso, e in questi brani, che hanno qualcosa del fascino del diamante grezzo, se ne trova qualche eco. C’è quell’andamento ritmico irresistibile, che sembra carico di fiducia nel mondo, e poi c’è una voce che ancora non ha quel qualcosa di inconfondibile, eppure ha tutto in potenza. Quella che canta l’inedito I want your love regalando sensualità, assieme alle chitarre distorte, a quella che avrebbe potuto essere una canzone d’amore Sixties come tante altre. E qui si coglie il Bowie che sarà, quello che spariglia le carte rispetto alle aspettative, che ci ha insegnato che niente è solo ciò che sembra, e che niente è per sempre, coerente fino alla fine con Blackstar.
Non è certo un caso che Shel Talmy nel 2017 disse “Pensavo davvero che ce l'avrebbe fatta. L'unico peccato è che io e lui eravamo in anticipo sul mercato di circa sei anni”. Essere in anticipo, sincrono nella sua asincronicità, è qualcosa che David Bowie ha elevato ad arte. E che The Shel Talmy Recordings ci rivela sin dagli esordi di schegge di diamante.
