David Bowie Blackstar
2016 - Sony Music
#David Bowie#Rock Internazionale#Alternative #Donny McCaslin #Tony Visconti #James Murphy
Tre anni fa ci sorprese con un ritorno. Mentre ci interrogavamo sul suo stato di salute dopo il blocco di un’arteria coronarica durante un concerto in terra tedesca nel 2004, lui uscì dal suo rifugio newyorchese col superbo e totalmente inaspettato The Next Day a dieci anni dalla sua ultima fatica in studio (Reality).
Oggi le bocche sono state meno cucite, il suo stesso sito ufficiale ha accompagnato i fan con tanto di notizie preparatorie e video del pezzo trainante, ma Blackstar forse ancora più del sorprendente e magnifico comeback sa meravigliare l’ascoltatore per come è in grado di giocare con le forme e i confini della musica contemporanea. Un disco art-rock si divertono a definirlo gli anglosassoni, sette brani per oltre quaranta minuti di musica che scardina ogni terra sonora che ci siamo abituati ad ascoltare (o che negli anni abbiamo impiantato sottopelle) con continui cambi di percorso, improvvisi inserimenti armonici e melodie oscure che s’intrecciano come meglio natura non avrebbe saputo fare e senza che qualunque suono risulti uno sperimento a se stante.
E poi come una carezza cala lo strumento per eccellenza dei dischi del Duca. La voce, quale altro. Pacata, morbida, calda, ammaliante come un tessuto in raso, con un’estensione che non ha nulla da invidare a quella di qualche decennio fa.
L’album, che saluta il ritorno alla produzione del fido Tony Visconti (il cui bacio-abbraccio segreto con la corista Antonia Maaß sotto il muro di Berlino non finiremo mai di ringraziare per aver acceso la scintilla ispirativa di Bowie a comporre Heroes), è stato registrato con una manciata di musicisti jazz della scena di New York e la partecipazione alle percussioni in un paio di brani di James Murphy (LCD Soundsystem).
L’ascolto parte con la title track, la canzone (che appare nel disco con l’esatto titolo di una stella nera disegnata) è nata dalla richiesta di John Renck a Bowie di comporre la musica del tema musicale di The Last Panthers, un crime show che lui avrebbe diretto. Ne venne pubblicata una versione per quel progetto prima che il Duca decidesse di mettersi a scrivere l’intero album. Ad accompagnarla, un video che il Daily Telegraph ha definito come “H.P. Lovecraft diretto da David Lynch”. Il pezzo è una miscela di elettronica calibrata, influenze jazz, melodie del far-east, dura dieci minuti e il Duca lo affronta come se con la sua voce dovesse recitare un giudizio universale tanto la sua lirica è colma di riferimenti biblici, metafore e di suggestioni sul lato più oscuro e malvagio delle religioni. Donny McCaslin (sassofono e flauto nel disco) ha parlato di testo sull’Isis, le voci sull’argomento divergono. Il tempo dirà. Di certo è di per sé un pezzo che vale un intero album, una breve sinfonia, elegante, fatale, irresistibile che, ascolto dopo ascolto, rivela inaspettate fasce di suono che ne impreziosiscono la fruizione.
Quindi due pezzi già conosciuti ma proposti con un vestito ben diverso. Sue (Or In A Season Of Crime), pubblicata due anni fa come singolo e nel celebrativo Nothing Has Changed, qui più percussiva e meno bebop, più tesa con l’inserimento di una chitarra funk, e ’Tis Pity She Was A Whore, che di quel singolo fu la b-side, oggi presentata meno stile 1. Outside come accadde nell’originale, ma con una strumentazione che tra sax e voci del coro ne fa una versione aggiornata del Bowie d’antan, quello dei suoi primi spunti r&b. Il pezzo deve il titolo a una tragedia teatrale del XVII secolo scritta da John Ford il cui tema, l’incesto, la rese da subito uno dei lavori più controversi dell’intera letteratura inglese. Il testo di Bowie ne cambia il profilo con una scena da bordello in tempo di guerra. Lazarus è stata scritta per una produzione off-Broadway che rivisita il personaggio di Thomas Jerome Newton trent’anni dopo The Man Who Fell To Earth. Qui Bowie gioca un po’ con la previsione della sua dipartita raccontata con lui perfettamente ancora a suo agio nel suo vestito umano. Ha avuto esperienza di tutto nella vita, abbraccia il suo turno assumendo un profilo biblico, come quello di Lazzaro di Betania, mentre Girl Loves Me è forse il momento più lieve con il suo lento incedere electro-pop.
Per chi scrive, con la title track gli episodi più alti sono Dollar Days e I Can’t Give Everything Away, i brani conclusivi dell’album. Il primo, forse il testo più vivido dell’intera opera, è un lamento sulla ben poca epica dei tempi nella terra d’Occidente con un verso (backs against the grain) che sembra una crasi tra due espressioni idiomatiche (backs against the wall / disperazione e against the grain / soluzione alternativa) per centrare il tema dei migranti che, per uscire dalla disperazione, mettono la schiena davanti alla ricchezza. Un pezzo di una bellezza sconvolgente, suadente per come sax e voce lo portano avanti, pieno di pathos. I Can’t Give Everything Away invece è il contraltare, nella storia e nella base sonora, di Absolute Beginners, più rallentata e con un’armonia sbieca che ne fa un pezzo meno pop e più raffinato, pure in questa circostanza arricchita da un dolce assolo di sax e la chitarra finale che la chiudono col fiocco.
Il Duca continua a esplorare dunque. Impasta con soluzioni d’avanguardia una materia che la Storia ci ha consegnato. Per un disco scuro, arcano ma con numerosi momenti di lievità melodica ed emotiva. Rivoluzionario, se non lo avesse pensato, scritto e interpretato lui.
Fuori da ogni abitudine anche l’artwork con un booklet nero su nero tra parole e colore dominante che ne esalta la grafica visiva rendendone tuttavia praticamente impossibile la lettura. Piaccia o meno, David Bowie, un ragazzo classe 1947, continua a segnare la strada. Incantati.
Oggi le bocche sono state meno cucite, il suo stesso sito ufficiale ha accompagnato i fan con tanto di notizie preparatorie e video del pezzo trainante, ma Blackstar forse ancora più del sorprendente e magnifico comeback sa meravigliare l’ascoltatore per come è in grado di giocare con le forme e i confini della musica contemporanea. Un disco art-rock si divertono a definirlo gli anglosassoni, sette brani per oltre quaranta minuti di musica che scardina ogni terra sonora che ci siamo abituati ad ascoltare (o che negli anni abbiamo impiantato sottopelle) con continui cambi di percorso, improvvisi inserimenti armonici e melodie oscure che s’intrecciano come meglio natura non avrebbe saputo fare e senza che qualunque suono risulti uno sperimento a se stante.
E poi come una carezza cala lo strumento per eccellenza dei dischi del Duca. La voce, quale altro. Pacata, morbida, calda, ammaliante come un tessuto in raso, con un’estensione che non ha nulla da invidare a quella di qualche decennio fa.
L’album, che saluta il ritorno alla produzione del fido Tony Visconti (il cui bacio-abbraccio segreto con la corista Antonia Maaß sotto il muro di Berlino non finiremo mai di ringraziare per aver acceso la scintilla ispirativa di Bowie a comporre Heroes), è stato registrato con una manciata di musicisti jazz della scena di New York e la partecipazione alle percussioni in un paio di brani di James Murphy (LCD Soundsystem).
L’ascolto parte con la title track, la canzone (che appare nel disco con l’esatto titolo di una stella nera disegnata) è nata dalla richiesta di John Renck a Bowie di comporre la musica del tema musicale di The Last Panthers, un crime show che lui avrebbe diretto. Ne venne pubblicata una versione per quel progetto prima che il Duca decidesse di mettersi a scrivere l’intero album. Ad accompagnarla, un video che il Daily Telegraph ha definito come “H.P. Lovecraft diretto da David Lynch”. Il pezzo è una miscela di elettronica calibrata, influenze jazz, melodie del far-east, dura dieci minuti e il Duca lo affronta come se con la sua voce dovesse recitare un giudizio universale tanto la sua lirica è colma di riferimenti biblici, metafore e di suggestioni sul lato più oscuro e malvagio delle religioni. Donny McCaslin (sassofono e flauto nel disco) ha parlato di testo sull’Isis, le voci sull’argomento divergono. Il tempo dirà. Di certo è di per sé un pezzo che vale un intero album, una breve sinfonia, elegante, fatale, irresistibile che, ascolto dopo ascolto, rivela inaspettate fasce di suono che ne impreziosiscono la fruizione.
Quindi due pezzi già conosciuti ma proposti con un vestito ben diverso. Sue (Or In A Season Of Crime), pubblicata due anni fa come singolo e nel celebrativo Nothing Has Changed, qui più percussiva e meno bebop, più tesa con l’inserimento di una chitarra funk, e ’Tis Pity She Was A Whore, che di quel singolo fu la b-side, oggi presentata meno stile 1. Outside come accadde nell’originale, ma con una strumentazione che tra sax e voci del coro ne fa una versione aggiornata del Bowie d’antan, quello dei suoi primi spunti r&b. Il pezzo deve il titolo a una tragedia teatrale del XVII secolo scritta da John Ford il cui tema, l’incesto, la rese da subito uno dei lavori più controversi dell’intera letteratura inglese. Il testo di Bowie ne cambia il profilo con una scena da bordello in tempo di guerra. Lazarus è stata scritta per una produzione off-Broadway che rivisita il personaggio di Thomas Jerome Newton trent’anni dopo The Man Who Fell To Earth. Qui Bowie gioca un po’ con la previsione della sua dipartita raccontata con lui perfettamente ancora a suo agio nel suo vestito umano. Ha avuto esperienza di tutto nella vita, abbraccia il suo turno assumendo un profilo biblico, come quello di Lazzaro di Betania, mentre Girl Loves Me è forse il momento più lieve con il suo lento incedere electro-pop.
Per chi scrive, con la title track gli episodi più alti sono Dollar Days e I Can’t Give Everything Away, i brani conclusivi dell’album. Il primo, forse il testo più vivido dell’intera opera, è un lamento sulla ben poca epica dei tempi nella terra d’Occidente con un verso (backs against the grain) che sembra una crasi tra due espressioni idiomatiche (backs against the wall / disperazione e against the grain / soluzione alternativa) per centrare il tema dei migranti che, per uscire dalla disperazione, mettono la schiena davanti alla ricchezza. Un pezzo di una bellezza sconvolgente, suadente per come sax e voce lo portano avanti, pieno di pathos. I Can’t Give Everything Away invece è il contraltare, nella storia e nella base sonora, di Absolute Beginners, più rallentata e con un’armonia sbieca che ne fa un pezzo meno pop e più raffinato, pure in questa circostanza arricchita da un dolce assolo di sax e la chitarra finale che la chiudono col fiocco.
Il Duca continua a esplorare dunque. Impasta con soluzioni d’avanguardia una materia che la Storia ci ha consegnato. Per un disco scuro, arcano ma con numerosi momenti di lievità melodica ed emotiva. Rivoluzionario, se non lo avesse pensato, scritto e interpretato lui.
Fuori da ogni abitudine anche l’artwork con un booklet nero su nero tra parole e colore dominante che ne esalta la grafica visiva rendendone tuttavia praticamente impossibile la lettura. Piaccia o meno, David Bowie, un ragazzo classe 1947, continua a segnare la strada. Incantati.
