David Bowie The next day
2013 - Iso/Columbia/Sony Music
A dieci anni da Reality David Bowie è tornato. E non è da solo. E’ tornato Ziggy Sturdust, è tornato il Duca Bianco, è tornato il nostro hero just for one day della trilogia berlinese.
Il produttore Tony Visconti ha dichiarato che "chi cerca il classico David Bowie lo troverà in questo album; chi cerca un Bowie innovativo, nuove direzioni, troverà anche questo". E questo non fa che confermare la sensazione di viaggio tra diverse dimensioni temporali che si prova durante l’ascolto, sull’onda di una concezione totalizzante di arte e musica.
A cominciare dalla title track densa di energia, tra visioni futuristico – inquietanti (“They chase him through the alleys chase him down the steps”) ed incedere marziale.
Dirty Boys porta in sotterranei che nascondono laboratori musicali in cui stava nascendo qualcosa che unisce le sensualità funk e quelle rock’n’roll.
Con The Stars (are out tonight) si torna a vagare nello spazio come con Space oddity: ha un arioso crescendo ed emana poesia romantica ( nel senso non letterario) con il suo rivolgersi alle stelle.
Love is Lost è sulfurea, e conferma come la Berlino pre – crollo del muro abbia lasciato una traccia non solo in David Bowie, ma anche in Nick Cave.
Il singolo Where Are We Now? omaggia quella città in cui l’utopia lottava con il socialismo reale, quella in cui gli angeli di Wim Wenders potevano guardare dall’alto i nostri piccoli affanni ed innamorarsi dei nostri gesti.
Valentine’s Day sovverte la mielosità di quel giorno, in cui il bambino si riappropria del giorno, con chitarre stellari e un testo che parla di smarrimento e rivalsa.
If You Can See Me riabbraccia l’elettronica sincopata e piacerà agli amanti di Little wonder.
I’d Rather Be High è quasi nietzeschiana nel suo volersi elevare su miserie e generals full of shit.
Boss of Me è sensualmente glaciale, mentre Dancing out in Space più giocosa.
Liberatorio e beffardo è il refrain di How Does the Grass Grow?. (You Will) Set The World On Fire con ritmi da montagne russe racconta di una star bruciata dopo il suo exploit.
You Feel so Lonely You Could Die riammorbidisce i suoni, commovente nelle sue immagini e nelle sue note, sembra una sceneggiatura, già con la sua colonna sonora.
Heat porta nel lato più oscuro, in cui inconscio, complesso di Edipo e disillusione si compenetrano, e le tenebre sono avvolte in strigliate di archi.
The Next Day mostra un David Bowie ancora attento osservatore della realtà musicale e non. Sarebbe stato facile crogiolarsi sui successi e su un nome che è storia, ma non è certo da lui. E sentendo questo collage tra mondo prima del crollo del Muro e post 11 settembre, in cui non mancano le sferzate sonore, si trova ancora maggiore empatia in quei momenti in cui le visioni si fanno più cupe e surreali, in cui scendere nel “gorgo muti” (Cesare Pavese).
Il produttore Tony Visconti ha dichiarato che "chi cerca il classico David Bowie lo troverà in questo album; chi cerca un Bowie innovativo, nuove direzioni, troverà anche questo". E questo non fa che confermare la sensazione di viaggio tra diverse dimensioni temporali che si prova durante l’ascolto, sull’onda di una concezione totalizzante di arte e musica.
A cominciare dalla title track densa di energia, tra visioni futuristico – inquietanti (“They chase him through the alleys chase him down the steps”) ed incedere marziale.
Dirty Boys porta in sotterranei che nascondono laboratori musicali in cui stava nascendo qualcosa che unisce le sensualità funk e quelle rock’n’roll.
Con The Stars (are out tonight) si torna a vagare nello spazio come con Space oddity: ha un arioso crescendo ed emana poesia romantica ( nel senso non letterario) con il suo rivolgersi alle stelle.
Love is Lost è sulfurea, e conferma come la Berlino pre – crollo del muro abbia lasciato una traccia non solo in David Bowie, ma anche in Nick Cave.
Il singolo Where Are We Now? omaggia quella città in cui l’utopia lottava con il socialismo reale, quella in cui gli angeli di Wim Wenders potevano guardare dall’alto i nostri piccoli affanni ed innamorarsi dei nostri gesti.
Valentine’s Day sovverte la mielosità di quel giorno, in cui il bambino si riappropria del giorno, con chitarre stellari e un testo che parla di smarrimento e rivalsa.
If You Can See Me riabbraccia l’elettronica sincopata e piacerà agli amanti di Little wonder.
I’d Rather Be High è quasi nietzeschiana nel suo volersi elevare su miserie e generals full of shit.
Boss of Me è sensualmente glaciale, mentre Dancing out in Space più giocosa.
Liberatorio e beffardo è il refrain di How Does the Grass Grow?. (You Will) Set The World On Fire con ritmi da montagne russe racconta di una star bruciata dopo il suo exploit.
You Feel so Lonely You Could Die riammorbidisce i suoni, commovente nelle sue immagini e nelle sue note, sembra una sceneggiatura, già con la sua colonna sonora.
Heat porta nel lato più oscuro, in cui inconscio, complesso di Edipo e disillusione si compenetrano, e le tenebre sono avvolte in strigliate di archi.
The Next Day mostra un David Bowie ancora attento osservatore della realtà musicale e non. Sarebbe stato facile crogiolarsi sui successi e su un nome che è storia, ma non è certo da lui. E sentendo questo collage tra mondo prima del crollo del Muro e post 11 settembre, in cui non mancano le sferzate sonore, si trova ancora maggiore empatia in quei momenti in cui le visioni si fanno più cupe e surreali, in cui scendere nel “gorgo muti” (Cesare Pavese).
