David Bowie Reality
2003 - COLUMBIA / SONY
Sono passati i clamori della premiere mondiale tennuta in contemporanea via satellite, in una sessantina di cinema sparsi per il mondo, da grande artista multimediale quale David Bowie è. Sono passati anche i titoli di un nuovo ritorno al rock del Duca Bianco. È passato anche il “Reality Tour 2003”, prolungato all’estate dell’anno in corso.
Resta un disco che ha parzialmente soddisfatto l’attesa creata attorno a sé. Resta un disco che ha il merito di aver riportato Bowie sui palchi di tutto il mondo.
“Reality” non è un capolavoro. È però un disco di David Bowie e già questo non è poco, anzi, è nettamente sopra la media.
Chi si apettava un disco rock, magari alla “Ziggy Stardust” sarà rimasto deluso, quei tempi sono passati. E nemmeno Bowie si è adattato al cosidetto “ritorno del rock” (vedi White Stripes e compagnia): “Reality” è un disco complesso che sarebbe riduttivo definire rock.
D’altronde mai la musica di Bowie è stata elementare: dal glam all’art-rock, dal pop al drum’n’bass, il suo è sempre stato un approccio estetico e stratificato (si veda l’esempio, non clamoroso ma splendidamente denso, del precedente “Heathen”).
L’unica regola nella carriera di questo artista è proprio quella di una sontuosa intensità, che si è fatta sempre più nobile e tecnologica col passare degli anni. A partire da questo senso di partecipazione all’arte (moderna), va ascoltato anche “Reality”, meglio se con alle spalle i suoi precedenti o almeno i più recenti in ordine cronologico.
“New killer star” fa echeggiare “Heroes”, con il soffio di un sax che scorazza tra le battute mezzo strozzato, ma Bowie non si guarda certo indietro: immagini di un millenium quanto mai attuale si susseguono per tutto il disco (tempeste, aria irrepsirabile, virus, nucleare, vuoti ecc.), a costruire un suono che appartiene al rock, ma che ne diventa una versione moderna, fantascientifica.
Valga come esempio “Pablo Picasso”: un inizio di flamenco decomposto per quello che potrebbe essere un pezzo di roots-rock (è una cover di Jonathan Ritchman), ma che, nelle mani del Duca, diventa un rigurgito moderno in cui anche un assolo di chitarra spagnoleggiante arriva a suonare futuristico.
L’album ha un gran suono che non disdegna di battere dritto, ma manca di picchi, di qualche guizzo, che lo faccia scattare via dalla sua struttura: Bowie suona di tutto (chitarre, sax, percussioni, synth, keyboards, stylophone), ma i brani non trovano quello slancio che li proietti davvero avanti.
“Reality” è un disco cinico, concreto, che non fa concessioni: logico che si concluda con l’angoscia di un Bowie che canta “Bring me the disco king”, sperduto come un vocalist in un club.
Resta un disco che ha parzialmente soddisfatto l’attesa creata attorno a sé. Resta un disco che ha il merito di aver riportato Bowie sui palchi di tutto il mondo.
“Reality” non è un capolavoro. È però un disco di David Bowie e già questo non è poco, anzi, è nettamente sopra la media.
Chi si apettava un disco rock, magari alla “Ziggy Stardust” sarà rimasto deluso, quei tempi sono passati. E nemmeno Bowie si è adattato al cosidetto “ritorno del rock” (vedi White Stripes e compagnia): “Reality” è un disco complesso che sarebbe riduttivo definire rock.
D’altronde mai la musica di Bowie è stata elementare: dal glam all’art-rock, dal pop al drum’n’bass, il suo è sempre stato un approccio estetico e stratificato (si veda l’esempio, non clamoroso ma splendidamente denso, del precedente “Heathen”).
L’unica regola nella carriera di questo artista è proprio quella di una sontuosa intensità, che si è fatta sempre più nobile e tecnologica col passare degli anni. A partire da questo senso di partecipazione all’arte (moderna), va ascoltato anche “Reality”, meglio se con alle spalle i suoi precedenti o almeno i più recenti in ordine cronologico.
“New killer star” fa echeggiare “Heroes”, con il soffio di un sax che scorazza tra le battute mezzo strozzato, ma Bowie non si guarda certo indietro: immagini di un millenium quanto mai attuale si susseguono per tutto il disco (tempeste, aria irrepsirabile, virus, nucleare, vuoti ecc.), a costruire un suono che appartiene al rock, ma che ne diventa una versione moderna, fantascientifica.
Valga come esempio “Pablo Picasso”: un inizio di flamenco decomposto per quello che potrebbe essere un pezzo di roots-rock (è una cover di Jonathan Ritchman), ma che, nelle mani del Duca, diventa un rigurgito moderno in cui anche un assolo di chitarra spagnoleggiante arriva a suonare futuristico.
L’album ha un gran suono che non disdegna di battere dritto, ma manca di picchi, di qualche guizzo, che lo faccia scattare via dalla sua struttura: Bowie suona di tutto (chitarre, sax, percussioni, synth, keyboards, stylophone), ma i brani non trovano quello slancio che li proietti davvero avanti.
“Reality” è un disco cinico, concreto, che non fa concessioni: logico che si concluda con l’angoscia di un Bowie che canta “Bring me the disco king”, sperduto come un vocalist in un club.
