Storia a puntate della linea verde della metropolitana milanese, la "proletaria"

Sant`Ambrogio


07/12/2020 di Luigi Lusenti

SANT'AMBROGIO

Poi c'è Sant’Ambrogio. Sant'Ambroeus come dicono i milanesi, con quel finale sibilante come fosse il ronzio di una zanzara. Con quell'intreccio complesso di vocali come nella lingua francese. Con la basilica romanica e le spoglie del santo, anzi di 3 santi, nella cripta sotto l'altare maggiore: Ambrogio e i martiri Gervaso e Protaso.

 

Rito ambrosiano, diocesi ambrosiana, carnevale ambrosiano: tutta la storia e la tradizione del capoluogo lombardo ruota attorno a un romano, nato a Treviri in Germania. Approdato a fare il console a Milano ed eletto a furor di popolo vescovo il 7 dicembre dell'anno 374. Due fazioni si contendevano la successione al vecchio vescovo Assenzio. E nel cercare di calmare gli animi Ambrogio, che era solo un catecumeno in attesa di battesimo, fece un discorso di tale buonsenso che la folla cominciò a urlare “Ambrogio Vescovo, Ambrogio Vescovo”.

Ambrogio fece parte di quella chiesa, ne fu addirittura uno dei pilastri, povera, a diretto contatto col popolo. Quando alcuni soldati presero in ostaggio donne e bambini chiedendo un riscatto non esitò a fondere i vasi sacri della chiesa. A chi lo criticò rispose: “se la Chiesa ha dell’oro non è per custodirlo, ma per donarlo a chi ne ha bisogno... Meglio conservare i calici vivi delle anime che quelli di metallo”. Ma Ambrogio si distinse anche per un violento antisemitismo che in pochi vogliono oggi ricordare mentre invece è bene farlo sempre. 

La morte colse Ambrogio all'alba del sabato santo, il 4 di aprile. Ma i milanesi vollero ricordarlo, e in quella data infatti si festeggia il santo patrono, si consegna l'ambrogino d'oro e c'è la prima della Scala, il 7 dicembre quando i loro antenati urlarono “Ambrogio Vescovo, Ambrogio Vescovo”.

La stazione della metropolitana ha solo 3 entrate, quasi a non voler profanare quel luogo sacro anche ai laici dove risiedono le radici della cultura cittadina.

La porta detta Pusterla di Sant'Ambrogio, che recentemente era diventato un museo di criminologia,  la Colonna del diavolo, da cui, dice  la narrativa popolare, il diavolo sbuffi attraverso due fori posti in cima,  la Cappella di Sant'Agostino in via Lanzone, forse il battistero della basilica maggiore, certamente un luogo di grande suggestione non solo per i credenti. Qui Ambrogio, nella notte del sabato santo del 387 d,c., battezzò Agostino, divenuto santo e massimo pensatore della Chiesa Cattolica Apostolica Romana.

 

 

In una nicchia nel muro ora c'è una piccola libreria con in alto una scritta, dalle Confessioni di Sant'Agostino, libro XIII, “Nutre la mente solo ciò che la rallegra”. La libreria è in memoria del professor Agostino Fusconi, morto nel 2018. Nulla di particolare se i libri non fossero, forse in onore della massima agostiniana, gialli e noir, alcuni messi all'indice anche dalla Chiesa cattolica.

Don Biagio Pizzi è una voce che ho sentito solo per telefono. L'abate di Sant'Ambrogio mi ha indirizzato a lui quando gli ho chiesto se potevo incontrarlo per raccogliere qualche indizio da inserire in queste pagine. L'abate è stato gentilissimo, ha anche benedetto il mio lavoro, ma si è sfilato. Poi si è sfilato anche don Pizzi, ma ha lasciato però un “ricordo” di cui lo ringrazio. Un ricordo importante. Nel dicembre del 2009, esattamente il 20, che nel calendario ortodosso è il nostro 7 dicembre, la basilica del santo fu “concessa” agli ortodossi per celebravi i loro riti in ricordo di Ambrogio, un santo venerato molto, specialmente nella chiesa ortodossa russa. E ormai da anni, una volta alla settimana, fedeli della chiesa ortodossa russa di Corsia dei Servi, raggiungono la cripta della basilica per onorare le spoglie di Sant'Ambrogio. E i turisti ortodossi in visita alla città  non dimenticano di  passare dalla basilica intestata al santo.

Così Ambrogio, che non è milanese ma romano, che è nato in Germania e non in Italia, che divenne vescovo senza neppure ancora essere battezzato, che gli ortodossi venerano come santo, è diventato simbolo della città meneghina. Cosa che rende noi milanesi orgogliosi di avere un patrono multietnico, multiculturale e multireligioso. In tempi di sovranismo cialtrone, non è cosa da poco. 

Piazza Sant'Ambrogio corre di lato alla basilica, prosegue fianco al Sacrario dei Caduti Milanesi nella Grande Guerra. Un lungo percorso pedonale, fra case patrizie, portoni in mogano, panchine in marmo, signore bene che passeggiano con i cagnolini, studenti della vicina Cattolica intenti a preparare gli esami. Chissà perché mi ricorda tanto les Alyscamps di Arles.

 

 

Sant'Ambrogio è anche Università Cattolica, incubatrice del 68 milanese. Da qui fu cacciato Mario Capanna con gli altri studenti dopo una lunga occupazione. Qui vicino è lo storico bar “Magenta”, conteso anche con la fermata Cadorna della “Proletaria”. Al Magenta si mangia il panino “speciale”, sempre uguale da decenni.

Il colore della zona è quel mattone che fa tanto romanico e medioevale. Dal Castello Cova all'angolo della via Carducci con via San Vittore (un falso d'autore visto che il disegno medievale del “castelletto” è del 1910 ad opera di Adolfo Coppedè) al Convento delle Suore Minime del Sacro Cuore di fianco alla basilica.

 

 

Il leit motive della zona è la fede. Quella religiosa del santo patrono e quella laica di Leonardo da Vinci a cui è intestato il Museo che sorge a cento metri dalla Basilica. Esattamente Museo della Scienza e della Tecnologia. Il tempio della scientificità ha sede in un antico monastero a fianco dell'omonima chiesa di San Vittore al Carpo. Non lontano da Santa Maria alle Grazie ove si trova la celebre “Ultima cena” e da alcuni campi di proprietà proprio di Leonardo. 

Tra amor sacro e amor profano, la stazione della metropolitana di Sant'Ambrogio è meticcia, ma anche contaminata. Chi va al museo non disdegna di recitare un pater, ave e gloria in basilica e chi frequenta la basilica cerca risposte anche nella scienza e fra le macchine straordinarie esposte al museo. Quelle di Leonardo che dipingeva il Cenacolo.

"L'ingegnere rinascimentale", come lo definiva Steve Jobs, contende il primato a quello che divenne santo protettore della città.

Perfino nei misteri.

 

 

Il serpente di bronzo accanto al terzo pilastro a sinistra  della navata centrale della basilica. Chi lo portò a Milano? Ma soprattutto lo forgiò proprio Mosè nel deserto? E le quattro  scacchiere, due all'interno e due all'esterno della basilica sono davvero di origine templare. Chi le ha poste lì? Sono stati davvero i "Poveri compagni d'armi di Cristo e del tempio di Salomone"?

E le  piccole gemme preziose dipinte  su ognuno degli abiti dei dodici apostoli e di Cristo, scoperte nell'ultimo restauro del Cenacolo, sono davvero le "Pietre Preziose del Paradiso" descritte nel libro dell'Esodo quando il solito Mosè, scendendo dalla montagna costruì un altare, vi pose 12 pietre a simboleggiare le 12 tribù d'Israele e le cosparse di sangue di vitello a rappresentare un patto indissolubile con Dio?

Oppure la mano col coltello, che compare dietro a Giuda nel famoso banchetto è un segno del futuro tradimento?

Ma qui ci fermiamo, prima di arrivare a Dan Brown e al "Codice da Vinci". prima di finire anche noi bruciati sul rogo come eretici.


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