Storia a puntate della linea verde della metropolitana milanese, la "proletaria"

Romolo


19/10/2020 di Luigi Lusenti

Da una fermata all'altra, da un ex capolinea ad un altro ex capolinea. Da Famagosta a Romolo. A piedi attraverso il parco La Spezia, dove ci sono gli scivoli a forma di dinosauro e dove è stata ricollocata, sopra i campi da basket, la copertura dello stand della Coca Cola a Expo 2015.

Dal mito dei due gemelli, nati da Rea Silvia e nipoti di Numitore, abbandonati sulla riva del Tevere e allevati da una lupa alla multinazionale di Atlanta attraverso duemila anni di storia ove i fratricidi si sono sprecati. La storia comunque dà sempre ragione a chi vince e la stazione della metropolitana ricorda dei due fratelli solo l'omicida che divenne anche re. Ma Romolo è stazione non solo di miti classici ma anche di leggende futuriste.


Un’automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo... un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Nike di Samotracia.” scriveva Marinetti nel suo Manifesto mentre alla “Mille miglia” ruota contro ruota si affrontavano Alberto Ascari e Tazio Nuvolari. Uomini audaci, dai nervi d'acciaio che si sfidavano su carreggiate sterrate, su rettilinei infiniti, su ponti di barche, Immersi nella nebbia e nel fango. Tempi epici, immagini sgranate in bianco e nero. Ricordi così lontani anche per chi rammenta la televisione prima del colore. La folgore di Milano contro la saetta di Mantova. Chi insegue l'altro non si sa, scomparsi nella nuvola di polvere che ricopre da sempre la Mille Miglia.

La stazione di Romolo ha due ingressi da un lato e dall'altro della linea ferroviaria. Il lato nord, verso la città, dà su largo Ascari, quello sud su largo Nuvolari. Due percorsi simili a piste d'auto, pieni di curve a gomito, dove immagini che ancora i due assi del volante si sfidino in corse mozzafiato cercando l'ennesima impresa memorabile. Come diceva Cesare Pavese, “i miti sono compagni di strada inevitabili, un vivaio inesauribile di simboli e di storie”.

La stazione di Romolo fu capolinea e punto di snodo con l'hinterland fino al primo novembre del 1999. Ora è rimasta solo punto di snodo. Della 90, della 91, della 325, della 71, di tanti altri pullman extraurbani.

Romolo con la pioggia è una grande nuvola di vapore acqueo e scivoli sul pavimento grigio gommato con i tondini in rilievo. Col sole diventa sauna che bagna i vestiti fino a farli diventare carta incollata al corpo. Con la nebbia le scale finiscono nel vuoto. E' piccola e discreta, sembra quasi un mondo a parte, una piccola comunità che vive more uxorio con i suoi vu cumprà, qualche zingaro e qualche mendicante. Con il tran tran dei viaggiatori sonnambuli, il tran tran dei musicisti ambulanti, il tran tran dei clochard petulanti.

Con il rimbombo cupo delle gallerie. Con le rotaie che vibrano ad ogni arrivo di treno. Con gli altoparlanti che gracchiano messaggi e informazioni. Con i passeggeri che compaiono e scompaiono nel più totale anonimato.

Romolo è anche la stazione della S9, linea ferroviaria di superficie che collega Albairate con Seveso. Orizzonti sterminati, binari che uniscono l'infinito, l'est con l'ovest. Treni che arrivano dal nulla e finiscono nel nulla. Il polindromo del viaggio. Lunghe attese solitarie come nei film di Sergio Leone col solo rumore della campanella, invece delle note di Ennio Morricone, a coprire il traffico cittadino. Scenari metafisici alla Giorgio De Chirico o surreali che solo un maestro come Bunuel avrebbe potuto pensare. Una mattina della primavera 2015, un magrebino, visibilmente alterato è salito su un convoglio della MM2 alla stazione di Romolo e, sostenendo di avere un'arma, ha urlato contro gli altri passeggeri minacciando di fare una strage. Con il volto semicoperto ha detto: "Adesso ve la faccio vedere io, ho un mitra". Ma era solo un mitomane comunque già conosciuto dal personale ATM. Al posto degli uomini dell'antiterrorismo sono arrivati gli infermieri del Policlinico e l'ambulanza della Croce Rossa.

Romolo è la stazione della street art. "Graffitari", visti male per molto tempo, imbrattatori di muri, vandali di palazzi e facciate. Ora "astisti di strada", affrescatori per conto del "principe" di luridi sottopassi, squallide muraglie di periferia, giganteschi ruderi in attesa di speculazione edilizia. Piccioni, alieni, tigri, catene montuose, tempeste di fulmini, icone di twitter, uomini di colore che tagliano foglie, mostri che lanciano raggi laser dalla bocca è l'iconografia scelta da Crems, da Gianbattista Leoni e da Ol Carsa per decorare la stazione e i suoi dintorni. Una galleria di forme, di colori, di segni onirici, di visioni psichedeliche. Arte imperativa che ti impone di guardare e che copre oscenità lasciate da altri. Opere che in un museo perderebbero tutta la loro potenza comunicatrice e nella strada diventano un agglomerato di esperienze, di visioni, di relazioni.

 

Romolo è la stazione che ha assunto col tempo un doppio nome, come una moglie che, dopo il matrimonio, adotta anche il cognome del marito. Ora è Romolo IULM. IULM significa libera università di lingue e comunicazione fondata nel 1968. Per raggiungere l'ateneo c'è una terza uscita che non dà né su Largo Ascari, né su Largo Nuvolari ma sbuca in un inquietante spazio lastricato a porfido. Tracce di vita, reperti fossili. Un sussulto ad ogni passo. Una increspatura d'aria ad ogni volo d'uccello. Piccioni, piccioni e solo piccioni. Incisi nella polvere i movimenti delle persone. Sguardi che scivolano, ansia e salivazione: una bolla che sfocia nella via Ondina Valla, medaglia d'oro a Berlino nel 1936. Una sillessi fra luoghi, nomi e persone.

Multitasking, multiexperience, multilevel. Se la stazione ferroviaria rimanda a sensazioni da “C'era una volta il west”, la stazione della metropolitana alle emozioni di “Colazione da Tiffany”. Aroma di brioche e cornetto, come nelle antiche pasticcerie di Praga e Budapest. Profumi che accompagnano le persone, li tentano come le sirene tentavano Ulisse. Rallentano il flusso di viaggiatori, di studenti, di pensionati. Li seducono costringendoli a una sosta nel piccolo bistrot infilato a fatica fra la biglietteria ATM e la scala d'uscita.

Proposta: tariffa unica integrata per biglietto e cappuccino con brioche.

 

 

 


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