Il Teatro Degli Orrori Il Teatro degli Orrori
2015 - La Tempesta
Più che di un ritorno alle origini, si tratta di una sorta di nuovo debutto all’insegna di una fusione di quanto di meglio la band ha fatto fino a qua, un album più ordinato nel suo caos sonoro, più pieno e incisivo. La stessa concisione si ritrova nei testi, che si fanno più asciutti e sintetici, meno prosaici e più concreti. Il teatro degli Orrori resta una band dall’identità forte e ben definita, perfettamente riconoscibile e distinguibile da tutto il resto e i suoi marchi di fabbrica si ritrovano tutti nel nuovo lavoro: la penna e la voce di Capovilla, le chitarre che mostrano sempre gli artigli, l’aggressività dei giri di basso, la batteria altalenante, a cui adesso si aggiunge anche la pienezza delle tastiere.
Oltre alla robustezza musicale, un altro aspetto che si è ulteriormente radicalizzato è il messaggio di fondo. Capovilla lancia sul mondo che ci circonda, con particolare attenzione per il nostro paese, uno sguardo spietatamente oggettivo, indagando con occhi attenti tra le pieghe e le piaghe sociali di un paese che non cambia perché non vuole cambiare, costringendo l’ascoltatore ad aprire i suoi, di occhi, su tematiche troppo spesso tralasciate o trattate con indifferenza. Traccia dopo traccia, Il teatro degli orrori affronta i temi del vuoto culturale di un’intera generazione (Disinteressati e indifferenti), della contenzione delle malattie mentali (Slint), dell’abuso di psicofarmaci (Benzodiazepine), della memoria e della violenza poliziesca (Genova), del lavoro come prigione (Lavorare stanca), dell’ipocrisia cattolica (Sentimenti inconfessabili), della disillusione politica (Il lungo sonno. Lettera aperta al Partito Democratico). È la perdita di ogni valore, la disillusione politica e sociale, il non riconoscersi più in niente. Che piaccia o meno, non è pessimismo ma rabbia per le discrepanze sociali, per l’indifferenza dei più di fronte alle catastrofi umane, per la propria impotenza di fronte a una società alla deriva: io, se fossi Dio, farei piazza pulita / ma non sono che uno stronzo qualsiasi / ubriaco e attaccabrighe.
Il teatro degli orrori è un condensato di energia rancorosa, una messa in scena delle umane debolezze, della crudeltà sociale, su cui raramente si chiude il sipario per lasciare spazio ai desideri personali, alle piccole felicità private, alla semplicità di Una giornata al sole, pezzo che chiude l’album con un sorriso dopo tanto digrignare di denti: la rabbia se n’è rimasta in fabbrica e le fatiche non mi pesano più / sono felice? / non lo so / però almeno ci provo / è da una vita che ci provo.
