Il Teatro Degli Orrori

interviste

Il Teatro Degli Orrori Uno sguardo spietato sull'Italia di oggi

16/11/2015 di Manuel Maniaci

#Il Teatro Degli Orrori#Italiana#Alternative

Giunti al quarto album in studio, Il Teatro degli Orrori si riconferma come una delle band più rabbiose del panorama musicale italiano, sia dal punto di vista musicale che lirico. Con Giulio Ragno Favero, storico bassista della band, abbiamo parlato del nuovo album e del perché fanno quello che fanno.
Mescalina: Iniziamo un po’ dalla genesi del disco. Voi lo avete definito un ritorno alle origini, anche se sembra invece più un punto d’incontro di tutti i lavori precedenti, quindi del modo in cui vi siete evoluti nel corso degli anni. 

Giulio Ragno Favero: Diciamo che il ritorno alle origini, dal nostro punto di vista, è in una sorta di radicalità che magari in “A sangue freddo” e “Il mondo nuovo” si era un po’ persa. Credo che si senta soprattutto nel suono, che ha una compattezza un po’ diversa. Di sicuro, come di tu, è la summa di quello che siamo stati fino ad oggi, è anche per questo che si chiama “Il teatro degli orrori”. Mai come in questo momento abbiamo sentito che la musica che scriviamo ci rappresenti come identità. Quindi ci sembrava giusto dare all’album, come titolo, lo stesso nome della band, perché ci sentiamo molto rappresentati. Ovviamente, con due elementi nuovi le cose cambiano.

Mescalina: Infatti c’è, soprattutto, l’inserimento della componente elettronica.

Giulio: Si, anche se “elettronica” è un nome che a me sta un po’ stretto, perché quando penso alla musica elettronica non ci vedo per niente quella che è nel nostro DNA di band. Cioè, mi sento di dire che Kole ha aggiunto le tastiere, l’elettronica la vedo oggi come un lavoro molto più complesso, legato a un altro mondo. Io mi sento più vicino agli Yes che ad Aphex Twin.

Mescalina: Più che altro è servito a riempire il disco dal punto di vista sonoro.

Giulio: Si, certo. Inoltre, Kole è anche un maestro di musica, ha un approccio diverso. È l’unico di noi che sa leggere e scrivere la musica. Per cui ha aggiunto delle chiavi di composizione anche alle nostre parti andando un po’ a far quadrare di più il cerchio, che già era bello squadrato, però con lui abbiamo riempito tutti i buchi a disposizione.

Mescalina: Difatti è un album più pieno, sia dal punto di vista sonoro che lirico, non ha vuoti. Però è anche un disco più semplice e diretto degli altri, soprattutto nei testi, in cui mancano certe ridondanze liriche.

Giulio: Certo, è sicuramente un po’ meno libresco.

Mescalina: È stata un’esigenza che avete sentito per essere più diretti anche dal punto di vista del messaggio?

Giulio: Si, era una necessità, anche per la velocità con cui sono venuti fuori i brani. Nel senso che nei primi tre giorni di prove che abbiamo fatto abbiamo scritto tre pezzi, due dei quali sono “Benzodiazepine” e “Una donna” che, per la parte strumentale, sono finiti nel disco proprio come li abbiamo suonati alla prima prova. Quindi è stato tutto immediato e, di conseguenza, le liriche si sono adattate a questo sistema di “sentire”. Pierpaolo aveva voglia di girare meno intorno alla cosa ed essere più in faccia.

Mescalina: Con i vostri testi siete una delle band più impegnate nell’analisi politica del nostro paese. Dico politica e non più soltanto sociale perché con Il lungo sonno (lettera aperta al Partito Democratico) siete entrati proprio nella politica nel senso stretto e pratico del termine. La domanda è: in una società che vive un progresso continuo dal punto di vista tecnologico che, però, spesso si traduce in un regresso sociale, quanti riescono a percepire i vostri messaggi? Quanti sono incazzati come lo siete voi riflettendo e affrontando certe tematiche e quanti invece restano totalmente passivi e indifferenti?

Giulio: Non lo so se sono in pochi, forse molti lo vogliono ignorare perché sono messaggi, da un certo punto di vista, scomodi e che possono infastidire. Siamo tutti seduti sui nostri comodissimi divani, davanti alle nostre enormi televisioni, con i nostri cellulari in mano, abbiamo altro a cui pensare e finché stiamo bene, perché è anche insito nell’essere vivente che finché sta bene cerca di stare il più bene possibile, evitare tutta una serie di argomentazioni è facile. È ovvio che il benessere che viviamo noi è il frutto del malessere di qualcun altro, perché oggi non si crea niente, si ruba. Si ruba a tanti per fare felici pochi. Però ho sempre pensato questa cosa qua: per noi è importante dire determinate cose, dare il nostro punto di vista sul mondo. Non abbiamo mai pensato di dover accontentare l’ascoltatore. Per noi è importante farlo proprio per noi stessi. Se tu hai voglia di recepirlo e farci dei ragionamenti sopra, meglio per te. A noi non cambia niente. Non siamo un gruppo che ama incontrare i favori del pubblico perché così amplia la propria sfera e guadagna qualche lira in più, non ne siamo proprio capaci, non lo siamo mai stati già dai One Dimensional Man.

Mescalina: C’è anche da dire che chi fa musica, letteratura o arte in generale così come la fate voi, viene spesso bollato come cinico, pessimista, fino a deprimente. Io invece ci trovo una forma di speranza.

Giulio: Mi fa piacere che lo dici, perché è proprio per questo che scriviamo le canzoni che scriviamo, perché per noi le cose potrebbero essere diverse.

Mescalina: In fondo, concetti come la lotta sociale o la resistenza, si ricollegano alla speranza che questo paese, che come cantate voi non cambia perché non vuole cambiare, torni un giorno a volerlo fare e a farlo.

Giulio: Eh, si. Noi abbiamo questi millenni di cultura e di arte che ci sovrastano ed evidentemente stiamo pagando il fatto di avere una storia che ha influenzato l’intero pianeta. Le nostre opere d’arte sono ovunque nel mondo, i nostri ingegneri del passato sono quelli che hanno inventato praticamente quasi tutto quello che poi è stato sviluppato con l’avanzare della tecnologia. Oggi siamo invece diventati un popolo da rivoluzioni su facebook. Io non so quanto i nostri genitori o i nostri nonni sarebbero andati d’accordo con quello che sta succedendo al popolo italiano, per le pressioni date da un malgoverno, le pressioni che fanno le banche in modo diretto e in modo indiretto, la pressione che fa il lavoro. Perché è vero che c’è tanta disoccupazione ma c’è anche tanta gente che si fa il culo quanto un capanno. Insomma, non so se sarebbero rimasti impassibili. Sicuramente avevano in testa un altro mondo, non certo quello di oggi.

Mescalina: In questo cambiare dei tempi cambiano anche le forme di resistenza. Nel nuovo disco la Compagna Teresa è diventata la ragazza in fuga dalla guerra, con il kalashnikov sulle spalle, che non si arrende ad essere soltanto vittima degli eventi ma trova la forza per tentare quantomeno la difesa. Nelle vostre narrazioni la resistenza è, quindi, quasi sempre donna.

Giulio: Le donne sono le madri, sono quelle che proteggono la vita. Chi più di una donna ha a cuore la vita di un essere umano? Hanno proprio una sensibilità diversa. Probabilmente se il mondo fosse governato dalle donne, come di governo si sono occupate per migliaia di anni, sarebbe un mondo un po’ più alla portata di tutti. Questo è anche un periodo abbastanza assurdo in cui per la donna non c’è chissà che riscatto, ad esempio nel mondo del lavoro, quindi si passa per il riscatto estetico che, per carità, ha sicuramente un valore vero perché ognuno con il proprio corpo fa quello che vuole. Ma se ci guardiamo intorno sembra che le donne oggi siano quasi tutte spinte nel loro estetismo, nel loro essere al passo con la moda, come se la donna dovesse essere questo. No, la donna dovrebbe essere molto altro. A Kobane la resistenza la fanno anche le donne. Lì le donne sparano e gli uomini hanno paura di queste Signore, perché queste sono signore con la s maiuscola. Fosse per me, farei lo switch immediatamente. Direi: no, ascoltate, fermi tutti, facciamo guidare il pianeta alle donne. E lasciamo perdere i casi singoli come la Merkel o la Thatcher. E comunque, la Merkel nel fare i suoi interessi mi sembra abbia dimostrato al mondo che lo sa fare benissimo. Certo, non fa quelli degli altri, magari perché non ha molte donne con cui confrontarsi.


Mescalina: Un tema che ritorna spesso nei vostri dischi è quello della memoria, il ritornare su fatti che spesso si dimenticano pur restando attuali. Ne Il teatro degli orrori, ad esempio, c’è Genova. Un’espressione che colpisce nel disco, per il suo essere chiara e diretta, è invece guarda: guarda cosa accade. Quindi guarda e ricorda.

Giulio: Direi che è sotto gli occhi di tutti che più sono gli input, più le notizie da ricordare vanno selezionate. Di conseguenza, un evento disastroso dal punto di vista democratico come il G8 di Genova, per noi non deve essere dimenticato. Perché non si deve ripetere. Se tu ci fai caso, da quella volta là in cui la polizia ha mostrato i muscoli, si sono verificati, sporadicamente negli anni, un sacco di casi in cui un cittadino tra virgolette onesto, un incensurato, un minorenne, viene ammazzato o lasciato morire dalle forze dell’ordine che avevano il dovere di controllarlo e sembra quasi che, da Genova in poi, si sia legittimata la possibilità di lasciare che i muscoli abbiano la meglio sul cervello di determinati individui che fanno parte delle forze dell’ordine. A discapito, tra l’altro, di tutti gli altri, di chi s’impegna veramente nella difesa del cittadino. Ed è un problema che non può verificarsi così spesso, non è una cosa normale, c’è qualcosa che non va. Per noi è sempre stato un tema caro, in A sangue freddo c’era Alt, in You kill me dei One Dimensional Man c’era It hurts, che cantavano lo stesso tema: come fai a difenderti da chi ti dovrebbe difendere? Dimenticare queste cose è veramente grave.

Mescalina: Tutto questo accade perché quando un fatto passa per la prima volta, in modo poi così plateale, diventa poi molto più semplice farlo passare in un caso isolato.

Giulio: Ma poi c’è gente che fa campagna politica su queste cose qua. Prendi un Salvini che si fa la foto assieme al rappresentate del Sap, che tanto fa la guerra alla madre di Aldrovandi. Cioè, ma come fai a fare propaganda con questi personaggi qua? Oppure Genova stessa, a parte il discorso della tortura, perché a Bolzaneto e alla Diaz è stata tortura vera e noi siamo uno dei pochi paese civili a non avere una legge sul reato di tortura. Ma ti sembra normale? Poi sai cosa fa impressione a me? Non tanto quelli che picchiano, perché i fascistelli in divisa, come li chiamiamo noi nel disco, ci sono sempre stati. Mi fanno impressione quelli che non sanno fare il proprio lavoro. Cioè, se io ti devo arrestare ma perché ti devo ammazzare? Com’è possibile che muori soffocato perché non riesci a respirare, perché sei stretto a terra? Fan paura queste cose qua, ci fan pensare. A noi interessa che la gente, almeno per cinque minuti, ci pensi un attimo. E poi sono cose che possono succedere a chiunque di noi. Ma veramente a chiunque.

Mescalina: L’analisi di tutto questo e della società in generale, nell’Italia di un tempo neanche troppo remoto era affidata alla figura dell’intellettuale, che solitamente era uno scrittore. Giusto per fare un nome, anche un po’ banale come esempio, potremmo ricordare Pasolini. Una figura che, in un certo qual modo, manca nell’Italia contemporanea. Si potrebbe però dire che sia stata sostituita da voi musicisti. I cantautori impegnati ci sono sempre stati ma le band di oggi fanno qualcosa di diverso. Oltre a voi, giusto per fare qualche nome, penso al Management del Dolore Post Operatorio, a Lo Stato Sociale, a I Ministri o agli Zen Circus; insomma tutti gruppi che, ognuno a modo proprio, porta avanti una qualche forma di critica sociale.

Giulio: Si, io da un lato sono consapevole di questa cosa qua ma, secondo me, oggi essere intellettuale significa proprio fare qualcosa. Il popolo degli anni ‘70 aveva un tipo di attenzione che dedicava ai libri, ai dibattiti, ai film; c’era un’analisi profonda di quello che significava essere intellettuali, sia come utenti che come veri portatori di pensiero. Oggi, effettivamente, sono rimasti relativamente in pochi. Questo non è neanche il mio settore, è più di Pierpaolo, però mi viene da pensare una cosa: di sicuro quello che stiamo facendo noi gruppi, che sembriamo essere, tra virgolette, gli unici ad avere ancora un tipo di coscienza civile, è importante. Per esempio, io conosco bene Appino e so come la pensa. So che non potrebbe fare diversamente, che non potrebbe mettersi a cantare solo di cazzate; ogni testo che scrive è in una sua forma politico e si sente la sua necessità che lo sia. Poi credo che sia bella questa cosa di andare in mezzo alla gente, come se i media fossero ignorabili. Voi venite ai nostri concerti perché, attraverso la nostra energia, vi facciamo cantare cose che possono anche cambiare la vita delle persone e che, comunque, possono fare riflettere. Credo che il ruolo degli intellettuali di oggi dovrebbe essere questo: camminare tra le folle, come faceva Gesù Cristo. Perché tutto il resto che ha un supporto mediatico è immerso in un mondo di confusione totale, in cui ogni atto viene in parte mercificato ma, soprattutto, svilito nei contenuti. Tu leggi un articolo ma poi te lo dimentichi dopo un minuto. Mentre un concerto è ancora un qualcosa di fisico che abbrevia le distanze.

Mescalina: Il disco si chiude con qualcosa che è tutto l’opposto, qualcosa di semplice e umano come la felicità di una giornata al sole, un sorriso, di domenica, con la rabbia che, come dice il testo, se n’è rimasta in fabbrica.

Giulio: Ogni disperazione fa parte di una vita e ogni vita è illuminata dal sole dell’amore. Quantomeno, quando lo è, ti accorgi che essere innamorati fa vivere un po’ meglio i propri problemi, ci si sente relativamente più leggeri. Certo, la vita che stiamo vivendo ai giorni nostri è, almeno in parte, un teatro degli orrori. Orrori piccoli e orrori anche enormi. Però, quando si è innamorati, un raggio di sole arriva comunque.

 

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