Il Teatro Degli Orrori Dell’impero delle tenebre
2007 - La tempesta Records / Venus
Sin dall’inizio del disco, con “Vita mia”, ci troviamo di fronte ai tratti distintivi che caratterizzano l’intero lavoro: prima di tutto l’hard rock di matrice post-punk (non è una contraddizione in termini, in fondo), fortemente influenzato dagli Scratch Acid e dai Jesus Lizard di David Yow, proposto dagli strumentisti (su tutti, il perennemente distorto – ma ben distinto nelle sue linee – basso di Giulio Favero); poi le parole recitate e cantate da Capovilla, che a volte pare quasi un Carmelo Bene prestato al rock, parole che partono da un contesto personale per arrivare a narrare di un contesto più ampio, “sociale” se non addirittura “politico”.
Il legame tra contesto individuale e collettivo viene fornito da figure (che possiamo identificare nei personaggi delle canzoni come nello stesso Capovilla o in quanto di lui possiamo pensare di sapere ascoltando questi brani) che sembrano poter parlare da un punto di vista diverso, al contempo più autorevole, con una prospettiva più chiara, dettata dal fatto che, prima di predicare la rivoluzione, sembrano averla attuata a casa propria e su se stessi.
Per questo, “abbiamo perso la memoria del ventesimo secolo” (probabile citazione da “Rollerball” film di fantascienza politica del 1975, di Norman Jewison), suona come un monito credibile all’inizio della title-track, che non a caso segue a “Compagna Teresa”: due avvertimenti consecutivi all’avanzare di un “fascismo” generalizzato che sembra aver conquistato, come un sottile e invisibile impero delle tenebre, troppi punti di vista nel mondo odierno.
La forza del messaggio è intensificata dal suono delle canzoni, violento nelle ritmiche e nelle distorsioni di chitarra e basso, come nelle parole urlate in faccia all’ascoltatore.
Tra straripante voglia di vivere, volontà di non arrendersi a niente (se non a se stessi e a ciò che alla fine si capisce di essere), emerge qualcosa di simile alla controcultura dei ’70 italiani, un grande spettro ormai abusato dalle citazioni, ma ancora da indagare nelle sue manifestazioni meno identificabili ideologicamente (vedi il richiamo a Carmelo Bene, ma anche – in un altro ambito - al Cèline “reazionario”).
Più o meno a metà del disco, all’altezza de “il turbamento della gelosia”, si avverte un cambio di marcia: i temi delle canzoni diventano ancora più personali e quindi meno rivolti al sociale (ma in un certo qual modo sempre “politici”), e le atmosfere sonore si adeguano con rispetto. “Lezione di musica” è un blues minaccioso e innocente (nemmeno questa contraddizione in termini), mentre nell’attacco de “La canzone di Tom” emergono addirittura echi del cantautorato italiano degli anni ’70 (spero nessuno si offenda se continuo a sentirci De Gregori).
In conclusione, un disco importante, molto importante per il rock “indipendente” italiano, anno di grazia 2007. I temi affrontati nelle canzoni sono infatti presentati con un suono moderno e maturo, e un cantato davvero interessante, che pare liberare il rock cantato in italiano dall’influenza, ormai troppo diffusa, del buon Manuel Agnelli. Una via nuova, un nuovo modo di porsi – che nuovo del tutto non è - del rock italiano, un esempio che spero davvero faccia proseliti e ci liberi dalla vacuità di troppi, troppi gruppi che, anche in ambito indipendente, hanno davvero poco o niente da dire. Speriamo che il carrarmatorock spazzi via anche loro.
