Fabrizio Coppola LA SUPERFICIE DELLE COSE
2003 - NOVUNQUE/SELF
Il fatto è che per sonorità di stampo americano, diciamo mainstream, regnano indifferenza, ignoranza e conseguenti carenze. Tutto ciò rende questo linguaggio difficilmente fruibile e comprensibile, giocato com’è su sottili equilibri e su forti dosi di anima (leggasi soul in senso lato).
Così finisce che gruppi come i Cheap Wine sono costretti a fare da sé, che i Groovers sono in trincea da una vita, che Graziano Romani sopravvive grazie alla sua incrollabile fede, che i Radiofiera rischiano di passare per emergenti e che addirittura i Gang non pubblicano dischi da anni. Ancora più merito va allora a quei giovani che osano andare contro corrente, sfidando le mancanze e le imposizioni della nostra realtà: onore a Fabrizio Coppola e giù la testa di fronte a queste nove canzoni, che suonano rock senza indulgere affatto sui modelli statunitensi.
“La superficie delle cose” è un disco (d’esordio!) di cui si può dire solo vagamente che “suona come”, perché l’album ha un’intensità sua, che gli deriva dalla mano ferma del suo autore. Queste canzoni hanno fondamenta salde, che poggiano sulla scrittura e su un raro senso della sintesi. Le chitarre, elettriche ed acustiche, con pedal steel in buone dosi, erigono una struttura che non vacilla, che tiene fede al rock senza cedere ad alcun tipo di elettronica.
Fabrizio Coppola è già a buon punto nella scoperta, anzi, nella definizione del suo suono: andando per sommi capi, si potrebbe dedurre che il punto di partenza potrebbe essere stato lo Springsteen di “Candy’s room” e le tappe più recenti i Pearl Jam e i Muse. Ma, ripeto, “La superficie della cose” non “suona come”.
A dare un taglio netto al disco contribuiscono i testi, sempre in chiaroscuro, colmi di personaggi che si muovono nell’ombra, facendo comparire di tanto in tanto le proprie facce abuliche, non per apparire, ma per aggrapparsi a qualche barlume di luce e di speranza: “misuro la mia stanza / appena fuori torno indietro / e riprendo la mia danza / pioggia vienimi a baciare”.
Il canto, a volte fermo, di Fabrizio gioca a favore dei pezzi, mantenendo fisso il baricentro sia in una forma di rock più moderno (“Liquido”) sia in qualche raro spiraglio di melodia (“Sogna”). Questo ragazzo ha una voce che procede su una linea tesa nel vuoto, sempre sull’orlo di un precipizio. Emblematica è “Felice”: avrebbe potuta essere la ballata dolce del disco, invece è pervasa d’oscurità, con le note del piano elettrico che colano come infausti presagi e con un finale di chitarra / batteria che cerca vie d’uscita dove non ce ne sono.
“La superficie delle cose” è un disco che scava molto più a fondo della media del rock italiano: non è una musica che vi verrà a prendere, dovete andarvela a cercare, ma ne vale la pena.
