Emanuele Colandrea Belli dritti sulla schiena
2022 - FioriRari / Believe
Tra gli esponenti della scena cantautoriale romana, ma non solo, aggiungerei anche tra gli esponenti della “leva cantautoriale” nazionale che si sono messi in mostra nel decennio appena trascorso, Emanuele Colandrea è sicuramente tra i cantautori più interessanti ed ispirati in circolazione.
Quindi, è sempre un piacere tornare a parlare del cantautore di Velletri e della sua poetica prettamente personale che, bisogna ricordarlo, affonda le proprie radici negli anni zero quando imperterrito si prodigava autore peculiare prima con i Cappello A Cilindro e successivamente con i più noti Eva Mon Amour, e di cui sentiamo ancora la mancanza.
Dall’inizio del suo cammino in solitaria, nel 2015, Colandrea ne ha fatta di strada, un percorso musicale altalenante ma che lo ha portato, dopo due dischi e due ep, a questo nuovo album d’inediti, Belli dritti sulla schiena.
Un disco nato durante il primo lockdown, dove, partendo da una manciata di brani già pronti, Colandrea ha voluto sperimentare nuove influenze musicali come l’elettronica, affidandosi, lavorando a distanza, anche alle mani di Pier Cortese che, oltre alla preziosa produzione artistica, è presente tra i solchi delle canzoni con le sue incursioni elettroniche.
Non un disco prettamente autobiografico anche se scritto in prima persona, nel quale Colandrea, con il suo solito incidere cantautoriale, mette in mostra la sua scrittura fatta di semplicità ed ermetismo di stampo degregoriano, sviscerando un animo dal chiaro sapore folk. Un folk influenzato tanto dal song – writing di stampo statunitense, quanto dalla tradizione autoriale italiana, in cui si fa strada una poetica sull’autenticità della vita, una vita fatta di persone, pensieri e cicatrici indispensabili e incline alla “filosofia delle piccole cose”. Quelle di Colandrea, per sua stessa ammissione, sono “canzoni promemoria, che ribadiscono, a lui per primo, la differenza tra tenere a mente e non dimenticare”, ballate dalla disarmante bellezza melodica che ci metto poco a conquistarti. Quello di Colandrea si presenta come un’interessante viaggio musicale tra canzoni “spudoratamente d’amore” come La fortuna di perdersi nel bosco, citazioni più o meno velate di “dylaniana memoria” come in Buona fortuna amore mio (“Le risposte che cerchi ancora le soffia il vento”), dediche personali come in Erika e Il pane e la farina (canzone per Gabriele) o dall’atteggiamento leggermente critico come Credo, Gerico e Ok Emanuele, quest’ultima la sua personalissima L’avvelenata “gucciniana”.
Un disco che ci mostra un cantautore in piena forma e pronto a mostrarcelo anche dal vivo.
Quindi, è sempre un piacere tornare a parlare del cantautore di Velletri e della sua poetica prettamente personale che, bisogna ricordarlo, affonda le proprie radici negli anni zero quando imperterrito si prodigava autore peculiare prima con i Cappello A Cilindro e successivamente con i più noti Eva Mon Amour, e di cui sentiamo ancora la mancanza.
Dall’inizio del suo cammino in solitaria, nel 2015, Colandrea ne ha fatta di strada, un percorso musicale altalenante ma che lo ha portato, dopo due dischi e due ep, a questo nuovo album d’inediti, Belli dritti sulla schiena.
Un disco nato durante il primo lockdown, dove, partendo da una manciata di brani già pronti, Colandrea ha voluto sperimentare nuove influenze musicali come l’elettronica, affidandosi, lavorando a distanza, anche alle mani di Pier Cortese che, oltre alla preziosa produzione artistica, è presente tra i solchi delle canzoni con le sue incursioni elettroniche.
Non un disco prettamente autobiografico anche se scritto in prima persona, nel quale Colandrea, con il suo solito incidere cantautoriale, mette in mostra la sua scrittura fatta di semplicità ed ermetismo di stampo degregoriano, sviscerando un animo dal chiaro sapore folk. Un folk influenzato tanto dal song – writing di stampo statunitense, quanto dalla tradizione autoriale italiana, in cui si fa strada una poetica sull’autenticità della vita, una vita fatta di persone, pensieri e cicatrici indispensabili e incline alla “filosofia delle piccole cose”. Quelle di Colandrea, per sua stessa ammissione, sono “canzoni promemoria, che ribadiscono, a lui per primo, la differenza tra tenere a mente e non dimenticare”, ballate dalla disarmante bellezza melodica che ci metto poco a conquistarti. Quello di Colandrea si presenta come un’interessante viaggio musicale tra canzoni “spudoratamente d’amore” come La fortuna di perdersi nel bosco, citazioni più o meno velate di “dylaniana memoria” come in Buona fortuna amore mio (“Le risposte che cerchi ancora le soffia il vento”), dediche personali come in Erika e Il pane e la farina (canzone per Gabriele) o dall’atteggiamento leggermente critico come Credo, Gerico e Ok Emanuele, quest’ultima la sua personalissima L’avvelenata “gucciniana”.
Un disco che ci mostra un cantautore in piena forma e pronto a mostrarcelo anche dal vivo.
