Emanuele Colandrea Uno
2025 - 29Records
Lasciati oramai alle spalle i giorni in cui girovagava per lo Stivale con i Cappello A Cilindro e gli Eva Mon Amour, Emanuele Colandrea continua imperterrito il suo fiero percorso artistico pubblicando il suo quarto album d’inediti, Uno.
Realizzato interamente in solitaria, partendo dalla scrittura e finendo al mastering, Colandrea ci regala tredici nuove composizioni di una bellezza disarmante, che dimostrano la piena consapevolezza di una maturità artistica che non ha niente da invidiare ai suoi illustri colleghi un po’ più blasonati.
Concepito nell’immediatezza, senza troppi fronzoli, con voce e chitarra riprese contemporaneamente in presa diretta, lasciando volutamente le imperfezioni del momento, in questo nuovo lavoro Colandrea sprigiona una profonda intimità, nella quale mette a nudo i propri pensieri, fatti di attimi, ricordi e viaggi mistici, con occhio critico e consapevole.
Il risultato finale sono ballate melodicamente inserite nel contesto folk, influenzato dagli ascolti classici di una vita, anche a livello internazionale, dove la semplicità dei testi evoca parole sospese in situazioni ben delineate e che non hanno bisogno di alcuna interpretazione. Colandrea dimostra, ancora una volta, di essere un cantautore dalla penna sopraffina, che, con una semplicità impressionante, riesce a tirare fuori dal suo cilindro letterario testi incredibili mentre con la sua chitarra traccia percorsi emozionanti e malinconici.
Anche in questo nuovo lavoro il cantautore di Velletri, come d’abitudine, ci conduce tra le sue inconsuete riflessioni musicali, canzoni fatte di attese e di ricordi, come nell’iniziale Sabbia e cemento e in Ti ho aspettata tutti i giorni, dell’inevitabile presa di coscienza in Ho imparato e di speciali dediche personali, che siano per il padre in A forza di essere gente o per il figlio nella deliziosa ninnananna Osso di mela.
Quelle di Colandrea sono ballate intense, capaci di emozionare con poco, ma soprattutto di far riflettere come nello sguardo critico, di ciampiana memoria, nei confronti del consumismo in Andiamo camminiamo lavoriamo, nella semplicità di alcune frasi come nella ballata per niente autoreferenziale Altro che Colandrea (“dimmi perché ci sbaciucchiamo sempre e solo gli eroi”) o nei ricordi dei bambini di Gaza che non diventeranno mai adulti, nella bellissima Con le mani nella guerra: “E immaginiamo che proprio nessuno stesse da nessuna parte/ immaginiamoci il rumore/ del futuro che riparte/ immaginiamoci una vita/ senza la legge del più forte/ senza la legge del più ricco, del più furbo/ e del più forte./ Che è vero, tutti si arricchiscono/ tranne i poveri/ e che in guerra tutti invecchiano/ tranne i giovani/ che è vero, tutti si arricchiscono/ tranne i poveri/ e che a Gaza tutti invecchiano tranne i giovani.”
Ancora una volta Colandrea ci elargisce un disco interessante, fatto di quel folk sensibile come raramente se ne ascoltano.
Realizzato interamente in solitaria, partendo dalla scrittura e finendo al mastering, Colandrea ci regala tredici nuove composizioni di una bellezza disarmante, che dimostrano la piena consapevolezza di una maturità artistica che non ha niente da invidiare ai suoi illustri colleghi un po’ più blasonati.
Concepito nell’immediatezza, senza troppi fronzoli, con voce e chitarra riprese contemporaneamente in presa diretta, lasciando volutamente le imperfezioni del momento, in questo nuovo lavoro Colandrea sprigiona una profonda intimità, nella quale mette a nudo i propri pensieri, fatti di attimi, ricordi e viaggi mistici, con occhio critico e consapevole.
Il risultato finale sono ballate melodicamente inserite nel contesto folk, influenzato dagli ascolti classici di una vita, anche a livello internazionale, dove la semplicità dei testi evoca parole sospese in situazioni ben delineate e che non hanno bisogno di alcuna interpretazione. Colandrea dimostra, ancora una volta, di essere un cantautore dalla penna sopraffina, che, con una semplicità impressionante, riesce a tirare fuori dal suo cilindro letterario testi incredibili mentre con la sua chitarra traccia percorsi emozionanti e malinconici.
Anche in questo nuovo lavoro il cantautore di Velletri, come d’abitudine, ci conduce tra le sue inconsuete riflessioni musicali, canzoni fatte di attese e di ricordi, come nell’iniziale Sabbia e cemento e in Ti ho aspettata tutti i giorni, dell’inevitabile presa di coscienza in Ho imparato e di speciali dediche personali, che siano per il padre in A forza di essere gente o per il figlio nella deliziosa ninnananna Osso di mela.
Quelle di Colandrea sono ballate intense, capaci di emozionare con poco, ma soprattutto di far riflettere come nello sguardo critico, di ciampiana memoria, nei confronti del consumismo in Andiamo camminiamo lavoriamo, nella semplicità di alcune frasi come nella ballata per niente autoreferenziale Altro che Colandrea (“dimmi perché ci sbaciucchiamo sempre e solo gli eroi”) o nei ricordi dei bambini di Gaza che non diventeranno mai adulti, nella bellissima Con le mani nella guerra: “E immaginiamo che proprio nessuno stesse da nessuna parte/ immaginiamoci il rumore/ del futuro che riparte/ immaginiamoci una vita/ senza la legge del più forte/ senza la legge del più ricco, del più furbo/ e del più forte./ Che è vero, tutti si arricchiscono/ tranne i poveri/ e che in guerra tutti invecchiano/ tranne i giovani/ che è vero, tutti si arricchiscono/ tranne i poveri/ e che a Gaza tutti invecchiano tranne i giovani.”
Ancora una volta Colandrea ci elargisce un disco interessante, fatto di quel folk sensibile come raramente se ne ascoltano.
