Cassandramente realistici, arrivano i “Tempi bui” dei Ministri, una delle band out-line che ultimamente intasano eteri e palchi con la forza dell’originalità e della concretezza; un underground di razza incazzata che porta tra rock’n’roll, ironia e spregiudicatezza la disillusione e l’irrequietezza di chi non ci sta a farsi prendere per i fondelli. “Perfettamente” in linea con il loro primo album “I soldi sono finiti”, questo “Tempi bui” arriva ad illuminare a cono gli spaccati della società con undici episodi calibrati in arrembaggi hard-core, poppismi e dilatazioni a vacuum; un disco famelico e dentato, che fa equilibrismi tra il grunge e gli Afterhours, tra ossidianità di songwriter compressato alla Ritmo Tribale e orecchiabilità radio, e che a fine giro lascia impresso un passaggio ben costruito sia sui suoni compatti e senza la minima ombra di minimale, e un compendio di “verità liriche” che portano il sangue alla temperatura del vin brulè.
L’assalto sonico-sociale dei Ministri è come un gesso che gratta la lavagna, irrita gli stolti e delizia i ribelli; come se punk e grunge andassero in fibrillazione al servizio di una coscienzialità nuova e da diffondere nell’oggi; sarcasmi e coltellate che fendono la cretinità del superfluo (La faccia di Briatore), le schiavitù colonizzanti (Vicenza), le ombre post-punk che rivendicano equità (Diritto al tetto), l’isolamento umano (E poi si spegne tutto) e le acidità contorte e loudate (La casa brucia).
Tempi bui da urlare, schitarrare e spaccare con il volume degli ampli su di giri: è questa la visione travolgente e il messaggio impellente che i nostri milanesi Ministri “deliberano” a manetta con le loro giacchette gallonate stile Impero; tempi bui di amarezze e riottosità, di ragionevole voglia al distruggere il “fermo vita” al di la di ogni superficialità: “E negli ultimi giorni te ne accorgerai, razionavi le cose sbagliate, sceglievi i giardini da non calpestare. Che cosa succederà alla nostra estate, ma il futuro lo avete inventato voi…” (Il futuro è una trappola).
Dalla Milano che una volta si poteva bere, arriva un disco che finalmente sputa fuori quello che altri, inconcludentemente, seguitano a mandare giù.
