interviste
Ministri Un'aurora popolare ed esplosiva è in arrivo...
Mescalina: Il titolo Aurora popolare è parso sospeso tra la Canzone popolare di Fossati e anche un po’ Il Sol dell'Avvenire di Moretti. Anche l’immagine di copertina fa pensare alla locandina morettiana; qual era il messaggio che volevate dare sin da subito?
Federico Dragogna: Diciamo che questi due riferimenti che mi citi sono già “di seconda mano”,: nel senso che il nostro primo fornitore di questo immaginario di speranza & grafica è stato prima di tutto la Repubblica Popolare Cinese, come lo è stato anche per Moretti e come lo è stato anche per Fossati. Si parte appunto da quella speranza, da quella propaganda, da quell'utopia, da un sole che, per la nostra generazione, era già stato spento proprio da loro, dai nostri padri. È la solita storia del passaggio di testimone che non avviene tra generazioni: quando la generazione precedente ti dice “eh no però le vostre lotte non sono come le nostre lotte, non è come ai tempi nostri” e così via. E il disco parte sicuramente da questo terreno, anche se l'auspicio che abbiamo noi, come generazione che ha passato i quaranta, è quello di avere un occhio diverso su quella attuale - e direi che la realtà, quello che è successo questo autunno in concomitanza con l'uscita del nostro disco, non avrebbe potuto accompagnare meglio. Si è visto un tornare in piazza bello, spontaneo, fuori dai partiti, partecipatissimo e sotto la guida della cosiddetta generazione Z. E noi ne siamo molto contenti - anche se poi non ci ascoltano (sorride ndr).
Mescalina: Mi hai quasi rubato la domanda successiva (risate ndr). Infatti volevo chiederti se pensi che ci sia, e a questo punto probabilmente sì, speranza per una vera Aurora Popolare che, oltre ai fatti di rilevanza mondiale di questo autunno, porti a una situazione in cui piangere al lavoro non sia più “un modo per vivere” e anche che la “vernice sopra i monumenti” non serva più. Quest’ultima poi, per riallacciarci a quello che dicevi, è che poi è stata anche una modalità di lotta abbastanza contestata.
Federico Dragogna: “La vernice sopra i monumenti”, citata nel ritornello di Spaventi, serve soprattutto a dare l'idea della ciclicità: ci sarà nuova vernice su nuovi monumenti più avanti, nuove forme di protesta, e anzi proprio questo forse risponde alla tua domanda. C’è una ciclicità in questa rincorsa, in questo tendere a un’Aurora popolare, qualcosa che già tradisce il fatto che non sarà mai una conquista stabile. Non sarà neanche una conquista probabilmente, un po’ come la felicità. È un tendere a un momento di collettività in armonia, a un senso di giustizia risolto - che ovviamente è una cosa che può durare un attimo, una settimana tutt’al più. Ma è un sentimento fondamentale e che non possiamo dare per scontato: quello della collettività, di un sentire politico comune, è un sentimento che si può spegnere. E intendo politico nel senso di essere insieme, a fianco, di marciare con persone che non si conoscono fino a sentire uno stesso cuore, una stessa vibrazione. Ecco, questa cosa adesso sta tornando ma è stata sopita e addormentata per anni - e ci ricorda che, anche se non ci arriveremo mai all'Aurora popolare, tendere a essa è la cosa importante, e appunto non è scontato che succederà sempre in ogni luogo. Un po’ come abbiamo visto nelle primavere arabe quindici anni fa, o come sta succedendo in Nepal: non diamolo per scontato.
Mescalina: Pensi che i vostri concerti possano portare in qualche modo a riscoprire il marciare insieme, fosse anche solo per ascoltare qualcosa insieme dal vivo e non solo nella propria cameretta o, peggio ancora, con delle cuffie?
Federico Dragogna: Lo auspichiamo assolutamente ed è anche un po’ il nostro mestiere, mi vien da dire: far sì che la gente si riunisca , che la gente esca e decida di raggiungere un posto per questo motivo e per trovarsi insieme agli altri anche intanto a cantare e pogare. Questa dimensione fisica è molto forte nei concerti dei Ministri nonostante una parte di pubblico magari abbia anche una sua età - forse ci vorrebbe l’ortopedico di fianco al merchandising (ride ndr). Ma questo fa anche sì che “l’integrazione digitale dei live “, banalmente la gente con i telefonini, sia una cosa abbastanza complessa da fare a un concerto dei Ministri, perché rischi di giocarti il telefonino alla partenza del ritornello. Ti dirò: siamo contenti di essere uno strumento di aggregazione. Poi ovviamente ci sono tanti altri modi di far musica, e questo è come poi funziona in pratica il nostro: la cosa interessante è che non l'abbiamo deciso noi, è come se la gente che ci segue avesse deciso che i concerti dei Ministri dovessero diventare questo.
Mescalina: Infatti a proposito di telefoni che saltano e in generale di esplosioni… iniziate il disco proprio con Buuum che arriva dritta in faccia, sembra che deflagri una bomba! Che effetto vi ha fatto registrarla?
Federico Dragogna: In realtà Buuum è stato qualcosa di nuovo anche per noi. Se uno va a guardarlo da un punto di vista della “grammatica musicale”, è un pezzo vicino come arrangiamento ai Prodigy e a cose inglesi molto cattive di fine ‘90, primi 2000. È stato impegnativo registrarlo e mantenere un certo tipo di tensione, bilanciare la canzone con il beat e la sua componente quasi dance. La firma “ministrica” che poi mettiamo sopra qualsiasi cosa facciamo, dà una sorta di trademark al tutto, qualcosa che in qualche modo fa sembrare tutto sempre comunque un pezzo dei Ministri. L’album, da questo punto di vista, fa infatti grandi salti (prendi Buuum all'inizio e Cattivi i buoni, una ballata acustica, che chiude il disco). Ecco, la cosa che ci piace e che rivendichiamo da sempre è poter avere questo spettro dinamico di espressione, e anche l’abituare chi ci segue al fatto che ci sia questo salto - il fatto che possiamo essere delicati e un attimo dopo diventare martello sui denti è una libertà a cui teniamo molto.
Mescalina: Ecco, a questo punto chi sono i cattivi e i buoni al giorno d'oggi?
Federico Dragogna: Buuum è pezzo che parla di cattivi, intesi come nemici, e della difficoltà di individuarli. Tralasciando questo periodo specifico, che ci sta regalando personaggi che sono a un livello quasi disneyano di cattiveria, dei giudici Morton di Roger Rabbit, che non sono più nemmeno dei padri severi e reazionari, ma dei fulminati fuori da qualsiasi prospettiva etica.
Il pezzo Cattivi i buoni invece si concentra sui buoni, cioè sul riuscire a rimanere sempre vigili rispetto alle narrazioni interne al proprio schieramento, qualsiasi esso sia. Il riuscire a essere eticamente severi rispetto ai cortocircuiti interni esattamente quanto lo si è con i cattivi: Il pericolo è che, se lasci passare una serie di cose al tuo schieramento e non riesci a essere critico e a porre un limite, i cattivi potranno semplicemente usare le stesse argomentazioni rigirate contro. Questa cosa è successa banalmente con il trumpismo - guardando come il concetto stesso di censura e di libertà di espressione è stato continuamente palleggiato da una parte e dall'altra. Limitandoci all'America, a repubblicani e democratici, si sta vedendo adesso come Trump abbia potuto ribaltare la situazione come una frittata e mettere in scacco una serie di lotte. Metti la cancel culture, metti tutta una serie di censure liberal che ci sono state negli anni: l’ha rigirata a suo favore in una maniera che adesso ci sembra quasi impossibile da disinnescare. Quindi è un pezzo molto complesso da spiegare, ma semplice da capire ascoltandolo. Quando nel testo si parla della bandiera della pace sul balcone ci si riferisce invece a dei casi di propaganda molto italiana, di fronti che un tempo ci hanno venduto la bandiera della pace e che in questo momento sembrano tanto militaristi tanto quanto gli altri.
Mescalina: Ti ringrazio a nome di tutti i lettori e di tutti i redattori di Mescalina!
Federico Dragogna: Grazie a voi!
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