Standing in The Breach<small></small>
Americana − Songwriting

Jackson Browne

Standing in The Breach

2014 - Inside / WaRNER
15/10/2014 - di


Ritrovare la voce di Jackson Browne è un piacere, per chi è cresciuto nei tempi del rock californiano, dell’utopia della speranza di una generazione in grado di parlare, con leggerezza, ma anche profondità, di sentimenti e ideali. Ritrovarla quasi intatta (gli si perdona, a 66 anni, qualche increspatura, dovuta forse all’intenzione di mostrarsi vitale e convincente, che lo porta a forzare alcuni toni alti), poi, è quasi una sorpresa. E ritrovare, in un pugno di canzoni di buona fattura, una verve che temevamo spenta per sempre è il valore aggiunto di questo Standing in the breach, il suo quattordicesimo album in studio, il primo in sei anni, per il quale Browne ha costruito un percorso all’interno delle tracce, con la collaborazione dei suoni limpidi dell’ingegnere Paul Dieter, in una sorta di caccia al tesoro, solleticando la passione e l’interesse dell’ascoltatore.

Occorre quindi seguire il sentiero segnato sullo scenario di rovine della copertina, in cui due figure si aggirano, a cercare il senso di un’epoca di ideali in disarmo e contraddizioni, per ricostruirlo a partire dal passato. The Birds of St.Marks, scritta qualche anno fa, quando il cantautore viveva nella parrocchia di Saint Mark, a New York City, sulla melodia pop composta per Nico nel lontano 1967, con la chitarra del polistrumentista Greg Leisz in bella evidenza, fa da apripista, a segnare una stella polare: il recupero, impossibile, tranne che nella musica, di un’innocenza emozionante, in equilibrio fra sfera privata e ruolo pubblico, fra sentimento e ideologia.

Entrati nel mondo di Browne con questo viatico, riusciamo ad interpretare nel solco della continuità quasi tutte le tracce: ad eccezione dell’autocitazione eaglesiana in Leaving Winslow, e di Walls and Doors, presa in prestito dal cantautore cubano Carlos Varela, che, a fronte di un testo riflessivo e importante, tradotto dallo stesso Browne (Ever since the world’s esisted, There’s one thing that is certain: Some people build walls, Others open doors), non fa che ripetere la linea melodica di tante sue canzoni, il cantautore si impone con l’autorevolezza di chi ha scritto una parte importante del songwriting americano, fino a diventare un classico rock.

Così, la tecnica chitarristica di Val McCallum accompagna il viaggio a ritroso nel tempo, in The long Way Around, così simile all’amatissima These Days da sembrare quella sorella, che ha atteso che il tempo passasse, e il suo autore invecchiasse, per sbocciare in versi come We`re a long way gone down this winding road we`re on, It`s gonna take us where we`re bound, It`s a long way around, che chiama in causa chiunque nel ripensamento sul tempo che trascorre e sui sogni che svaniscono.

Se volessimo giocare con lui, Browne ci suggerirebbe di trovare il tesoro partendo dal titolo dei tre brani che chiudono il lavoro: Which Side (are you on?), chiede, e risponde: Standing in the Breach (sincera elegia scritta per il disastro di Haiti, ma che coinvolge tutte le miserie del mondo), per concludere: Here (la ripresa di un brano scritto nel 2009 per il film Shrink); ossia, io resto qui, dalla parte di chi soffre, sulla breccia, a costruire su macerie, come chioserebbe un suo degno collega italiano.

Il viaggio si è concluso: e noi, da che parte stiamo?

Track List

  • The birds of St. Marks
  • Yeah yeah
  • The long way around
  • Leaving Winslow
  • If i could be anywhere
  • You know the night
  • Walls and doors
  • Which side
  • Standing in the breach
  • Here

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