Ginevra Di Marco Stazioni lunari prende terra a puerto libre
2006 - Radiofandango/Edel
L’ex voce di CSI e PGR oltrepassa le barriere linguistiche, passando dal greco al francese, dal dialetto siciliano a quello napoletano, e diffonde un calore palpabile sugli arpeggi e gli assolo di tzouras, chitarra e bouzouki di Andrea Salvadori, il clarinetto di Nico Gori, e soprattutto le linee di piano e i magnellophoni di Magnelli, determinanti per le atmosfere bohemienne, che velano d’amara ironia le sventure della povertà, come per quelle intense, sofferte e commosse delle ballate.
Il potere d’evocazione della musica riesce a trasformare gli umori della piazza e le cronache collettive in storie che toccano nel vivo il singolo, mentre le emozioni private assumono una dimensione epigrammaticamente universale. Così “La Martiniana”, dolente piccolo capolavoro del disco, tratto dal repertorio di canzoni popolari della messicana Lila Downs, con quel suo toccante “si tu me cantas, yo sempre vivo y nunca muero” sembra quasi allargare il suo significato per celebrare la capacità della musica di sconfiggere il tempo e la morte.
Lasciano il segno quelli che paiono due pungenti canti di lotta, contrapposti e pure curiosamente affini nella rabbia per le ingiustizie sociali: “Il canto dei Sanfedisti”, inno antirivoluzionario ricco di sarcasmo nei confronti della falsa democrazia dei giacobini, che avrebbero malcelato i soliti interessi personali dei politici-predoni, e la trascinante “Malarazza”, sferzante canto di ribellione siciliano.
Accattivanti e suadenti si rivelano inoltre le percussioni e la batteria di Marzio del Testa, che materiano i ritmi più nettamente danzabili (v. “Saranta Palikaria”, canto dei partigiani indipendentisti greci e la gitana “Rumelaj”). Da ascoltare con attenzione, a conferma della qualità anche strettamente musicale del disco, sono infine i cambi di ritmo, le accelerazioni e i crescendo vertiginosi delle canzoni di chiusura, “Le grand coureur”, “chanson à vire” bretone sulla tragicomica storia di una nave corsara, e la passionale “Amuri”, sintesi perfetta della carica avvolgente e della cadenzata drammaticità che sono la duplice e suadente cifra stilistica di Ginevra di Marco.
