Arcade Fire Reflektor
2013 - Universal
Oscar Wilde scriveva: “The artist is the creator of beautiful things. To reveal art and conceal the artist is art's aim.”. Gli Arcade Fire sembrano riprendere l'incipit della Prefazione a The Picture Of Dorian Gray e, per il loro quarto album di studio, hanno deciso di creare un mondo artistico fatto di voodoo, maschere, dress code, hype e le solite citazioni colte e letterarie che contraddistinguono i loro testi.
La band canadese è la compagnia di ragazzi che quando arrivano nel bel mezzo della festa svoltano la serata e la rendono indimenticabile, roba da conservare le polaroid e i ricordi di quello che è stato e far rivivere il tutto attraverso la musica e le parole di Reflektor.
Il disco più che un semplice album è il simbolo di un'idea artistica, un manifesto sonoro che resiste al tempo perché a-temporale, un condensato di rock, dance e world music filtrata attraverso la lente Arcade Fire.
Dopo l'estate circolano le prime immagini di un disegno geometrico su cui compare la scritta Reflektor e sullo sfondo i monumenti delle città più famose del mondo, poi arrivano le prime comparsate televisive in cui la band suona quasi tutti i pezzi dell'album: il piede tirato sull'effetto sorpresa, il video dell'omonimo singolo diretto da Anton Corbijn, le giacche bianche e il trucco sugli occhi, la verve di sempre accompagnata da un'ondata di freschezza di sound retro e proprio per questo inaspettata. L'arte davanti a tutto.
L'album si apre col singolone, una roba da più di sette minuti, che scivola via veloce e accattivante grazie soprattutto ad un inciso irrestisibile; We Exist si sviluppa sulla stessa lunghezza d'onda, mentre Flashbulb Eyes compare, ipnotica, all'improvviso portando con sé una delle influenze più chiare di tutta la tracklist (presente tra l'altro già in pezzi precedenti come Haiti), quella tribale, folklorica fatta di percussioni e marimba in primo piano. Su questa scia Here Comes The Night Time alterna momenti di pura follia a fasi più controllate in cui il ritmo è sempre il mantra che attira l'attenzione e soprattutto le articolazioni.
Normal Person segna il punto di contatto con quanto fatto in precedenza, è il pezzo che il perfetto sconosciuto in camicia e barba trasandata mette su a metà festa e che fa saltare tutti giù dalla sedia:
I'm so confused. Am I a normal person?
You know, I can't tell if I'm a normal person
It's true, I think I'm cool enough, but am I cruel enough? Am I cruel enough for you?
[…]
You dream in English now
In proper English, look how
You're just the same as me It's through
You Already Know sembra uscita da un album degli Smiths, mentre Joan Of Arc è la perla che chiude il primo disco. Sì, ovviamente ce ne stanno due...
La seconda parte di questa vera e propria opera d'arte scorre via veloce in maniera ancora più liscia del primo atto, Porno e Afterlife sono i diamanti grezzi di questa caverna delle meraviglie.
Quando tutto è finito le orecchie sono confuse e piene di suoni saturati, incisi potenti, rimandi sonori e quant'altro: il post-modernismo continua a mietere vittime.
A volte basta urlare per avere, anche solo per un attimo, la sensazione di riuscire a farcela:
Can we work it out?
Let’s scream and shout ‘till we work it out
Can we just work it out?
Scream and shout ‘till we work it out?
La band canadese è la compagnia di ragazzi che quando arrivano nel bel mezzo della festa svoltano la serata e la rendono indimenticabile, roba da conservare le polaroid e i ricordi di quello che è stato e far rivivere il tutto attraverso la musica e le parole di Reflektor.
Il disco più che un semplice album è il simbolo di un'idea artistica, un manifesto sonoro che resiste al tempo perché a-temporale, un condensato di rock, dance e world music filtrata attraverso la lente Arcade Fire.
Dopo l'estate circolano le prime immagini di un disegno geometrico su cui compare la scritta Reflektor e sullo sfondo i monumenti delle città più famose del mondo, poi arrivano le prime comparsate televisive in cui la band suona quasi tutti i pezzi dell'album: il piede tirato sull'effetto sorpresa, il video dell'omonimo singolo diretto da Anton Corbijn, le giacche bianche e il trucco sugli occhi, la verve di sempre accompagnata da un'ondata di freschezza di sound retro e proprio per questo inaspettata. L'arte davanti a tutto.
L'album si apre col singolone, una roba da più di sette minuti, che scivola via veloce e accattivante grazie soprattutto ad un inciso irrestisibile; We Exist si sviluppa sulla stessa lunghezza d'onda, mentre Flashbulb Eyes compare, ipnotica, all'improvviso portando con sé una delle influenze più chiare di tutta la tracklist (presente tra l'altro già in pezzi precedenti come Haiti), quella tribale, folklorica fatta di percussioni e marimba in primo piano. Su questa scia Here Comes The Night Time alterna momenti di pura follia a fasi più controllate in cui il ritmo è sempre il mantra che attira l'attenzione e soprattutto le articolazioni.
Normal Person segna il punto di contatto con quanto fatto in precedenza, è il pezzo che il perfetto sconosciuto in camicia e barba trasandata mette su a metà festa e che fa saltare tutti giù dalla sedia:
I'm so confused. Am I a normal person?
You know, I can't tell if I'm a normal person
It's true, I think I'm cool enough, but am I cruel enough? Am I cruel enough for you?
[…]
You dream in English now
In proper English, look how
You're just the same as me It's through
You Already Know sembra uscita da un album degli Smiths, mentre Joan Of Arc è la perla che chiude il primo disco. Sì, ovviamente ce ne stanno due...
La seconda parte di questa vera e propria opera d'arte scorre via veloce in maniera ancora più liscia del primo atto, Porno e Afterlife sono i diamanti grezzi di questa caverna delle meraviglie.
Quando tutto è finito le orecchie sono confuse e piene di suoni saturati, incisi potenti, rimandi sonori e quant'altro: il post-modernismo continua a mietere vittime.
A volte basta urlare per avere, anche solo per un attimo, la sensazione di riuscire a farcela:
Can we work it out?
Let’s scream and shout ‘till we work it out
Can we just work it out?
Scream and shout ‘till we work it out?
